Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. La crisi della società italiana si risolve restituendo autorevolezza alle istituzioni

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. La crisi della società italiana si risolve restituendo autorevolezza alle istituzioni

In vista di un convegno commemorativo per il ventennale della scomparsa di Bettino Craxi il sindaco di Milano, Beppe Sala, invita a una seria riflessione sulla figura del leader socialista. È d’accordo?

Sì, credo che la posizione di Sala sia improntata al buon senso e che dopo vent’anni si possa discutere con serenità di un protagonista della storia del nostro Paese. Debbo dire che non è la prima volta che si tenta questa strada. Nel 2000, anno della morte di Craxi, ero parlamentare e ricordo che in quell’occasione Violante, allora presidente della Camera, ricordò la morte di Craxi, Ciampi intervenne con parole molto impegnative e molto sentite con cui riconosceva quanto si doveva all’ex premier socialista e D’Alema si dichiarò d’accordo per i funerali di Stato. Dei quali peraltro non si fece nulla anche perché la famiglia disse di no. Fu un’occasione persa, senza con questo voler criticare la famiglia Craxi a cui va tutto il mio rispetto per quella decisione. Però se si fossero tenuti i funerali di Stato, così come si era tenuto il ricordo in Parlamento, probabilmente l’immagine del politico in contumacia non avrebbe avuto molto seguito e l’intera vicenda si sarebbe chiusa a quel punto. Comunque, le cose andarono diversamente ma penso che i tempi siano maturi per una discussione in cui si valutino i pro e i contro, gli errori e le cose buone che hanno caratterizzato la parabola politica di Bettino Craxi. Continuare a rifiutare di parlarne credo che non sia utile a nessuno. Detto questo, mi permetta di aggiungere un ricordo personale. Quando Craxi stava per lasciare la guida del PSI e si parlava di chi doveva sostituirlo mi telefonò e mi disse: “Giorgio, nel bene e nel male il partito socialista è identificato in me. Se vuoi tentare di fare il segretario non ti ostacolerò, anzi, ti darò una mano. Ma non c’è niente da fare, il partito è troppo identificato in me. E ti aggiungo che è identificato con me l’intero sistema politico. Prima i partiti laici e poi la DC scompariranno”. Rimasi colpito da quella visione apocalittica e cercai di minimizzare. Fui eletto segretario e toccai con mano che il sistema era impazzito. All’interno del PSI c’era un cannibalismo inimmaginabile e dopo pochi mesi gettai la spugna. Nel giro di qualche tempo la profezia di Craxi si avverò e cadde la Prima Repubblica.

La Fondazione Open, nata per sostenere le iniziative politiche di Matteo Renzi e chiusa nel 2018, è al centro di un’inchiesta della magistratura. Vicenda che porta all’ordine del giorno il tema del finanziamento pubblico dei partiti…

È così. L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è stata sin dall’inizio una gigantesca foglia di fico che non solo non ha risolto i problemi, ma li ha aggravati. Intanto perché ha favorito le spinte antiparlamentari. E come la storia dimostra l’antiparlamentarismo apre la strada a soluzioni autoritarie. Nel nostro Paese i parlamentari sono stati demonizzati e superficialmente dipinti come scansafatiche. La soluzione prospettata è stata la loro sostituzione con imprenditori, tecnici, manager, esponenti della società civile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un disastro sia sul piano economico sia sociale. Penso che dopo i drammatici fallimenti di tutte queste figure salite al potere ci debba essere una riconsiderazione per vedere come risolvere il problema. Ma come si può pensare che i partiti si sostengano da soli? È chiaro che vanno trovate delle forme assolutamente trasparenti e mi rendo conto che non sia facile. Mi colpisce il fatto che quando si parla di questo problema tutti, o quantomeno molti, dicono che non si può affrontare perché la gente non vuole. Il che è vero, ma è altrettanto vero che segnala la paura di confrontarsi con i cittadini. Ai quali invece andrebbe spiegato che la democrazia è un sistema complesso all’interno del quale ci sono regole e procedure talvolta anche elaborate. Sono convinto che il dialogo sia sempre meglio del monologo e che occorra dialogare per recuperare l’autorevolezza delle istituzioni. D’altra parte, decidere per decreto e demonizzare sia parlamentari che i partiti non conduce a una maggiore funzionalità del sistema politico; gli ultimi venti-venticinque anni lo dimostrano abbondantemente. Guardi la Prima Repubblica: vigevano delle regole condivise da tutti, dai comunisti ai democristiani, c’era l’arco costituzionale. Oggi cosa abbiamo? Abbiamo politici che fanno i venditori di tappeti e altri che chiedono la ghigliottina. È una strada che non porta lontano. Occorre invece ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e mondo politico, tra cittadini e istituzioni. So che non è facile ma non vedo alternative.

La situazione che lei descrive è anomica, ossia una situazione in cui nella società mancano regole condivise. È così?

Sì, perché manca lo spirito costituzionale. Guardi, ormai siamo in una condizione in cui ci si deve arrangiare, difendere e armare da soli. Ma lo spirito costituzionale ha ricostruito il nostro Paese nel secondo dopoguerra. Non va mai dimenticato che quando De Gasperi, dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, allontanò i socialisti e i comunisti dal governo venne domandato a Togliatti quale sarebbe stato il comportamento del suo partito. Togliatti rispose che i comunisti avrebbero fatto l’opposizione e che sì, erano fuori dal governo, ma dentro la Costituzione. Oggi un capo dell’opposizione non direbbe la stessa cosa. In buona sostanza, Togliatti sosteneva che le regole della Costituzione valevano per tutti. E quelle regole hanno funzionato. Per esempio il PCI fu fondamentale nella sconfitta del terrorismo delle Brigate Rosse. Dal mio osservatorio sindacale ho potuto verificare quanto gli esponenti del PCI si siano impegnati. E si impegnarono a fondo perché, come tutti, sentivano un senso di appartenenza alla Repubblica italiana. La quale era di tutti, non solo di chi stava al governo.

Non mi sfugge certo che la corruzione abbia indebolito fortemente lo spirito costituzionale. Intanto perché non ha riguardato solo politici e amministratori pubblici ma anche il mondo imprenditoriale. E poi perché la corruzione è rappresentata anche dal lavoro nero, dal sommerso, dall’evasione fiscale e contributiva. Ciò significa che i diritti vengono negati e questo è il dramma che vivono i giovani di oggi. Non penso che la soluzione consista nell’aumento delle pene né nel ritorno dell’uomo forte. Penso che occorra più politica, non meno politica. Una politica però che abbia un contenuto culturale, regole condivise e che sia di esempio per tutti i cittadini. Per questo occorre ridare slancio ai corpi intermedi, tra cui i partiti.

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