Istat lancia l’allarme. 816mila gli italiani emigrati all’estero, giovani con istruzione medio-alta. Cultura, scuola, lavoro la ricetta per la ripresa. I media preferiscono il “bunga bunga”

Istat lancia l’allarme. 816mila gli italiani emigrati all’estero, giovani con istruzione medio-alta. Cultura, scuola, lavoro la ricetta per la ripresa. I media preferiscono il “bunga bunga”

Davvero desolante il panorama dell’informazione italiana. Diamo un’occhiata ai quotidiani on line. Alcuni fanno prevalere la notizia che riguarda il Ruby ter, il processo in cui l’oggetto è il “bunga  bunga”, le festicciole, si fa per dire, a casa Berlusconi. Leggiamo alcuni titoli di giornaloni che ci segnalano che la Minetti  ballava nuda, l’ex presidente del Consiglio avrebbe toccato le parti intime, Emilio Fede avrebbe un ruolo. L’altra notizia, messa in sott’ordine e che non ha bisogno di alcun commento, si tratta di mala informazione, riguarda gli italiani che si trasferiscono all’estero, i nostri migranti che aumentano mentre diminuiscono  gli immigrati dall’Africa. Lo dice l’Istat che fornisce un quadro che smentisce le grida di Salvini e dei suoi accoliti sui migranti, i neri, che avrebbero invaso le nostre città. L’indagine Istat fornisce un quadro molto interessante che potrebbe diventare materiale di studio per l’ex ministro dell’Interno e per la sua alleata, che gli sta portando via voti, tal  Meloni, che si è messa in testa di ricreare il Msi di Almirante, quello che inneggiava  al razzismo.

Dalla indagine dell’Istituto di statistica si evince che sono ben 816 mila gli italiani che si sono trasferiti all’estero negli ultimi dieci anni. Oltre il 73% ha meno di 25 anni e quasi tre su quattro hanno un livello di istruzione medio alto. Il  calo degli immigrati in Italia provenienti dal continente africano nel 2018 è pari  a -17%

Dal 2009 al 2018 i saldi migratori negativi per 70 mila unità l’anno

Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila a fronte di 380 mila rimpatri, con un saldo negativo di 48 mila unità. Dal 2009 al 2018 si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni di chi si è diretto all’estero e una riduzione dei rientri (complessivamente 816 mila espatri e 333 mila rimpatri); di conseguenza, i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 70 mila unità l’anno. Vediamo le regioni da cui emigrano più italiani. C’è subito una sorpresa. La Lombardia guida le fila per le cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 22 mila, seguono Veneto e Sicilia (entrambe oltre 11 mila), Lazio (10 mila) e Piemonte (9 mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Friuli-Venezia Giulia (4 italiani su 1.000 residenti), Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta (3 italiani su 1.000), grazie anche alla posizione geografica di confine che facilita i trasferimenti con i paesi limitrofi. Tassi più contenuti si rilevano nelle Marche (2,5 per 1.000), in Veneto, Sicilia, Abruzzo e Molise (2,4 per 1.000). Le regioni con il tasso di emigratorietà con l’estero più basso sono Basilicata, Campania e Puglia, con valori pari a circa 1,3 per 1.000. Ancora, di grande interesse, dal punto di vista sociale il fatto che i flussi di cittadini italiani diretti verso l’estero provengono principalmente dalle prime quattro città metropolitane per ampiezza demografica: Roma (8 mila), Milano (6,5 mila), Torino (4 mila) e Napoli (3,5 mila); in termini relativi, tuttavia, rispetto alla popolazione italiana residente nelle province, sono Imperia e Bolzano (entrambe 3,6 per 1.000), seguite da Vicenza, Trieste e Isernia (3,1 per 1.000) ad avere i tassi di emigratorietà provinciali degli italiani più elevati; quelli più bassi si registrano invece a Parma e Matera (1 per 1.000). Ancora alcuni dati che dovrebbero far riflettere, mettendo in un angolo della storia i nostri migranti che  partivano con le valigie di cartone, imbarcandosi su navi più simili a prigioni per recarsi negli States, magari per raggiungere parenti che avevano aperto qualche pizzeria.

