Articolo 1, l’Assemblea nazionale del 16 novembre 2019. L’intervento di apertura del segretario Roberto Speranza

Articolo 1, l’Assemblea nazionale del 16 novembre 2019. L’intervento di apertura del segretario Roberto Speranza

Pubblichiamo la relazione introduttiva di Roberto Speranza, segretario nazionale di Articolo 1 e ministro della Salute, all’Assemblea nazionale del partito a Roma.

Ho negli occhi le immagini di Bologna. Di una piazza che ci dice più di 100 convegni e che, in qualche modo, ci indica una strada. Ma è giusto, oggi, partire da Taranto. Nel mese di luglio abbiamo aperto la nostra ultima assemblea nazionale, proprio in questa sala, con un contributo importante da parte Ciccio Brigati, in rappresentanza degli operai dell’Ex Ilva. Oggi, a pochi mesi di distanza, i rischi che indicavamo con lucidità dentro quella discussione si sono drammaticamente palesati con la scelta unilaterale di Arcelor Mittal di rescindere il contratto e con una minaccia pesantissima sui lavoratori e sull’intero comparto dell’acciaio nel nostro Paese. Gli operai di Taranto sono qui con noi anche oggi, e di questo li ringrazio come ringrazio i nostri compagni del territorio che sono in prima linea in una battaglia decisiva per il futuro di tutto il Paese. Il primo messaggio di oggi è chiaro e netto: noi siamo al vostro fianco. Siamo al fianco dei lavoratori, della città e di tutto quel territorio. Lo abbiamo detto e lo ribadiamo: per noi attorno all’acciaieria di Taranto si sta giocando la partita della vocazione industriale del Paese. Non è solo una questione territoriale, ma una grande questione nazionale. Tenere vivo e solido quel presidio significa mettere l’intera Italia nelle condizioni di continuare a coltivare la propria identità di grande Paese industriale. Per questo nelle prossime ore sosterremo lo sforzo del Presidente Conte che sta seguendo in prima persona ogni passaggio e di cui abbiamo sinceramente apprezzato la scelta del confronto diretto, in fabbrica, con  gli operai. Le immagini da sole non bastano, ma permettetemi di dire che è stato davvero importante, coraggioso, denso di significato, che un Presidente del Consiglio abbia scelto di ascoltare direttamente i lavoratori in un luogo simbolo come quello.

Faremo tutto ciò che è nelle nostre possibilità perché l’acciaieria continui ad operare, investendo, prima di tutto, nella piena compatibilità tra diritti fondamentali quali sono quello al lavoro e quello alla salute e nel rispetto della tutela dell’ambiente. Un grande Paese come l’Italia non deve scegliere tra questi diritti. Deve essere capace di tenerli assieme. L’interlocuzione con Mittal è molto complicata, per le condizioni drammatiche che sono state poste a quel tavolo. E non mi riferisco, naturalmente, all’immunità, a cui il governo ha ribadito la sua immediata disponibilità, ma alla riduzione a 4 milioni di tonnellate della produzione e alla conseguente riduzione di 5000 unità dei lavoratori. Per noi questa condizione è inaccettabile e viola il cuore degli impegni previsti dal contratto. Dinanzi a tutto ciò nessuna strada può esser esclusa. La priorità  per noi è mantenere in vita un presidio fondamentale per la nostra economia. Per questo deve, realisticamente, essere considerata anche l’ipotesi di una partecipazione pubblica. I grandi Paesi difendono anche così i loro asset essenziali. E noi non dobbiamo avere paura.

