Rapporto Osservatorio Legambiente: cambiamenti climatici. Emergenza nelle principali città italiane. “Invertire il rapporto di spesa tra la riparazione dei danni e la prevenzione, oggi 4 a 1”

Rapporto Osservatorio Legambiente: cambiamenti climatici. Emergenza nelle principali città italiane. “Invertire il rapporto di spesa tra la riparazione dei danni e la prevenzione, oggi 4 a 1”

Le importanti grandinate, le piogge torrenziali, le trombe d’aria nelle zone costiere, i picchi di calore estivi sono fenomeni sulla cui origine neanche più riflettiamo, ma di fatto ne subiamo implacabilmente le conseguenze, ricostruendo case, ponti e strade laddove possibile e limitandoci solo a costatarne i danni nelle circostanze più gravi. I contesti più a rischio sono i centri abitati, nel pieno occhio del mirino delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Negli ultimi giorni, eventi meteorologici estremi che si sono abbattuti su molti territori con sempre maggior frequenza hanno richiesto l’intervento delle forze di soccorso nelle principali città italiane: l’acqua alta a Venezia, le piogge a Roma che hanno bloccato la circolazione, Matera e Pisa. E ancora, Genova, Napoli, Palermo, Catania, Bari, Torino, Reggio Calabria. Tali conseguenze sono destinate ad aumentare, insieme alle stime dei danni. A tal proposito, il Rapporto redatto dall’Osservatorio Legambiente, realizzato in collaborazione con il Gruppo Unipol, ci restituisce una fedele fotografia della situazione attuale nelle principali aree urbane, con l’obiettivo di raccogliere e mappare le informazioni sui danni provocati in Italia dai fenomeni climatici, di contribuire ad analisi e approfondimenti sul territorio italiano, oltre a condividere analisi e studi internazionali e esperienze di piani e progetti di città, paesi, Regioni.

Dati alla mano: dal 2010 a inizio novembre 2019 danni rilevanti in 350 Comuni dovuti al maltempo, 73 giorni di stop a metro e treni, 72 giorni di blackout elettrici. Anche i picchi di calore mettono a serio rischio la salute dei cittadini. Uno studio epidemiologico realizzato su 21 città italiane ha evidenziato l’incremento percentuale della mortalità giornaliera associata alle ondate di calore con 23.880 morti tra il 2005 e il 2016, con maggior rilevanza nella popolazione anziana, ma minima riduzione negli ultimi anni attribuibile agli interventi di allerta attivati. Secondo una ricerca del progetto Copernicus european health su 9 città europee, nel periodo 2021-2050 vi sarà un incremento medio dei giorni di ondate di calore tra il 370 e il 400%, con un ulteriore aumento nel periodo 2050-2080 fino al 1100%. Questo porterà, ad esempio, a Roma da 2 a 28 giorni di ondate di calore in media all’anno. La conseguenza sul numero di decessi legati alle ondate di calore sarà molto rilevante: da una media di 18 si passerebbe a 47-85 al 2050 e a 135-388 al 2080. Secondo l’Osservatorio meteorologico Milano Duomo, la temperatura in aumento causerà picchi a Milano con +1,5 gradi, a Bari (+1) e Bologna (+0,9) a fronte di una media nazionale delle aree urbane di +0,8 gradi centigradi nel periodo 2001-2018 rispetto alla media del periodo 1971-2000.

Interventi: l’Italia è l’unico Paese europeo senza piano di adattamento al clima

In certi casi risulta fondamentale avere un’esatta conoscenza delle zone urbane a maggior rischio, in modo tale da poter, in una visione sul breve, intervenire prontamente per salvare vite umane e limitare i danni e, in previsione del futuro, pianificare indirizzando i mezzi e gli sforzi verso obiettivi mirati e conosciuti. “Siamo l’unico grande Paese europeo senza un piano di adattamento al clima – ha affermato un referente Legambiente – Invertire il rapporto di spesa tra la riparazione dei danni e la prevenzione, oggi 4 a 1”. Nel 2014 è stata approvata la Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e, per dargli attuazione, doveva essere approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Dopo cinque anni siamo ancora in attesa che si passi dal campo degli studi a uno strumento capace di fissare le priorità e orientare in modo efficace le politiche. Legambiente chiede al governo di approvare quanto prima il Piano di adattamento e di mettere le città al centro delle priorità di intervento. Inoltre occorre fermare le costruzioni in aree a rischio idrogeologico che continuano a mettere in pericolo la vita delle persone, soprattutto in riferimento ai tombamenti che i comuni realizzano, emersi dal Rapporto Ecosistema Rischio di Legambiente. Gli interventi attuabili, infatti, devono tener conto da un lato dell’aspetto applicativo nel concreto, per quanto riguarda la conformazione del territorio soprattutto, dall’altro dell’aspetto conseguenziale, sfruttando e convertendo le risorse a disposizione a favore della biodiversità, per esempio. Dal 2010 ad oggi, sono 563 gli eventi registrati sulla mappa del rischio climatico, con 350 Comuni in cui sono avvenuti impatti rilevanti. Nel 2018, il nostro paese è stato colpito da 148 eventi estremi, che hanno causato 32 vittime e oltre 4.500 sfollati, un bilancio di molto superiore alla media calcolata negli ultimi cinque anni. Dal 2014 al 2018 le sole inondazioni hanno provocato in Italia la morte di 68 persone.

