Roberto Bertoni. Le Sardine chiudono per sempre gli anni Ottanta

Roberto Bertoni. Le Sardine chiudono per sempre gli anni Ottanta
Al netto di come andranno a finire le Regionali in Emilia Romagna, una cosa è certa: a decretare la scomparsa del M5S non è stata l’anti-politica del Papeete Beach, con la sua rappresentazione machista dell’uomo forte che chiede i pieni poteri, e nemmeno i quattordici mesi di governo trascorsi insieme al suddetto personaggio, in un contesto di sottomissione  per i 5 Stelle davvero imbarazzante. E, a pensarci bene, non è stata nemmeno la svolta a destra di un ragazzo tendenzialmente conservatore, anche se, a dire il vero, caratterizzato da poche idee un bel po’ confuse come Luigi Di Maio. A sancire la fine del M5S è stato il ritorno della politica, nella piazza che, come poche altre in Italia, ne è stata l’incarnazione e il simbolo positivo. Piazza Maggiore, infatti, nella storia del nostro Paese vuol dire Dozza, Fanti, Zangheri, la miglior tradizione del comunismo emiliano, quello degli asili nido e della sanità universale, la piazza dei partigiani e lo scrigno dei valori di una città medaglia d’oro per la Resistenza. Non a caso, il politico più amato dai ragazzi di questo improvvisato ma straordinario movimento, ribattezzato ironicamente delle “Sardine” (dal nome del pesce che hanno scelto come simbolo), è Enrico Berlinguer. Il che dimostra che anche questa crisi, economica ma, soprattutto, politica e valoriale, ha avuto il merito di far sbocciare una nuova generazione, capace globalmente di ribellarsi ai dogmi di un modello di sviluppo di cui ormai da tempo si denuncia l’insostenibilità.
Basta guardarli negli occhi per rendersi conto che questi ragazzi hanno messo fuorigioco tutti. Grillo e i suoi “vaffa”, perché hanno dimostrato che si può inviare un messaggio energico alla politica senza arroganza e senza volgarità. Di Maio e i vertici del M5S, perché sono convinti, a ragione, che non basti la protesta per esprimere un’altra idea di mondo e che il chiunquismo populista produca danni non inferiori a quelli inferti alla comunità da corruzione e ladrocini. Renzi e la rottamazione leopoldina, perché questa generazione, come peraltro da queste parti sosteniamo da anni, non è minimamente attratta dall’obiettivo di un’orgia del potere generazionale, contro tutti coloro che sono venuti prima e, sostanzialmente, contro coloro che dovrebbero venire dopo, cui difatti il renzismo ha tolto ogni spazio di dibattito e di discussione. Al contrario, chiedono partecipazione, uguaglianza, diritti, dignità sociale, rispetto per le persone e un lavoro di qualità che permetta a ciascuno di costruire la propria vita, tutela dell’ambiente, del paesaggio e del territorio, un modello di sviluppo sostenibile e il conseguente accantonamento dei dogmi del liberismo blairiano: è l’opposto del renzismo, in tutto e per tutto. Di questa destra non ne parliamo proprio: un’altra intuizione che rivendichiamo è quella di aver detto per tempo che le nuove generazioni, per quanto spaesate, non sono attratte né dalla filosofia della paura di Salvini e Meloni né, meno che mai, dal berlusconismo, lontano anni luce, anche dal punto di vista estetico, dal loro vissuto e dalla loro concezione del mondo. Ciò che ci spiace dover constatare, invece, è che questi giovani danno l’impressione di essere piuttosto distanti anche dall’attuale PD e dalla cosiddetta “sinistra radicale”, cui rimproverano i cedimenti, le eccessive timidezze su temi cruciali come lo Ius soli, la mancanza di coraggio nell’esprimere una posizione chiara su qualunque argomento, le divisioni interne devastanti e, peggio di ogni altra cosa, la distanza siderale dalla realtà in cui versano milioni di ventenni e trentenni, impegnati come sono a combattere un’inutile battaglia contro se stessi, la cui autoreferenzialità è francamente intollerabile.
