Ex Ilva. Mercoledì Conte si confronta coi vertici di Mittal a palazzo Chigi. Tornerà l’immunità? Lo chiedono a gran voce i sindacati e i lavoratori. Ogni decisione ora passa dal governo

Ex Ilva. Mercoledì Conte si confronta coi vertici di Mittal a palazzo Chigi. Tornerà l’immunità? Lo chiedono a gran voce i sindacati e i lavoratori. Ogni decisione ora passa dal governo

E’ domani il giorno clou dell’incontro, a Palazzo Chigi, tra il governo e i vertici di ArcelorMittal, che lunedì hanno gelato l’esecutivo con l’annuncio di volere recedere dall’accordo che prevede l’acquisizione degli stabilimenti ex Ilva, in particolare quello di Taranto. “Quello che vorrei ricordare – spiega il premier Giuseppe Conte – è che non stiamo parlando di una acquisizione fatta tramite il mercato. C’è stata una procedura di evidenza pubblica, una aggiudicazione all’esito di una gara, è stato stipulato un contratto e ci sono degli impegni da rispettare: saremo inflessibili”. Secondo il presidente del Consiglio quello dello scudo penale è solo una scusa di ArcelorMittal, e in ogni caso “non è previsto nel contratto. Chiediamo chiarezza e rispetto dell’impegno contrattuale. A noi preme che sia considerata la continuità dei livelli produttivi e i livelli occupazionale: non parliamo solo di 9mila famiglie ma di un indotto ben più cospicuo”.

La crisi della siderurgia europea alla base della decisione di ArcelorMittal

Il fatto è che  l’industria europea dell’acciaio arranca, sotto il pressing di competitor come la Cina e gli Stati Uniti, ma anche la Turchia e l’India. E il caso del tracollo dell’ex Ilva di Taranto non è che la punta dell’iceberg di una crisi che accusa il colpo delle manovre sui dazi e del rallentamento dell’economia mondiale che ha innescato la brusca frenata di un mercato cruciale per la crescita e lo sviluppo come quello dell’automobile. Per l’Italia, la produzione di acciaio dell’intero 2019 è vista in calo del 4,1%, contro un ribasso medio per i Paesi dell’Unione europea pari al 3,1%. E se la Cina rappresenta una minaccia soprattutto in termini di dumping sui prezzi e boom produttivo – nei primi otto mesi il gigante asiatico ha già incassato un aumento della produzione del 9% – va detto che la produzione statunitense continua a crescere. Eurofer, l’associazione europea dell’industria siderurgica, registra ancora numeri in flessione per l’acciaio Ue: nel rapporto diffuso il 31 ottobre scorso segnala infatti un calo del 7,7% del consumo apparente nel secondo trimestre di quest’anno dopo un ribasso dell’1,6% nel primo trimestre. Per il 2020 vede un lieve miglioramento seppure con un trend assai moderato per i contraccolpi della flessione del settore manifatturiero dell’Ue che, tra guerra dei dazi e le incognite sulla Brexit, non si fermerà prima del secondo trimestre del prossimo anno. Prima dell’estate proprio ArcelorMittal, il colosso siderurgico che ha appena deciso di sfilarsi dal progetto dell’ex Ilva, aveva annunciato tagli alla produzione negli stabilimenti europei per due volte nel solo mese di maggio.

Le reazioni di Confindustria, Cgil, Fim Cisl e Uil

“La vicenda di Ilva è emblematica e consegue a una scelta fatta in Parlamento nelle scorse settimane di revocare uno dei punti qualificanti del contratto. Mi auguro che chi deve capisca quali sono le conseguenze”, evidenzia il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci. “I continui cambiamenti di norme, gli interventi a gamba tesa sulle norme penali, l’instabilità del quadro non solo non attraggono investimenti ma fanno scappare quelli che ci sono”, aggiunge. Il leader della Cgil, Maurizio Landini chiede all’esecutivo di “togliere ogni alibi” all’azienda facendo applicare l’accordo a suo tempo firmato”. Quindi va ripristinata l’immunità penale. L’azienda dal canto suo “non può usare questo elemento per dire che non applica più l’accordo. Non deve insomma fare la furba”. Sulla stessa posizione il segretario generale della Fim, Marco Bentivogli: “E’ necessario che il Consiglio dei ministri si riunisca e ripristini l’immunità con norme generali valide per tutte le aziende”. Bentivogli ha quindi bollato come “fantasie” le ipotesi di “fantomatiche cordate” per l’ex Ilva. Anche il leader della Uil Carmelo Barbagallo parla di “errore” se togliere lo scudo penale “ha dato l’alibi all’ArcelorMittal”.

Anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, in quota Pd, assicura che “c’è un impegno condiviso e comune da parte del governo”: penso che un paese serio deve fare tutto il possibile e tutto il necessario per evitare quello che sarebbe un esito negativo e drammatico, perché l’Italia è un grande Paese industriale, deve essere un grande paese manifatturiero, che ha bisogno di un’industria di base, le acciaierie compresa la loro funzione a caldo costituiscono un asse portante di una dorsale manifatturiera di base”. E anche il leader di Italia Viva Matteo Renzi adesso prova a calmare le acque, dopo che ieri si era parlato della ipotesi che proprio l’ex premier potesse far da intermediario con il gruppo Jindal: “Faccio il senatore – dice intervistato da Radio Rai – non le cordate. Togliamo alibi a Mittal, noi siamo pronti su scudo penale (eliminato da Governo precedente). Ma quando Conte dice che Mittal deve onorare il contratto, noi stiamo con il premier. Se recede paga Mittal, non lo Stato. Stiamo con chi cerca lavoro non con chi cerca visibilità”.  Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, sottolinea che il governo “deve garantire in tempi rapidi e con ogni mezzo, anche legislativo, la permanenza dell’attivita’ produttiva siderurgica a Taranto e la completa realizzazione del piano di risanamento ambientale”.

Intanto la Fiom Cgil di Genova alza la polemica contro il ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli. “Le dichiarazioni del ministro Patuanelli gettano benzina sul fuoco e rappresentano l’ennesimo atto di guerra dichiarata a Mittal ma anche ai lavoratori perché da un lato dice che non esiste il diritto di recesso dal contratto e dall’altro si rende disponibile a una montagna di cassa integrazione”. E’ il commento del segretario genovese della Fiom Bruno Manganaro alle dichiarazioni del ministro per lo sviluppo economico Stefano Patuanelli comparse sulla sua pagina Facebook. “Con questa dichiarazione con cui fra l’altro non spiega come evitare che i dirigenti Mittal, i tecnici o i commissari ricevano avvisi di garanzia per Taranto – aggiunge Manganaro – Patuanelli aumenta enormemente le possibilità di rompere definitivamente con Mittal nell’incontro di domani”. E se Mittal andasse via per il segretario genovese della Fiom è praticamente impossibile immaginare una cordata alternativa: “Chi mai potrebbe andare a Taranto in questa situazione?”. L’unica alternativa “potrebbe essere la nazionalizzazione dell’Ilva ma servono miliardi e dieci anni di tempo per riconvertire Taranto. Per noi al momento le condizioni devono essere il rispetto del contratto da parte di tutti in modo che Mittal con la tutela penale metta in sicurezza Taranto”. Intanto domani mattina a Genova è stato fissato l’incontro in Regione per l’apertura di un tavolo sulla crisi: “Siamo contenti ovviamente se le istituzioni genovesi e la città si stringeranno a sostegno dell’Ilva, ma se il lavoro a Genova si fermerà noi scenderemo in strada perché nessuno, né il Governo né Mittal, può chiuderci la fabbrica”. Per i sindacati, “se non arriveranno navi da Taranto, ci sarà lavoro ancora per qualche giorno, poi gli operai usciranno dalla fabbrica per scendere in piazza”.

E il vescovo di Taranto chiede che si dia a Taranto ciò che alla città è stato tolto

“Il mio invito è rivolto alle parti, al governo, agli affittuari, agli enti locali, affinché mettano da parte i singoli interessi e si mettano a lavorare seriamente per il futuro di una città che ha dato molto allo sviluppo dell’Italia e che, come confermano le statistiche, non ha mai ricevuto nemmeno le briciole”. Questo l’appello dell’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, dopo la rinuncia di Arcelor Mittal alla gestione del siderurgico jonico. “La Laudato si’ di papa Francesco -aggiunge – ha sgombrato il campo da ogni dubbio: lo sviluppo economico che non metta al centro l’uomo e la salvaguardia del Creato non è accettabile. Di qui lo sforzo di mettere in pratica l’ecologia integrale che, nella fattispecie, significa dignità del lavoro, salvaguardia della salute e rispetto dell’ambiente”.

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