Pietro Folena. Il mio 9 novembre 1989

Pietro Folena. Il mio 9 novembre 1989

Il 9 novembre 1989 ero in Corso Calatafimi, a Palermo, nella sede del Comitato Regionale del PCI che dirigevo. Avevo 32 anni. Ero arrivato, catapultato da Roma nel marzo precedente, a dirigere un Partito in crisi di credibilità sociale e morale. Avevo lasciato da poco la guida della FGCI, anche per ragioni personali. Mia madre, a cui ero fortissimamente legato, si era gravemente ammalata, e poi scomparve nel luglio di quell’anno durissimo.

In quel clima, di una forza che con la mia direzione stava radicalmente spingendo per un rinnovamento del Partito, con una robusta – a tratti drammatica – rottura interna, arrivò la notizia. Era un giovedì, di un mite autunno siciliano. L’impreparato ministro della Propaganda della DDR (la ex Germania Democratica), Guenther Schabowski, diede all’opinione pubblica, e ai cittadini del suo Paese, la notizia improvvisa dell’apertura delle frontiere, che avrebbe in poche ore travolto il plumbeo Muro di Berlino. In seguito ad un malinteso, Schabowski annunciò in una trasmissione in diretta che tutte le norme proibizionistiche per i viaggi all’estero erano state revocate con effetto immediato (ab sofort). Decine di migliaia di persone si recarono ai posti di frontiera e le guardie furono costrette ad aprire i varchi.

In quell’ “ab sofort”, c’era la metafora del tragico fallimento dei sistemi comunisti. Qualche mese prima c’era stata la feroce repressione da parte del regime cinese dei giovani a Piazza Tienanmen.

Poi arrivò la domenica 12 novembre, con l’iniziativa di Achille Occhetto alla Bolognina, da lui ricordata in questi giorni, e cominciò un’altra storia. La notizia arrivò in un baleno, senza che alcuno di noi – che tuttavia sentiva avvicinarsi il momento di decisioni cruciali – ne avesse notizia. Il lunedi cominciò lo schieramento interno. Senza esitazioni scelsi la strada del cambiamento. Insieme ad altri, tuttavia, avremmo voluto un cambiamento con un segno di sinistra, e non con l’idea che col crollo del Muro finisse tutta una storia. In Sicilia tutto si complicò, tra forze del rinnovamento locale impegnate sui due grandi fronti nazionali fra di loro opposti (il Sì e il No alla svolta), così come successe per chi invece difendeva l’assetto precedente.

La svolta operata dal PCI all’indomani del crollo del Muro rappresentava plasticamente l’idea che la diversità di Enrico Berlinguer e del comunismo italiano, rispetto a quello sovietico e internazionale, in fin dei conti non era stata così rilevante. Cambiando nome e aprendo un cammino nuovo si accettava il paradigma del fatto che il Muro fosse crollato anche sulla storia del PCI. D’altra parte, non aver cambiato prima e aperto orizzonti che separassero totalmente la storia del PCI da quella dello stalinismo aveva scoperto questo tallone.

Il PDS nasceva così come una formazione politica senza un preciso aggancio culturale e ideale, con una fortissima  fragilità nel proprio impianto; finiva con l’interiorizzare, nel suo gruppo dirigente, in forme quasi patologiche, un’opzione moderata come l’unica strada possibile per vincere e governare. Il pensiero liberista temperato (basti rivedere saggi, riflessioni e proposte degli anni ‘90) attecchì con grande rapidità proprio su questo ceppo. L’ossessione prevalente in casa dell’ex-PCI, ai fini di una propria legittimazione di governo, è stata e per molti versi oggi rimane ancora oggi nel PD, quella di negare la propria identità di sinistra, e per qualcuno persino le proprie origini.

La fine della sinistra del Novecento non nasceva dalla fine delle ragioni – ideali, principi, valori – della sinistra. Quelle ragioni non solo esistevano ancora nella realtà e nel mondo – come si è visto nei trent’anni successivi -; ma anzi, l’assenza di una forza globale che si ponesse il problema di contrastare lo strapotere finanziario e dei grandi brand mondiali – la nuova brandocrazia -, ha contribuito ad accentuare drammaticamente le diseguaglianze, la distruzione ambientale, le ingiustizie. Solo il movimento di critica alla globalizzazione si è posto, dieci anni dopo l’89, il problema; e poi Francesco, il papa arrivato dalla fine del mondo; e oggi  tutte le forme di lotta alle ingiustizie sociali,  Fridays for Future, MeToo, i movimenti per i migranti. Ma il vuoto politico è stato finora riempito dai nuovi populismi, classici fenomeni di transizione tra “il vecchio che muore e il nuovo che non può nascere”, come scriveva in una nota del 1930 dei Quaderni Antonio Gramsci.

Da qui ora bisognerebbe partire. Anche per abbattere i nuovi  muri, che sono stati costruiti o che si stanno costruendo. Ma questa è un’altra storia.

Da fortebraccionews.wordpress.it

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