Al tempo della nostra ultima assemblea di Luglio eravamo dentro un quadro politico completamente diverso. Sono passate poche settimane. Eppure sembra trascorso un secolo. Non dobbiamo dimenticare da che mesi veniamo. L’alleanza gialloverde, l’egemonia e la protervia di Salvini, il clima di odio e divisone, i ricatti e la propaganda sulla pelle dei poveri cristi nel Mediterraneo, la pretesa estiva dei “pieni poteri”. Noi ci abbiamo creduto prima e più di altri. Abbiamo ritenuto un errore storico la saldatura tra Lega e 5 Stelle nel 2018. Ma in realtà già nel 2013 avevamo indicato la strada di un dialogo possibile tra il centrosinistra e i 5 stelle. Durante quest’estate finalmente si sono create le condizioni politiche. Ora tocca anche a noi raccogliere l’occasione e valorizzarla nell’interesse del Paese. Il crollo del muro di incomunicabilità tra sinistra e 5 stelle rappresenta una grande occasione. Ma partiamo dai fondamentali. La sinistra ha pagato un prezzo enorme a livello globale alla sua incapacità di rappresentare la domanda di protezione che arrivava, dentro la fase regressiva della globalizzazione, dai ceti medi impoveriti e dai ceti più deboli. Dentro questo quadro ha trovato spazio una nuova destra, neo nazionalista, che in buona sostanza ci ha sfilato la questione sociale. Chi si è sentito indifeso e insicuro dinanzi ai cambiamenti di questo tempo nuovo non ha trovato noi, la sinistra, ma le nuove forze della destra che sono cresciute considerevolmente in tutti i paesi dell’occidente. Fa particolarmente riflettere il risultato spagnolo. Non solo per il ritardo con cui Sanchez e Podemos stanno arrivando ad un intesa. Ritardo che pure pesa molto e speriamo sinceramente sia recuperabile, come si sta provando a fare in questi giorni. Si tratta di un occasione rilevante per provare ad aprire una nuova stagione politica in Spagna. Il dato su cui va fatta la riflessione più profonda è però quello relativo  all’avanzata di Vox, una forza di estrema destra, in un Paese uscito dal Franchismo da un tempo relativamente breve. Non è un fenomeno che si può sottovalutare e va anche esso letto nel quadro internazionale.

La realtà con cui dobbiamo fare i conti è questa: una nuova destra che ci sfila la questione  sociale e che sfrutta le paure dei più deboli con messaggi protettivi e identitari. Il grande tema dell’immigrazione è solo un pezzo della sua offensiva. A questa nuova destra non risponderemo efficacemente semplicemente invocando la nuova onda nera o il ritorno del fascismo. Certo la nostra società sta sdoganando atteggiamenti e pulsioni inaccettabili, come l’antisemitismo che riaffiora pericolosamente. Anche da qui voglio dare tutto il nostro supporto e tutta la nostra solidarietà a Liliana Segre che è un simbolo importante del nostro tempo e potrà sempre contare su di noi. Dobbiamo però avere chiaro in testa che risponderemo efficacemente alla nuova destra che avanza solo se saremo in grado di prosciugare le ragioni sociali che ne hanno determinato la forza. Senza affrontare con coraggio questo tema di fondo nessuna mossa sarà sufficiente. Nella sostanza dobbiamo riprenderci la questione sociale. Perché senza questione sociale la sinistra, semplicemente, non esiste.

Per questa ragione essenziale, credo che governare con i 5 stelle rappresenti una straordinaria occasione che non possiamo permetterci di sprecare. Loro sono un movimento complesso, con molte contraddizioni che sono sotto gli occhi di tutti. Ma è inutile negare che hanno preso i voti di una parte molto rilevante della nostra gente. Hanno interpretato un’ansia di cambiamento e una domanda di riscatto sociale che la sinistra aveva saputo tradizionalmente rappresentare, ma che poi ha gradualmente smarrito, anche a causa di un’azione di governo di segno regressivo. Oggi l’occasione del governo ci offre una chance per recuperare il nostro terreno e per “rimettere la chiesa al centro del villaggio”. Dentro questa stagione di governo c’è la possibilità per noi di dimostrare con i fatti che è chiusa la stagione della subalternità al neoliberismo e che ci riappropriamo convintamente della nostra cultura politica socialista. È così che vorrei si leggesse il nostro impegno al governo. Il mio, quello di Cecilia e di ciascuno di noi, a partire dal gruppo parlamentare con il prezioso quanto faticoso lavoro di Federico Fornaro che ringrazio. Quando finalmente si rimettono risorse rilevanti nel fondo sanitario nazionale, come abbiamo fatto, chiudendo la stagione dei tagli alla sanità, o quando si decide finalmente di abolire il superticket, una tassa sulla salute iniqua e assurda che ha alzato la diga dell’accesso alle cure per troppi (voglio ricordare che questo era il primo punto del nostro programma alle ultime elezioni politiche), lo si fa con questo orizzonte politico. Rivendichiamo con forza queste scelte perché sono giuste e perché ci aiutano a riportare finalmente la sinistra dove essa deve essere. Rivendichiamo la nostra identità e ricominciamo ad essere noi stessi,  chiudendo definitivamente la fase di subalternità culturale che abbiamo pagato a carissimo prezzo.