Spiace dirlo, ma Bonaccini e altri nomi che iniziano a circolare in vista delle prossime Regionali non sono il massimo. Incarnano la classica figura del buon funzionario di partito, con molta storia alle spalle, una discreta capacità amministrativa, grandi doti di pragmatismo, qualche generosa intuizione ma nulla di più. Può bastare per vincere qualche elezione e magari assicurare un altro lustro di buon governo alle singole realtà locali, sarebbe già tanto di questi tempi, ma non per compiere la rivoluzione di cui la sinistra, e più che mai il PD, ha bisogno come l’aria. Il Partito Democratico, così com’è, non funziona e non può funzionare, essendo nato male in una stagione ormai conclusasi da almeno un decennio. Alla base della sua costituzione c’erano, infatti, alcuni presupposti che sono venuti meno: l’antiberlusconismo, il maggioritario, il centrismo e il bipolarismo, tanto per citarne alcuni; tutti termini che nelle piazze delle Sardine, probabilmente, ricordano solo i più “anziani” mentre a un ragazzo di diciotto-vent’anni non dicono nulla o quasi. Il PD va sciolto, senza rottamazioni di sorta ma senza neanche negare l’evidenza, ossia che si è trattato di un errore storico che solo ora, finalmente, comincia a generare una reazione positiva all’insegna dell’amore per la politica. Perché questi ragazzi non vogliono l’odio, non vogliono essere per forza anti-qualcuno, non credono che la democrazia sia un costo, non apprezzano l’incompetenza: vogliono essere cittadini globali di una stagione ricca di insidie ma, al tempo stesso, di opportunità, mandando in soffitta la stantia retorica del merito che è servita unicamente ad accrescere le diseguaglianze e a togliere voce ai più deboli.
Sbagliano anche quei commentatori che pensano di poterli paragonare ad alcune nobili esperienze della società civile degli anni precedenti: i Girotondi, ad esempio, ncquero in una stagione in cui i partiti, sia pur già indeboliti, erano ancora solidi, al pari dei sindacati, tanto che il leader cui si sarebbero voluti affidare per chiudere, già allora, i conti col blairismo all’interno dei DS era Sergio Cofferati. Avevano ragione, ma parliamo di quindici anni fa: oggi il vero leader di questi ragazzi è la realtà. Una realtà drammatica, eppure affascinante. Una realtà che li ha presi per mano e guidati a compiere un atto rivoluzionario: riconquistare la piazza, la politica, la passione civile e l’amore per i beni comuni, oltretutto con una leggerezza quasi calviniana, senza prendersi troppo sul serio, senza pensare subito a chi dovrà essere il capo e il vicecapo di quello che è, a tutti gli effetti, un soggetto politico. Il punto ora è vedere se questa meravigliosa energia civica riuscirà a trovare degli interlocutori all’altezza. Ci vorrebbe un Sanders italiano e potrebbe essere Pierluigi Bersani, essendo una personalità di grande esperienza e levatura morale che, prima e meglio di altre, ha fatto ammenda per gli errori compiuti dai DS negli anni in cui si vergognavano continuamente di essere stati di sinistra, fino a generare il vuoto in cui poi si è inserito il grillismo e, successivamente, Renzi.
Le Sardine, lo scorso 14 novembre, hanno chiuso per sempre gli anni Ottanta, con il loro carico di miseria morale, fatuità, assenza di contenuti, edonismo in stile Reagan e sistematica umiliazione dei diritti umani. Hanno rivolto a quel decennio barbaro il “vaffa” che si merita e a tutti i suoi interpreti, che non a caso in quegli anni hanno raggiunto l’apice del successo (Berlusconi e Grillo) o cominciato ad affacciarsi alla vita pubblica (tutti gli altri), un cordiale invito a fare altrettanto. Non è la fine della storia e nemmeno l’anno zero: è una comunità che si mette in cammino e si batte insieme per dei princìpi, il che spiega molto bene per quale motivo siano nate nella terra dei partigiani e di alcuni delle più sanguinose stragi nazi-fasciste. Come tutte le rivoluzioni vere e dal basso non urla: semmai ride, anche di se stessa.
Share