Intervista a Paolo Ciofi a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Il Pd e la necessità di un cambiamento di fondo. Parte seconda

Intervista a Paolo Ciofi a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Il Pd e la necessità di un cambiamento di fondo. Parte seconda

Muro di Berlino, la caduta, continua il dibattito sui media, in particolare su quelli tedeschi. Si confrontano opinioni , c’è chi prova in Italia ad “attualizzare” il dibattito,  trasferendo all’oggi quello che è avvenuto trent’anni fa.  Abbiamo chiesto  un contributo al dibattito aperto anche in Italia a  Paolo Ciofi,  economista e saggista, nel Pci fino al suo scioglimento, deputato dal1983 al 1987, oggi presidente di Futura Umanità (Associazione per la storia e la memoria del Pci).  Di seguito la seconda parte dell’intervista di Amedeo Gasparini.

Vorrei parlare con lei di alcuni personaggi importanti dell’epoca, a partire da Francesco Cossiga. Cossiga piccona il sistema: come lo vedevate e come lo giudica?

L’atteggiamento di Cossiga è l’atteggiamento di chi comprende che la situazione italiana sta in un passaggio molto stretto e difficile, ma le risposte che lui dà sono sbagliate, perché vanno nella direzione di indebolire il sistema parlamentare. Facendo assumere alla Presidenza della Repubblica un ruolo che non è quello costituzionale.

E il suo successore, Scalfaro?

Penso che Scalfaro fosse un conservatore che credeva nella democrazia costituzionale. Durante la sua presidenza ha lottato per difendere la Costituzione, in particolare la centralità del Parlamento. Peraltro fortemente indebolita dalla legge elettorale maggioritaria, con la quale si compie la trasformazione dei partiti politici in comitati elettorali. Scalfaro ha svolto una funzione positiva, sebbene non sia riuscito a rovesciare il processo che ha portato alla completa affermazione di un uomo del capitale come Berlusconi. In qualità di Capo del governo, che ha riunito in sé il potere economico, il potere politico e il potere culturale-mediatico, Berlusconi è una figura emblematica di quel passaggio storico che ha portato alla presa diretta del potere da parte del capitale, nell’ambito di un sistema politico monoclasse. Da questo punto di vista non è un personaggio anomalo, ma un anticipatore. La sua affermazione ha dimostrato che l’Italia si è rivelata, come in altre circostanze, un inedito laboratorio politico di cui la sinistra ha capito poco o nulla. Il Cavaliere di Arcore fu considerato un uomo d’affari senza scrupoli e/o uno spericolato uomo d’immagine, ma in realtà quel piccolo borghese capitalista dalle origini oscure, che si vendeva liberale, intendeva manomettere le basi stesse della Repubblica democratica. Lo dichiarò di fronte alla Confindustria sin dall’inizio della sua discesa in campo, quando sostenne che occorre cambiare la Costituzione perché non tutela l’impresa. Il suo disegno era quello di costruire un sistema presidenziale e una Repubblica non più fondata sul lavoro, bensì sul capitale. Un’operazione che continua, con l’intenzione di distruggere fino in fondo le conquiste storiche del movimento operaio e dei lavoratori.

Lui ha fondato la sua campagna sull’Anticomunismo: quanto è contata questa propaganda nella campagna elettorale del 1994?

La propaganda anticomunista si è inserita nel quadro della crisi e del crollo dell’Unione Sovietica. Lo ripeto: si è trattato di un fallimento presentato come il fallimento del Comunismo, sebbene diversi aspetti della realtà sovietica, a cominciare dalle degenerazioni staliniste, ben poco avessero a che fare con il Comunismo. E anche se i comunisti italiani hanno seguito la via democratica e costituzionale per costruire un modello diverso di Socialismo, ben poco si è potuto fare – e si è fatto – per contrastare la propaganda anticomunista. Non dimentichiamo che Berlusconi disponeva pressoché della totalità dei mezzi di comunicazione, indispensabili per formare un senso comune diffuso. Inizialmente con la proprietà delle tv private, ottenute per graziosa concessione del governo Craxi. Poi con il controllo anche della tv di Stato.