Sulla manovra di bilancio nel suo complesso ci darà sicuramente meglio Cecilia. Io sono molto soddisfatto del pacchetto salute che segna una novità molto importante sul terreno degli investimenti con due miliardi in più sul fondo sanitario  nazionale, due miliardi in più sull’edilizia sanitaria e l’ammodernamento tecnologico, oltre all’abolizione del superticket. Penso che attorno alla manovra, però, si stiano accumulando le tensioni e i problemi politici irrisolti che la nascita del governo e la contemporanea scissione di Renzi hanno portato con sé. Nel merito credo che sia inaccettabile far passare come una manovra delle tasse un intervento che toglie 23 miliardi di clausole iva e non ne mette alcuna per il futuro con atto di serietà molto apprezzabile, che toglie 3 miliardi di tasse sul lavoro, che abolisce il superticket e che investe nuove risorse su sanità e famiglia. Ci siamo insediati a settembre. La legge di bilancio, da cui altri sono scappati, era un passaggio strettissimo, probabilmente il più difficile da qui alla fine della legislatura. Credo, sinceramente, che sia stato fatto un lavoro importante dentro un quadro di finanza pubblica molto delicato. Ora è surreale che ci si attorcigli attorno a distinguo quotidiani e discussioni incomprensibili e che una parte dell’opposizione ai provvedimenti venga da chi questi provvedimenti stessi li ha varati in consiglio dei ministri.

Io sono il più convinto di questa esperienza di governo, per le ragioni di fondo che ho provato ad indicare prima. Ma è evidente che serve maggiore coesione e soprattutto maggiore convinzione politica. Non si può governare con un piede dentro ed un piede fuori. E non si può neanche immaginare di considerare questa esperienza solo un esperimento tecnico o semi tecnico indispensabile solo per far argine a qualcuno. Un governo va avanti non se ha un nemico comune, ma se ha una connotazione politica, se condivide un orizzonte di Paese, se esprime una visione di Italia e la trasferisce nelle azioni che mette in atto. Questo ad oggi non è ancora sufficiente. È questo il vero punto di debolezza che abbiamo. Tutto il resto è conseguenza di ciò e i limiti riscontrati finora sono figli di questa ragione fondamentale. Noi siamo pronti a fare la nostra parte. Ci crediamo e scommettiamo su questa sfida politica. Lo diciamo anche da qui oggi al Presidente Conte e a tutte le forze della maggioranza. Ma è evidente che ciascuno deve assumersi fino in fondo, dinanzi al Paese, le proprie responsabilità. Nel mese di gennaio, approvata la legge di bilancio, serve un grande appuntamento comune di tutte le forze politiche che sostengono il governo per costruire un rilancio del nostro stare insieme che offra un nuovo orizzonte politico programmatico all’azione di governo al di là dei pur molto rilevanti appuntamenti elettorali regionali ed amministrativi.

