M5S in fibrillazione decide su Rousseau di entrare nelle elezioni di Emilia e Calabria. Ma è su prescrizione e proporzionale che litiga col Pd, mentre Calenda si fa il partito

M5S in fibrillazione decide su Rousseau di entrare nelle elezioni di Emilia e Calabria. Ma è su prescrizione e proporzionale che litiga col Pd, mentre Calenda si fa il partito

Alla domanda “Vuoi che il MoVimento 5 Stelle osservi una pausa elettorale fino a marzo per preparare gli Stati Generali evitando di partecipare alle elezioni di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria?”, 8.025 iscritti hanno risposto sì (ovvero il 29,4%), 19.248 hanno risposto no (ovvero il 70,6%). Sono state espresse 27.273 preferenze su un totale di 125.018 aventi diritto al voto. Il Movimento Cinque stelle in subbuglio e in piena crisi di identità,  dunque vota sì alla presentazione di lista e candidati alle elezioni regionali del prossimo 26 gennaio 2020 in Emilia Romagna e Calabria, dopo la decisione da parte di Luigi Di Maio di affidare al voto della piattaforma Rousseau la scelta se partecipare o meno alle regionali in Emilia Romagna e in Calabria. Il dissenso arriva al punto da alimentare l’ipotesi di un clamoroso gesto di ribellione degli emiliano-romagnoli nei confronti del capo nazionale. Come spiega un parlamentare, chiedendo di mantenere l’anonimato, “non è affatto escluso che se vincono i sì, poi non si presenti una lista che rimanda al Movimento Cinque Stelle. Il Movimento è una cosa seria. Non è acqua fresca. E’ dura incrociare le braccia, dopo che hai fatto tanto”. Nell’ipotesi avrebbero tempo fino alla metà di dicembre e non dovrebbero neppure raccogliere le firme, avendo una rappresentanza in consiglio regionale. Non potrebbero però disporre del simbolo. Che la previsione si realizzi o meno, di certo ribolle la rabbia di chi ha preso la decisione di Di Maio come un veto calato dall’alto. E non solo a Bologna. Roberta Lombardi affida a facebook una riflessione che è più di uno sfogo. “Chi si nasconde dietro un quesito mal posto e scritto in maniera fuorviante che umilia uno strumento straordinario come Rousseau, chi sponsorizza il non voto evitando addirittura di presentarsi alle elezioni, rinnega lo spirito stesso del Movimento5Stelle che ha fatto della partecipazione e della cittadinanza attiva la propria colonna portante e la propria cifra distintiva”, scrive. Secondo Lombardi il M5s deve puntare a tutelare l’identità originaria “perché se cerchi di piacere a tutti, alla fine non piaci più a nessuno. Se non sai dire dei sani, spigolosi ‘no’ per difendere te stesso, la tua identità e la tua coerenza, le persone non sanno più chi sei. Gli spigoli ti conferiscono una personalità. E se le persone non sanno chi sei, non ti scelgono. E se non hai saputo dire dei ‘no’ ad una parte, ora è poco credibile che tu li dica solo nei confronti di un’altra e che in più ti ci nasconda dietro. O sei te stesso sempre, o mai”.

Ma sono gli emiliano-romagnoli i più infuriati.

Danno per scontato che a decidere sia stato Di Maio. Contraria alla “pausa elettorale”, ovvero alla non partecipazione col simbolo del M5S è la vicepresidente della camera, Maria Edera Spadoni, che interpreta gli umori della base. “L’Emilia Romagna è stata la culla del Movimento 5 Stelle dieci anni fa e combatte con la Calabria la lotta al cancro della ‘ndrangheta. Insieme vogliamo continuare a combattere per queste due splendide regioni, eleggendo le nostre sentinelle”, scrive su twitter lanciando anche l’hashtag “#IodicoNo alla pausa elettorale!”. La pagina facebook degli attivisti locali è una lunga ininterrotta sequela di “No alla pausa elettorale”. Scelta condivisa da Salvatore Ardito: “Io ho votato no! Perché a noi della percentuale del voto non interessa, ma interessa rappresentare tutti gli attivisti ed i sostenitori che da ormai 10 anni in Emilia-Romagna ci mettono non solo la faccia ma anche qualcos’altro”, dice a scanso di equivoci. Si realizza anche un inedito asse emiliano-calabrese. Lo propone ad esempio Valentina Pastena: “Da attivista calabrese confermo a gran voce che vogliamo esserci. Stiamo lavorando da tempo sul programma, abbiamo studiato, approfondito, esaminato le problematiche più ingenti che attanagliano la nostra regione, la gente confida in noi! Non vogliamo nessuna pausa, vogliamo l’opportunità di lottare per il bene della nostra terra”. Per Francesco Serra “la pausa la dovrebbe fare il capo politico, lasciando il posto a chi possa seguire il movimento. Non è possibile fare il leader e il ministro degli esteri”. Interpreta la consultazione in chiave interna anche Antonio Castaldo: “Io ho votato no. Bisogna fermare la deriva dimaiana. E subito”, dice. Altri contestano l’assunto di fondo per cui la pausa elettorale del M5s sulle regionali consentirebbe al governo di durare. “Tanto a gennaio il governo cade lo stesso, vogliono cancellare la legge spazzacorrotti e riforma prescrizione”, è il parere di Carlo Marzo.