Nostra migrazione verso Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera, Spagna

Nel 2018 il Regno Unito continua ad accogliere la maggioranza degli italiani emigrati all’estero (21 mila), seguono Germania (18 mila), Francia (circa 14 mila), Svizzera (quasi 10 mila) e Spagna (7 mila). In questi cinque paesi si concentra complessivamente il 60% degli espatri di concittadini. Tra i paesi extra-europei, le principali mete di destinazione sono Brasile, Stati Uniti, Australia e Canada (nel complesso 18 mila). Movimenti interni,  dal Sud verso il Nord e centro  Italia, sono in lieve aumento, segnala il rapporto Istat. Sicilia e Campania perdono oltre 8.500 residenti italiani laureati di 25 anni. Terra d’Italia. Un fenomeno che dovrebbe essere studiato nei suoi vari aspetti, economici, sociali, tipo di vita riguarda  cittadini italiani di origine straniera. Nati all’estero, hanno acquisito la cittadinanza italiana, ma ora se ne vanno. Nel 2018 ammontano a circa 35 mila (30% degli espatri, +6% rispetto al 2017). Di questi, uno su tre è nato in Brasile (circa 12 mila), il 10% in Marocco, il 6% in Germania, il 4% nella ex Jugoslavia e in Bangladesh, il 3,5% in India e in Argentina.

I paesi dell’Unione europea si confermano le mete principali anche degli espatri dei “nuovi” italiani (55% dei flussi degli italiani nati all’estero). In particolare, con riferimento al collettivo dei connazionali diretti nei paesi dell’Ue, si osserva che il 17% è nato in Marocco, il 16% in Brasile, il 7% nel Bangladesh. Ancora più in dettaglio, i cittadini italiani di origine africana emigrano perlopiù in Francia (62%), quelli nati in Asia nella stragrande maggioranza si dirigono verso il Regno Unito (90%) così come fanno, ma in misura molto più contenuta, i cittadini italiani nativi dell’America Latina (26%). I cittadini nati in un paese dell’Ue invece emigrano soprattutto in Germania (42%).

Smentite le campagne di stampa di Salvini, Meloni, Forza Italia

Altri dati di grande interesse smentiscono  le campagne di stampa portate avanti da Salvini, Meloni, Forza Italia, sulle “invasioni” da parte dei neri delle nostre città. Fino al 2017 le immigrazioni sono aumentate a causa dei flussi provenienti dai paesi che guardano il Mediterraneo. Ricerca di accoglienza, per asilo e protezione umanitaria, dice Istat ma nel 2018 questi ingressi hanno subìto una battuta d’arresto. Le iscrizioni anagrafiche dall’estero più numerose provengono, in valore assoluto, da paesi europei: la Romania con 37 mila ingressi (11% del totale) si conferma il principale paese di origine seppur in deciso calo (-10% rispetto al 2017). Meno numerosi i flussi provenienti dall’Albania (oltre 18 mila) ma in forte aumento rispetto all’anno precedente (+16%). Seguono le iscrizioni da Ucraina (8 mila, -2%), Germania (oltre 7 mila, +9%) e Regno Unito (poco meno di 7 mila, +12%). Per gli ultimi due flussi si tratta prevalentemente di cittadini italiani che fanno rientro in patria dopo un soggiorno all’estero. In forte calo le immigrazioni provenienti dal continente africano, in particolare quelle provenienti da Nigeria (18 mila, -24%), Senegal (9 mila, -20 %), Gambia (6 mila, -30%), Costa d’Avorio (5 mila, -27%) e Ghana (5 mila, -25%) che durante il 2017 avevano fatto registrare aumenti record. Il Marocco è l’unico paese africano che segna una variazione positiva rispetto all’anno precedente (17 mila, +9%). Per quanto riguarda i flussi dall’area asiatica, i più consistenti sono quelli da Bangladesh e Pakistan (entrambi 13 mila, ma in calo rispettivamente di 8% e 12%), le immigrazioni dall’India invece ammontano a oltre 11 mila e aumentano del 42% rispetto al 2017. In aumento anche le iscrizioni dall’America: dal Brasile si contano circa 24 mila iscritti (+18%), dal Venezuela circa 6 mila (+43%) e dagli Stati Uniti oltre 4 mila (+16%).

L’età media degli emigrati è di 33 anni (uomini), 30 (donne)

Un capitolo della ricerca dell’Istat da seguire con particolare attenzione riguarda l’età  e livello di istruzione. Nel 2018, gli italiani espatriati sono prevalentemente uomini (56%). Fino ai 25 anni, il contingente di emigrati ed emigrate è ugualmente numeroso (entrambi 18 mila) e presenta una distribuzione per età perfettamente sovrapponibile. A partire dai 26 anni fino alle età anziane, invece, gli emigrati iniziano a essere costantemente più numerosi delle emigrate: dai 75 anni in poi le due distribuzioni tornano a sovrapporsi. L’età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne. Un emigrato su cinque ha meno di 20 anni, due su tre hanno un’età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 13%. Considerando il livello di istruzione posseduto al momento della partenza, nel 2018 più della metà dei cittadini italiani che si sono trasferiti all’estero (53%) è in possesso di un titolo di studio medio-alto: si tratta di circa 33 mila diplomati e 29 mila laureati. Rispetto all’anno precedente le numerosità dei diplomati e laureati emigrati sono in aumento (rispettivamente +1% e +6%). L’incremento è molto più consistente se si amplia lo spettro temporale: rispetto a cinque anni prima gli emigrati con titolo di studio medio-alto crescono del 45%, rispetto a 10 anni prima sono 182 mila.