Costi: 5,6 miliardi di euro spesi tra 1998 e 2018 in progettazione e realizzazione di opere di prevenzione del rischio idrogeologico

Sul fronte dei costi: l’Italia dal 1998 al 2018 ha speso, secondo dati Ispra, circa 5,6 miliardi di euro (300 milioni all’anno) in progettazione e realizzazione di opere di prevenzione del rischio idrogeologico, a fronte di circa 20 miliardi di euro spesi per “riparare” i danni del dissesto, secondo dati del CNR e dellaProtezione civile (un miliardo all’anno in media, considerando che dal 1944 ad oggi sono stati spesi 75 miliardi di euro). Il rapporto tra prevenzione e riparazione è insomma di uno a quattro. Ad Agosto è stato approvato il Piano stralcio 2019 che individua e finanzia le opere immediatamente cantierabili nell’anno, scelte in base agli elenchi forniti in conferenza dei servizi dalle Regioni interessate. Il Piano lavora in continuità con gli anni precedenti riguardo il recepimento e la stabilizzazione delle risorse necessarie alla pianificazione contro il dissesto idrogeologico, ma ancora non è riuscito a uscire della logica di una visione puntuale ed emergenziale del problema: si conferma una programmazione per Regioni che solo per sommatoria diverrebbe di “bacino” e non il contrario. Inoltre, non viene mai menzionata la necessità che gli interventi di mitigazione del rischio debbano essere rivisti (specialmente se vecchi) in funzione del cambiamento climatico che stiamo vivendo e agli effetti che si manifestano sui territori. Così come non viene considerata, al di fuori delle opere strutturali, la necessità di imporre lo stop al consumo di suolo come misura efficace per mitigare gli effetti del rischio. Da considerarsi una scelta anche il non intervento per fermare gli impatti del clima, le cui conseguenze le vediamo oggi solo in minima parte. Secondo alcune stime, in Italia, se l’Accordo di Parigi non sarà rispettato, i danni economici potrebbero far calare del 7% il PIL pro-capite. Mentre in Russia potrebbe scendere dell’8,93%, negli Stati Uniti del 10,52% e in Canada circa del 13%.

A Napoli l’XI a Congresso Legambiente: si farà il punto sulle politiche europee di adattamento e piani per aree urbane

A Napoli si terrà nel weekend l’XI Congresso di Legambiente, occasione per fare il punto sul quadro delle informazioni disponibili e sulle politiche europee di adattamento e i piani per le aree urbane italiane con esperti del settore. Tra i partecipanti Roberto Morassut, sottosegretario Ministero dell’Ambiente, Valentina Orioli, assessore all’Urbanistica e ambiente del Comune di Bologna, Maria Luisa Parmigiani, responsabile sostenibilità Gruppo Unipol, Erasmo D’Angelis, segretario Autorità di bacino Appennino centrale, Fabrizio Curcio, capo Dipartimento Casa Italia, Edoardo Zanchini e Andrea Minutolo, rispettivamente vice presidente e coordinatore scientifico di Legambiente. “Tutte città, molte delle quali metropolitane – commenta Andrea Minutolo, coordinatore scientifico di Legambiente – da cui bisogna ripartire con un nuovo approccio culturale e progettuale che garantisca al tempo stesso la riduzione del rischio idraulico e l’adattamento al cambiamento climatico. Per parlare veramente di mitigazione del rischio idrogeologico l’approccio meramente strutturale messo in campo negli ultimi venti anni basati su concetti come ‘tempo di ritorno’ o ‘evento duecentennale’ non basta più. Gli interventi programmati e che si stanno per finanziare non sono quindi più adatti perché rispondono esattamente a quelle logiche ormai superate e rivelatesi poco efficaci”.

Il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini ha dichiarato: “Di fronte a processi di questa dimensione in Italia e nel mondo abbiamo bisogno di un salto di scala nell’analisi e nelle politiche – dichiara il vice presidente – di sicuro è necessaria una forte accelerazione delle politiche di mitigazione del clima, per invertire la curva delle emissioni di gas serra come previsto dall’Accordo di Parigi. Ma in parallelo dobbiamo preparare i territori, le aree agricole e in particolare le città a impatti senza precedenti. Il problema è che il nostro Paese non è pronto e non ha ancora deciso di rendere questi interventi prioritari, fornendo strumenti e risorse alle città italiane”.

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