Come giudicò la famosa affermazione di Occhetto sulla “gioiosa macchina da guerra”?

Non ricordo come la giudicai, ma con le battute si risolve poco. Ricordo invece che la relazione di Occhetto al congresso di Firenze si diffuse sui problemi (indubbiamente rilevanti) della foresta amazzonica, mentre il conflitto tra le classi nelle Americhe, in Europa e in Italia non ebbe lo spazio necessario, come se d’incanto fosse scomparso. Ci saremmo dunque avventurati nel mondo di un capitalismo “buono”, in cui avrebbero trionfato la libertà, l’uguaglianza e la democrazia. Un mondo nel quale compito del PDS sarebbe stato quello di stare dentro questa meravigliosa avventura. Secondo Occhetto, con lo scioglimento del PCI si sarebbe aperto “un periodo storico magnifico”.

In conclusione, secondo lei, l’Italia è ancora in Tangentopoli, nella città virtuale della corruzione?

Secondo me la diffusione delle tangenti è un fenomeno largamente presente in Italia e nel mondo: fa parte del sistema. In un sistema in cui non c’è un’alternativa reale e si combattono soltanto i gruppi dominanti per avere più spazio per i loro profitti e per i loro potere, la tangente diventa –per così dire– uno strumento operativo. In altre parole, il fenomeno corruttivo, in questo modello di società, sta nella natura stessa del sistema. Ma per cambiare il sistema lo strumento adatto non è la Magistratura, alla quale spetta il compito di far rispettare le leggi. Occorre cambiare il sistema politico affermando il principio costituzionale che lo sovranità appartiene al popolo, e quindi organizzare i cittadini in partiti politici rimotivando la politica come strumento di lotta per l’uguaglianza e la libertà. La legalità va difesa e va insegnata nei principi e nei comportamenti, perché bisogna sapere dove inizia l’infrazione della legge e avere una diffusa conoscenza delle regole, per adeguare ad esse i comportamenti. Ma quando la corruzione diventa un fenomeno che permea il sistema politico, non ci si può limitare a dire che fa parte dei comportamenti umani. Occorre portare allo scoperto le condizioni sociali ed economiche entro le quali tali fenomeni si diffondono. E se necessario rovesciare il sistema politico.

Le manca la Prima Repubblica?

A me, come penso a molte persone della mia generazione, manca lo spirito collettivo, una sede politica, che possa essere lo strumento per realizzare gli ideali di una vita, l’uguaglianza e la libertà tra esseri umani. Dunque, mi manca soprattutto un partito politico che lotti per cambiare questa società ingiusta e decadente.

È molto difficile conciliare libertà e uguaglianza

Il passato ci dice questo. Bisogna però guardare al futuro e perciò penso si possa percorrere la strada di una lotta comune per la libertà e l’uguaglianza. Noi disponiamo di un grande progetto di cambiamento rimasto per gran parte inattuato, la Costituzione della Repubblica, che ridefinisce, tenendoli insieme, i principi di uguaglianza e libertà. Indicando a tale scopola necessità di rimuovere gli ostacoli economici e sociali, e ponendo limiti alla presenza totalitaria della proprietà privata, giacché secondo la Costituzione la proprietà è pubblica o privata e i beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati, e anche a comunità di lavoratori e di utenti. Inoltre, la stessa proprietà privata deve svolgere una funzione sociale, facendo sì che l’iniziativa economica non rechi “danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Come ha fatto notare Stefano Rodotà, la Costituzione italiana non abolisce la proprietà privata, ma la conforma in modo tale da consentire la realizzazione di sempre nuovi diritti sociali: che sono appunto diritti di uguaglianza e libertà. A sinistra in molti se lo sono dimenticato, ma noi abbiamo questa grande carta da attuare in Italia e da portare in Europa.

Share