Tre cittadini italiani all’estero su quattro hanno  25 anni o poco più

Quasi tre cittadini italiani su quattro trasferitisi all’estero hanno 25 anni o poco più: sono 84 mila (72% del totale degli espatriati); di essi 27 mila (32%) sono in possesso di almeno la laurea. In questa fascia d’età si riscontra una lieve differenza di genere: nel 2018 le italiane emigrate sono circa il 42% e di esse oltre il 35% è in possesso di almeno la laurea, mentre, tra gli italiani che espatriano (58%), la quota di laureati è pari al 30%. Rispetto al 2009, l’aumento degli espatri di laureati è più evidente tra le donne (+10 punti percentuali) che tra gli uomini (+7%). Tale incremento risente in parte dell’aumento contestuale dell’incidenza di donne laureate nella popolazione (dal 5,3% del 2008 al 7,5% del 2018). L’altra faccia della medaglia che ci offre l’Istat è costituita dai rimpatri: nel 2018, considerando il rientro degli italiani di 25 anni e più con almeno la laurea (13 mila), la perdita netta (differenza tra rimpatri ed espatri) di popolazione “qualificata” è di 14 mila unità. Tale perdita riferita agli ultimi dieci anni ammonta complessivamente a poco meno di 101 mila unità.

Il  report Istat continua affrontando le varie facce delle migrazioni che interessano il nostro paese. Chi viene ma soprattutto chi va. Un segnale che il governo giallorosso dovrebbe far proprio, subito, invece di perdersi in polemiche interne, di risse in particolare fra M5s e Italia Viva, con la sopportazione (fino a quando Catilina abuserai della nostra pazienza, scriveva Cicerone) di Nicola Zingaretti, il segretario del Pd. Verrebbe da dire che, a fronte dei nanetti che oggi gestiscono la politica italica, fortunatamente stanno ed è bene che restino alla opposizione, chi governa dovrebbe prendere appunti dal report Istat per tradurli in fatti, scelte politiche ed economiche. Noi, molto spesso,  siamo critici nei confronti dell’Istituto, quando in particolare rende noti i dati sull’occupazione. Crescono sempre ma si tratta di lavori temporanei,  a termine, lavoretti, mentre esplodono 160 vertenze che riguardano crisi aziendali. Questa volta Istat pone un problema di fondo. Se vanno via dall’Italia giovani uomini e giovani donne, con  un livello di istruzione medio alto, se la natalità  è a livelli sempre più bassi, se opportunità di carriera, nell’epoca della globalizzazione, di retribuzioni, si trovano all’estero, ci viene da chiederci quali saranno i protagonisti di una nuova “rivoluzione  industriale”.

“Sardine”, studio e  lavoro, giovani e anziani. La carica dei centomila di San Giovanni

Come trattenere le giovani risorse – si chiedono gli autori del report Istat –  che  costituiscono “il capitale umano indispensabile alla crescita del Paese?”. Bella domanda. Per ora non ci sono risposte. Lo studio sempre più si lega al lavoro. La cultura, la conoscenza in  senso generale, nell’epoca di grandi trasformazioni, dell’avvento dell’informatica, diventa l’ingrediente di cui non si può fare a meno. Non è un caso che di questi problemi parlino le “sardine”. Ne fanno un cavallo di battaglia, nella saldatura fra nuove e vecchie generazioni. Seguendo la piazza San Giovanni, invasa da tanti ragazzi, ventenni, meno e più, cultura, scuola lavoro possono, anzi devono, rappresentare la saldatura con quelle generazioni che si sono fatte carico dei problemi di questo paese. C’erano a San Giovanni. Solo qualche scribacchino  per parlar male delle “sardine” ha detto e scritto che in fondo c’erano  tanti vecchi. I cretini si trovano sempre. Nel mondo dell’informazione ce ne sono sempre di più. Ma la “carica” dei centomila di San Giovanni, che vogliono vivere, studiare, lavorare,  è un segnale che, mentre lasciamo la Piazza, ci rende felici, quasi allegri.

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