E in attesa dell’ex Ilva, Pd e M5S litigano su riforma della prescrizione legge elettorale

“Senza un accordo su come accelerare il processo diventa inevitabile il rinvio della legge di Bonafede sulla prescrizione”. Dopo l’ennesima fumata nera sulla riforma della giustizia, andata in scena nel vertice di maggioranza di martedì sera a palazzo Chigi, è il vicesegretario Pd Andrea Orlando a mettere le cose in chiaro e avvertire gli alleati pentastellati. “Se la prescrizione viene bloccata dopo la sentenza di primo grado, lo Stato si deve assumere l’onere di garantire ai cittadini tempi certi del processo”, è la linea del numero due del Nazareno. I dem non vogliono rompere. Su questo, è sicuro Orlando, “non salterà il governo”, ma, insiste, “credo sia interesse di Bonafede trovare un accordo, altrimenti in Aula quel punto sarà cambiato inevitabilmente”. Dello stesso avviso anche il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis: “L’impegno è trovare una soluzione, dal momento che tutti concordiamo che un processo non possa avere una durata illimitata – premette – Anche perché sarebbe in contrasto con la ragionevole durata sancita dalla Costituzione. Nessuno dice il contrario e per questo penso che raggiungeremo un accordo. Basta attenersi al merito degli argomenti, senza concessioni alla propaganda che non è mai foriera di buone leggi. Soprattutto nel campo della giustizia”. I dem reputano “insufficiente” la proposta presentata da Bonafede del corso dell’ultimo incontro che ha messo sul tavolo la corsia preferenziale nel grado di appello se in primo grado ci fosse assoluzione e il massimo dell’indennizzo previsto dalla legge Pinto a chi dovesse essere condannato in appello se si sforassero i tempi previsti. “Non sono antidoti veri a dare ai processi tempi certi”, è il ragionamento. Nel corso del faccia a faccia a palazzo Chigi la delegazione Pd composta da Giorgis, Bordo e Bazoli ha proposto di dare un tempo diverso a seconda dei processi, un massimo di durata. “Se non rispetta i tempi la competenza va al procuratore generale, se i tempi sono più lunghi si può pensare alla riduzione delle pene o estinguere il processo”, spiega Orlando. In assenza di un accordo sui tempi, è la linea del Nazareno, l’entrata in vigore della prescrizione il prossimo primo gennaio, così come previsto dalla legge ‘Spazza corrotti’, va rinviata.

Analogamente, sulla legge elettorale il lavoro della maggioranza registra una prima, significativa, impasse. Se sul calendario e i paletti dentro cui muoversi per riscrivere il sistema di voto al primo incontro c’era stata un’intesa di massima, il secondo vertice che si è tenuto mercoledì sera tra i capigruppo di Pd, Leu, Iv e M5s e il ministro delle Riforme, Federico D’Incà, viene definito “interlocutorio” da alcuni, “istruttorio” da altri. Il Pd, riferiscono fonti dem, insiste per il doppio turno, la più logica e funzionale delle soluzioni possibili, e chiarisce che l’alternativa in campo – proporzionale con soglia alta – può prenderla in esame solo con certezze assolute su forte selettività dello sbarramento, esplicito o implicito che sia. La cosa sicura è che il Rosatellum, fonte di assurdità dopo riduzione dei parlamentari, andrà in soffitta. Ma il doppio turno non convince tutti gli alleati e nemmeno tutto il Pd. In ogni caso la breve riunione di ieri sera, durata meno di due ore, spiegano, non sarebbe stata determinante. C’è probabilmente l’esigenza per i dem di fare pressione sugli alleati e al proprio interno, anche a causa di un inedito asse a favore delle preferenze tra M5s e Italia Viva. Il punto di caduta, spiegano, dopo aver verificato gli scenari possibili, potrebbe essere un proporzionale con sbarramento tra il 4 e il 5%. Una soglia che convince sia Leu che il partito di Renzi. Il prossimo vertice sulla legge elettorale non è ancora stato fissato e comunque non sarà prima dell’inizio di dicembre visto il fitto calendario dei lavori sulla manovra. In teoria la scadenza per depositare il testo è il 20 dicembre e fino a quella data ci sarà tempo per discutere di soglia e collegi, due aspetti su cui a questo punto ci dovrà essere un chiarimento anche all’interno dei partiti.

E Calenda presenta il “suo” partito, “Azione”

“Non siamo condannati a scegliere il male minore”. E’ una sorta di mantra, quello con cui l’ex-ministro ed eurodeputato Carlo Calenda ha tenuto a battesimo giovedì alla sede della Stampa Estera a Roma ‘Azione’, il suo nuovo movimento politico. Davanti ai cronisti stranieri, Calenda ha svelato il simbolo e la grafica, con la scritta bianca ‘Azione’ su uno sfondo blu e con una freccia che ne attraversa la “A” da sinistra a destra. Con lui, tra gli altri, il senatore ex-Pd Matteo Richetti, che ha aderito al nuovo soggetto. Un soggetto, come ha spiegato l’ex-ministro, che ambisce a raccogliere la gloriosa eredità del Partito d’Azione e a trovare una sintesi tra visioni convenzionalmente considerate di destra e di sinistra. E che si propone obiettivi ambiziosi, se è vero che il suo fondatore ha già fatto sapere che “l’Italia di tutto ha bisogno tranne che arrivi un altro bullo che dice ‘adesso faccio io, risolvo io’. Non faccio lo sbruffone, dico solo che se saremo al 3% – ha aggiunto – non saremo alle elezioni”. Alla base dell’elaborazione politica e della scelta di creare Azione, per Calenda c’è il rifiuto dell’attuale assetto e dei protagonisti della politica italiana, a partire dal suo ex-premier Matteo Renzi e dal segretario del Pd Nicola Zingaretti, assieme al quale si era presentato alle ultime Europee.

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