Roberto Biscardini. Dall’Umbria un segnale per cambiare tutto

Roberto Biscardini. Dall’Umbria un segnale per cambiare tutto

Il risultato elettorale in Umbria non avrà ricadute immediate sulle sorti del governo. E da un certo punto di vista è meglio così. Tra un governo che proponeva la flat tax e uno che propone la lotta all’evasione fiscale è sicuramente meglio il secondo. Ma speriamo che ci siano invece ricadute significative sul Pd e sull’intera sinistra, perché quel risultato è la sintesi perfetta tra la discutibile gestione del Pd a livello locale e gli errori strategici commessi dalla sinistra negli ultimi decenni. Non a caso l’elettorato della Lega ha sentito il peso dello scontro andando a votare in massa, mentre a sinistra c’è stata una diserzione diffusa, oltre a quella del M5S. Per tante ragioni, compresa la grande stupidaggine di costruire a sinistra una scelta “civica” in una campagna elettorale fortemente politicizzata sul piano nazionale. E nonostante i segni della sconfitta annunciata fossero già chiari. Alle spalle c’era il grande risultato che la destra aveva già ottenuto in Umbria alle elezioni europee e alle politiche dello scorso anno. Così come quello delle tante sconfitte che il centrosinistra aveva subito alle amministrative negli ultimi anni, compreso Perugia.

Tutti dati preoccupanti, a cui si è posto rimedio nel modo più sbagliato possibile. A partire appunto dall’aggravante che la scelta “civica” fatta dal Pd, con un candidato albergatore che votava a destra, è suonata come una resa incondizionata al modello giustizialista e populista del M5S. Peraltro le “coalizioni civiche” non solo non reggono su scala regionale, ma depotenziano ogni sforzo di tenuta identitaria dei partiti. Certo la lista del Pd c’era, ma chi erano i candidati di quella lista? Quanto e cosa rappresentavano? In una regione nella quale bene o male quel che rimaneva delle vecchie identità non doveva essere buttato via, è stato invece sacrificato sull’altare dell’antipolitica. Infine la dichiarazione secondo la quale, in caso di vittoria, nessun membro della giunta avrebbe avuto un connotato politico, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quindi, se da una parte qualcuno potrebbe ancora sostenere che per il Pd mantenere un voto che oscilla tra il 20 e il 25% è una grande cosa, dall’altra, la sconfitta in una delle regioni più rosse del paese, segna invece l’inizio del disastro. Rappresenta ciò che rimane dei suoi legami con il potere locale, ma senza alcuna capacità di essere identificato come un voto alternativo alla destra, alternativo al clima di odio sociale che sta permeando l’intero paese.

Con questo voto finisce per il Pd e la sinistra la lunga stagione che dalla Prima repubblica è arrivata fino ad oggi. Aggravata dal dilettantismo, dalla predisposizione all’incoerenza, all’incapacità di leggere i fatti, all’assuefazione al caos e all’incapacità di dare risposte strutturali ai problemi del paese. Leggere in queste ore che il Pd dedicherà i suoi prossimi sforzi a riorganizzare il “proprio” partito introducendo le consultazioni online è assolutamente devastante. Al cambio di paradigma che sta nascendo a destra, non sembra per ora esserci a sinistra alcuna consapevolezza della necessità di cambiare pressoché tutto. Per definire una nuova prospettiva e una nuova proposta politica. Abbiamo così di fronte una sinistra che ha concentrato i suoi sforzi più sul potere che sui bisogni del paese. Che ha perso qualunque legame serio con le forze del cambiamento, a livello internazionale. Che si identifica ancora con i ceti ricchi e con le loro élite. Che invece di rappresentare il lavoro ha deciso di rappresentare il mercato. Che invece di difendere la democrazia ha favorito tutte le forme di impoverimento della rappresentanza popolare, dal Parlamento ai Consigli comunali. Ha sostenuto la cultura del maggioritario, dei premi di maggioranza, dell’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di Regione, nella sostanza ha favorito la rinascita della cultura dell’uomo solo al comando. Non è stata in grado di sostituire in modo credibile la cultura della violenza con quella della solidarietà. E senza capacità di elaborazione  è sprovvista di un’idea chiara per una politica economica di crescita.

Così ha perso il suo popolo dal momento in cui non ha colto la gravità della questione sociale e del mondo del lavoro. Quando non ha voluto ammettere che ormai per molti elettori che oggi votano a destra, le peggiori leggi sui diritti dei lavoratori sono state quasi tutte fatte proprio dalla sinistra. Così per la maggioranza degli italiani è stata la sinistra a legittimare la precarietà, il lavoro senza dignità e le diseguaglianze, comprese le diseguaglianze salariali a parità di lavoro prestato. Per questo occorrerebbe partire da zero, rispondendo alla domanda e al bisogno di una sinistra che sappia far corrispondere il nome alla cosa. Ne parlano in molti, ma nessuno sembra in grado di avere la forza per dar vita ad una organizzazione politica nuova in grado di rappresentare questo bisogno. Si chiami socialista, socialdemocratica o laburista, ma certamente una sinistra che abbia il coraggio di ammettere i propri errori. E partire dal più grave di tutti, quello di essere stata antisocialista.

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