L’esito delle elezioni regionali in Umbria, che non va sottovalutato, è sicuramente figlio della storia politica recente di quella regione. Esso è in linea con il voto degli ultimi anni nei centri urbani più rilevanti di quel territorio, a partire da Perugia e da Terni. Il successo della destra e le difficoltà di tutte le forze del centrosinistra, oltre che del Movimento 5 Stelle, devono stimolarci a compiere un grande bagno di umiltà. La nascita del governo può essere la premessa per una strategia di recupero nel Paese reale, ma in sé aver isolato le intemperanze di Salvini in Parlamento, non è certamente condizione sufficiente per rovesciare i rapporti di forza nella società. Sarebbe un’illusione pensare il contrario. Perché questo avvenga, perché ci sia un recupero reale della nostra presenza nel Paese profondo, serve un’azione di governo incisiva, a partire dalla centralità della questione sociale, e serve un nuovo grande patto sociale, al momento solo accennato, capace di mettere al centro con determinazione il mondo del lavoro, i suoi interessi e i suoi bisogni più concreti. In queste prime settimane abbiamo archiviato la stagione della disintermediazione che aveva affascinato il centrosinistra negli anni alle nostre spalle. Abbiamo ricominciato a tessere una proficua relazione con i soggetti sociali organizzati, abbiamo provato a costruire un metodo di confronto costante sui grandi nodi aperti. Questa è la strada giusta. La vera alternativa alla destra si potrà costruire solo attraverso una grande alleanza sociale che può e deve essere uno dei nostri principali obiettivi di questa stagione politica. Con questi spirito dico che dobbiamo prestare ascolto alla manifestazione dei pensionati che pongono la giusta questione della legge quadro sulla non autosufficienza.

Questo approccio sarà importante anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, a partire dal voto in Emilia Romagna e in Calabria del prossimo 26 gennaio. A primavera si voterà ancora nelle Marche, in Liguria, in Toscana, in Puglia, in Campania e in Veneto. Si tratta di un passaggio rilevante per il peso politico oltre che demografico di queste regioni. In modo particolare è evidente a tutti cosa significhi per noi il voto in Emilia Romagna, sul piano simbolico, ma soprattutto sul piano di un’esperienza di governo regionale che ha disseminato buone pratiche nell’area progressista e non solo di tutto il Paese. La piazza di Bologna di giovedì sera è un segnale importante ed incoraggiante. Noi ci impegneremo con ogni energia in Emilia, come in Calabria e in tutte le altre regioni per dare nuova linfa al centrosinistra, oltre che per continuare a lavorare, nelle formule che ogni territorio riterrà possibili, ad ipotesi di convergenze tra noi e il Movimento 5 Stelle.  Sarebbe un grave errore esprimere un giudizio definitivo sulla convergenza territoriale tra centrosinistra e  5 stelle solo a causa della sconfitta in Umbria. Per noi la strada resta giusta e bisogna avere il coraggio ancora di lavorarci. Quando chiediamo un’alleanza più politica intendiamo anche la capacità di far vivere nelle realtà locali l’intesa che si è costruita sul piano nazionale. Proviamoci ancora, noi più degli altri, a costruire dialogo, interlocuzione, scambio di idee tra queste forze politiche diverse che per la prima volta lavorano insieme. Il nostro pezzo, organizzato sui territori, può mettersi avanti in questo processo e offrire spazi di condivisione che altrimenti difficilmente vedrebbero la luce. Abbiamo la credibilità di chi ci ha investito prima e più degli altri. Proviamo ad essere noi, dal basso, il lievito di questa esperienza politica.

