Nuccio Iovene. Venezia, la storia del Mose, esempio dell’ideologia nefasta delle grandi opere

Nuccio Iovene. Venezia, la storia del Mose, esempio dell’ideologia nefasta delle grandi opere

Dopo il record negativo del 4 novembre 1966 con i suoi 194 centimetri, a distanza di oltre cinquant’anni, il 12 novembre scorso è tornato a Venezia e nella sua laguna l’incubo dell’allagamento a seguito del fenomeno  dell’acqua alta che si è fermata questa volta solo pochi centimetri al di sotto del livello di allora, 187. I danni sono stati enormi e la situazione da giorni è allarmante e continua ad essere grave. Insieme ai danni, al terribile colpo inferto ad una città unica al mondo ed ai suoi abitanti, le vicende di questi giorni hanno riaperto antiche ferite e ne hanno mostrate di nuove, per lo più rimosse o volutamente archiviate. Dalla conferma dei cambiamenti climatici e degli effetti catastrofici sempre più frequenti che ne derivano alle scelte scellerate compiute in nome della difesa della laguna e di Venezia, dopo un ventennio ancora non completate e la cui efficacia è ancora tutta da dimostrare, ed emblematiche di un approccio tutto italiano e tutto sbagliato sui lavori pubblici.

Una ideologia vera e propria quella fatta circolare in questi anni sulle cosiddette “grandi opere” che ha teso a cancellare tutte le obiezioni, le preoccupazioni sulla loro efficacia, sui loro effettivi costi e sul loro reale impatto ambientale anche quando queste venivano avanti da fonti autorevolissime, che ha alimentato un sistema perverso fondato sullo spreco e la corruzione ed ha impedito una discussione vera, serena e pienamente consapevole sulle scelte da compiere. Dal nord al sud, dal Mose al ponte sullo stretto di Messina, all’Italia è stata promessa per lungo tempo (e ancora si continua) una stagione di opere faraoniche portatrici di futuro, lavoro e benessere ovviamente sempre senza fare realmente e fino in fondo i conti con la loro utilità, con la loro sostenibilità economica e ambientale, e sottovalutando sempre il loro impatto criminogeno. In queste ore a seguire le cronache su Venezia c’era da rimanere allibiti, a dimostrazione di come sia facile far dimenticare ruoli e responsabilità. Il leghista Zaia, presidente della regione Veneto già da nove anni e nei cinque anni precedenti vicepresidente della regione al seguito dell’altro leghista Galan arrestato e condannato proprio per le tangenti relative al Mose, nonché ministro nell’ultimo governo Berlusconi chiedeva, non si capisce bene a chi, il perché il Mose non fosse ancora funzionante. Paradossale, assurdo, ma purtroppo concesso senza che nessuno lo bloccasse per chiedere invece conto a lui ed ai suoi sodali.

Basta fare un rapido riepilogo per rendersi conto di quanti danni si siano fatti, e si continuino a fare, a Venezia e ai veneziani e alle tasche di tutti gli italiani. Fu proprio l’allagamento del 1966 a far emergere l’esigenza di dotare la laguna di una “efficace difesa dal mare”. Dopo varie leggi speciali e concorsi finiti nel nulla nel 1984 si affida al Consorzio Venezia Nuova la progettazione e la realizzazione degli interventi necessari. Si arriva, dopo diversi passaggi, al 2002 con il progetto definitivo del Mose e l’anno successivo, il 2003, Berlusconi al governo, partono i lavori. Ad oggi, dopo 16 anni e numerosi rinvii rispetto al termine dei lavori previsto, lo stato di avanzamento della realizzazione dell’opera è al 94%, il costo ha superato i 5 miliardi e mezzo di euro, e la consegna definitiva  è prevista solo per il 31 dicembre 2021, ancora due anni. Nel frattempo a partire dal 2013 ed in particolare nel 2014 viene scoperchiato un sistema corruttivo che ha riguardato politici, a cominciare proprio da Galan e dall’allora ministro delle infrastrutture Matteoli, imprenditori e funzionari pubblici e che ha riguardato decine e decine di milioni di euro il cui cuore era appunto il Consorzio Venezia Nuova. Tutto questo mentre il comune di Venezia, con l’allora sindaco Cacciari, provava fin dall’inizio a far valutare, senza successo e nell’ostracismo della destra, e nella sordità anche del centrosinistra dell’epoca, ipotesi diverse assai meno costose e più adeguate alla fragilità del sistema lagunare e lo stesso hanno provato a fare le associazioni ambientaliste, esperti di varie università, comitati di cittadini.

E così nel novembre del 2019 Venezia è ancora sommersa dalle acque, il Mose non è completato ma già in parte malmesso per l’usura da parte del tempo e del mare, mentre restano tutti interi i dubbi sulla sua efficacia ed adeguatezza anche alla luce dei cambiamenti climatici, e i costi di manutenzione a pieno regime si valutano in circa 100 milioni di euro l’anno che nessuno dice a carico di chi saranno. A prevalere in questa storia non è stato il bene comune ma l’interesse privato, l’enorme fonte di risorse alla quale attingere per arricchimenti illeciti e finanziamento del consenso elettorale, il tutto costruito su una narrazione che magnifica le mastodontiche ed avveniristiche soluzioni tecniche delle dighe mobili (a prescindere dai costi, dai tempi di realizzazione, dalla loro effettiva efficacia e dal loro impatto ambientale) e mettendo a tacere ogni possibile alternativa, con un centrodestra agguerrito ed interessato a sostegno di queste tesi e un centrosinistra in larga misura subalterno. Anche per questa via si capisce come siamo arrivati, dal punto di vista politico, a questo punto.

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