Viviamo un tempo radicalmente nuovo. Poche settimane hanno scompaginato la geografia politica del nostro Paese. Siamo tornati al governo e per la sinistra si è aperta una nuova grande opportunità. Voglio essere però chiaro. Il governo in sé, su cui pure stiamo facendo un investimento convinto, non può bastare se non si organizzano soggettività politiche all’altezza della sfida nuova che c’è dinanzi a noi. Affrontare con coraggio questa fase significa per me interpretare la domanda di cambiamento e di innovazione che c’è e interrogarsi su cosa serva davvero al Paese in questo passaggio storico. La mia opinione è che, su questo fronte, il variegato e frammentato campo del centrosinistra non sia ancora all’altezza della sfida. Non ci dice anche questo la meravigliosa piazza di Bologna? È un grande tema che riguarda tutti noi. La Sinistra, la nostra organizzazione, l’esperienza politica che rappresentiamo e che abbiamo portato avanti orgogliosamente e con sacrificio dal 2017. Ma è tema che riguarda allo stesso modo il Pd, che resta la forza più grande del nostro campo. Dinanzi alla portata enorme dei cambiamenti avvenuti, non ci si può rinchiudere in una logica difensiva. Sarebbe esiziale pensare semplicemente che tutto si può ordinariamente amministrare, lasciando ogni cosa così come è. La scissione di Renzi era già scritta ed ha ulteriormente cambiato il quadro. Al di là delle cause personali e caratteriali c’è una ragione di fondo in quella scelta che sta nel processo di adeguamento delle strutture politiche alla nuova fase regressiva della globalizzazione. Il Pd è stato figlio della stagione espansiva della globalizzazione, in cui il pensiero socialista e quello liberista si sono quasi sovrapposti. Con il chiudersi di quella fase storica la spinta propulsiva del Pd del 2007 si è andata gradualmente esaurendo: non è un caso se avvengono ben due scissioni, con il coinvolgimento delle principali personalità che avevano guidato il partito, nel giro di soli tre anni.

Ora il punto per me è: cosa serve all’Italia? Come si può ricostruire una funzione nazionale della sinistra in questa fase nuova, in cui tutto sembra cambiare alla velocità della luce e le vecchie certezze vengono quotidianamente messe in discussione?  Basta quello che c’è? Io credo proprio di no. Noi, per primi, dobbiamo avere il coraggio di rimetterci in discussione. Su molti punti ci avevamo visto giusto. Dalla centralità della questione sociale, all’avanzata di una nuova destra, dal rapporto con i 5 stelle all’idea di democrazia, penso alle nostre battaglie sulla legge elettorale o sul referendum costituzionale. C’è voluto qualche anno, ma i fatti ci stanno dando ragione. Tuttavia non è questo il punto. E credo che oggi, senza presunzioni o rivendicazioni di alcun tipo, dobbiamo metterci al servizio di un nuovo processo politico. Dobbiamo favorire l’avvio di una nuova fase costituente che chiuda la lunga fase di transizione in cui si è trovata la sinistra italiana. Voglio essere  ancora più chiaro. Un nuovo partito non si fa in 5 giorni e neanche in qualche settimana. Ci vuole tempo e impegno. Nicola Zingaretti ha parlato giustamente della necessità di una vera e propria rifondazione. Rifondazione è parola impegnativa. Tutta da verificare nel merito e nel metodo.   Ma io voglio avere fiducia, perché mi sembra la strada giusta. Ma ci vuole coraggio, più coraggio. Per me rifondare la sinistra significa prima di tutto ricostruire un pensiero in questo tempo. Riaffermare un sistema di valori e finanche un’ideologia, intesa come una nuova visione del mondo, dentro un cambiamento radicale come mai visto prima. Prima di ogni ricaduta organizzativa occorrerà dare risposte a grandi quesiti che interrogano tutti noi:

C’è da ripensare il capitalismo, imparando la lezione dopo gli anni di sbornia neoliberista che hanno influenzato anche il nostro pensiero. Questo significa  Immaginare un nuovo rapporto tra Stato e mercato capace di rimettere al centro l’uomo, i suoi bisogni, i suoi diritti fondamentali. Dentro questo orizzonte c’è la grande questione ambientale che nelle ultime ore si è riproposta drammaticamente nel nostro Paese da Venezia a Matera con immagini che difficilmente dimenticheremo. È sempre più evidente la compromissione dell’ecosistema a cui stiamo arrivando e la durezza dei cambiamenti climatici. Le scelte urgenti non sono più rinviabili. La tutela dell’ambiente, l’investimento nell’economia circolare sono priorità irrinunciabili. L’orizzonte di una nuova corretta relazione tra uomo e natura deve necessariamente essere uno dei tratti fondanti della nuova sinistra mondiale, all’insegna dell’ecosocialismo. Allo stesso modo va interrogato, con coraggio, il grande tema del rapporto tra uomo e scienza. Tra tecnologia e democrazia. Il peso della nuova “Civiltà delle macchine”, per usare il titolo di una importante rivista diretta da Leonardo Sinisgalli che provava a leggere la prima grande ondata industriale italiana negli anni 50, sulle relazioni tra esseri umani è ormai impressionante e richiede nuove modalità di regolazione e di protezione che solo una forma istituzionale sovranazionale può garantire. Penso, solo per esempio, alla grande questione dei big data, alle loro enormi potenzialità in ogni settore del vivere umano, e però agli interrogativi che si pongono dinanzi alla proprietà di tali informazioni e al rapporto tra questa proprietà privata, in mano a pochi grandi gruppi, e la democrazia. Mi riferisco all’influenza dell’utilizzo di questi dati nei processi di formazione e orientamento delle pubbliche opinioni e, di conseguenza, nei processi decisionali elettorali. È la grande questione della crisi della democrazia al tempo dell’algoritmo.

Ecco, penso che dobbiamo metterci al lavoro su questo orizzonte di problemi. Una nuova grande forza della sinistra e del lavoro, dentro la famiglia del socialismo europeo con cui stiamo rafforzando i nostri legami, è e resta il nostro obiettivo. Essa si può costruire solo se si riparte da questi temi fondamentali. Senza un pensiero nuovo sulla società e sul mondo che cambia nessuno sforzo organizzativo avrà senso. Per me Articolo Uno è nato per questo. Per ridare una chance al nostro Paese, per costruire un’alternativa alla destra ed affermarla dentro la costruzione di un nuovo  centrosinistra.  Oggi più che mai il nostro lavoro, la nostra presenza sui territori (nel week end scorso abbiamo organizzato 170 presidi da nord a sud e voglio ringraziare tutti i nostri militanti) deve essere messo al servizio di questo disegno di ricostruzione. Non devono essere solo parole. Dobbiamo iniziare a farlo concretamente, senza paura e senza alcuna subalternità. Per questo propongo di cominciare subito. Impegniamoci perché sui quattro temi di scenario che ho provato ad indicare: ripensare il capitalismo, rapporto uomo ambiente, rapporto uomo scienza, crisi della democrazia si possano organizzare, già dal mese di dicembre, 4 importanti appuntamenti di approfondimento e di confronto, da svolgersi in aree diverse del Paese, che aprano di fatto la fase costituente di cui c’è bisogno. Oggi rilanciamo la nostra sfida. Siamo pronti ad impegnarci, con tutte le nostre energie, per accelerare il percorso verso la costruzione di quella forza politica che è da sempre stata nel nostro orizzonte.

In conclusione permettetemi un’ultima considerazione che è politica e personale al tempo stesso. Ho l’onore di far parte del Consiglio dei Ministri del Governo dell’Italia. Con una delega bellissima, probabilmente la più bella di tutte, per chi ha la nostra storia e la nostra cultura politica. Una delega sociale con cui si possono davvero provare a combattere le diseguaglianze e si può davvero provare a costruire un Paese più giusto. Sento fortissima questa responsabilità e farò del mio meglio, con disciplina ed onore, come dice la Costituzione, e sempre nell’esclusivo interesse della nazione. Sono stati anni difficili, con tante scelte complicate, quasi sempre controvento, ma scelte giuste, fatte per convinzione e per passione politica. Questo vale per me, ma vale credo per ciascuno di noi, per tutta la nostra comunità. E oggi in quel consiglio dei ministri so che non ci sono solo io, ma ci siamo tutti noi, uno per uno. Allora grazie. Grazie perché senza la fiammella che abbiamo, insieme, tenuto accesa, difficilmente si sarebbe aperta una pagina nuova nel nostro Paese. Ora forza, avanti, che il meglio deve ancora venire!

Share