Antonio Esposito. Il “suicidio” dei CinqueStelle

Antonio Esposito. Il “suicidio” dei CinqueStelle

L’esito del recente colloquio tra Beppe Grillo, fondatore e “garante” del M5S, con il capo politico Luigi Di Maio – resosi necessario dall’essere stato quest’ultimo sfiduciato dalla base degli iscritti con la votazione sulla piattaforma Rousseau – fornisce la più evidente dimostrazione che i vertici del Movimento hanno perso contatto con la realtà e stanno portando il Movimento medesimo al “suicidio”.

Il giovane Di Maio, saldamente ancorato agli incarichi politici e governativi, non intende dimettersi dopo avere, per inadeguatezza e mancata attuazione dei valori fondanti del Movimento, sostanzialmente distrutto il Movimento medesimo. Non si è mai visto, invero, un partito o un movimento perdere, in un anno di governo – di cui il Di Maio era vicepremier e titolare di due ministeri importanti, ed oggi è titolare del Dicastero degli Esteri – tanti milioni di voti e sparire dai territori con una velocità impressionante.

Orbene, ci si aspettava che il “garante” – l’unico che può sfiduciare il Capo Politico a norma di un provvidenziale “statuto” voluto dal duo Di Maio-Casaleggio e redatto da tal avv. Lanzalone, poi arrestato per le tangenti dello stadio di Roma – destituisse un capo politico, munito di pieni poteri, responsabile di tale disastro. Si pensava che il “garante” chiamasse a raccolta i capi storici del Movimento (Fico, Di Battista, Taverna, Ruocco, Morra, Crimi) per costituire un direttorio perché arginasse la caduta verticale del Movimento, riportandolo sui suoi valori fondanti e ridando voce ai parlamentari cui l’autocrate aveva tolto ogni iniziativa, ogni autonomia, addirittura “blindandoli” e paventando sanzioni.

Che cosa, invece, è avvenuto? È accaduto che il “garante” ha dichiarato: Di Maio non può essere sostituito per nessuna ragione, io ci sarò di più e gli darò una mano; non siamo più quelli di dieci anni fa: è meraviglioso”; ha aggiunto che “saranno messi a punto progetti ambiziosi e di alto livello su tematiche fondamentali quali, tra l’altro, il reddito universale”. A sua volta il Capo politico ha affermato “ogni volta che pensano di averci ucciso, noi ci risolleviamo; più forti di prima; più forti di sempre; dobbiamo cambiare questo Paese e lo cambieremo”.

Evidentemente i due non riescono o non vogliono comprendere che la realtà è oramai completamente diversa da quella che essi tentano strenuamente di rappresentare: l’uno sproloquia ancora di progetti ambiziosi e di alto livellotra i quali, addirittura “il reddito universale” (!!) e che “è meraviglioso” che i grillini siano cambiati in dieci anni, laddove il cambiamento è avvenuto talmente in peggio sì da far perdere al Movimento due terzi dei voti (dal 34% al 12%); l’altro – aduso a discutibili e poco credibili slogans quali “l’aver eliminato la povertà” e “l’aver risolto la questione ILVA in tre mesi” ed altri proclami propagandistici quale la revoca delle concessioni autostradali – continua imperterrito a ripetere che “vuole cambiare questo Paese” laddove, finora, non ha cambiato nulla: non ha combattuto l’evasione fiscale né ha impedito i soliti condoni (anzi tutt’altro); non ha eliminato la politica dalla RAI TV (anzi, tutt’altro); non ha eliminato la casta (anzi, tutt’altro). Per rendersi conto che nulla è cambiato in ordine agli sprechi, ai lucri e ai favoritismi anche del sottogoverno e della burocrazia d’oro, basta leggere l’ottimo volume di Marcello Altamura La casta è rimasta (Ponte alle Grazie) da cui, tra tanti altri fatti poco commendevoli, risulta: a) l’amico del Di Maio (e del Casaleggio), Rocco Casalino (ex “Grande Fratello” ed ex scuderia “Lele Mora”), nominato portavoce del premier Conte, guadagna € 170.000,00 (lordi) l’anno e, caso unico nel panorama politico italiano, guadagna più dello stesso premier (114.000,00 lordi l’anno) e risulta il più pagato tra quelli che lavorano negli uffici di diretta collaborazione di Palazzo Chigi; b) nelle tre strutture guidate nel precedente governo dal Di Maio (vicepremier e due ministeri rilevanti), il giovane di Pomigliano D’Arco ha sistemato amici e compaesani, scatenando violenti polemiche, oggi riprese, anche in relazione al Ministero degli Esteri di cui egli è titolare, dalla stampa che denunzia: “I super stipendi della Farnesina targata Di Maio” (HuffPost: 14/11); “Stipendi d’oro agli otto amici di Di Maio” (Il Giornale.it, 14/11), con la nomina di collaboratori anche a 120-150.000,00 (lordi) l’anno; c) le “odiate” (a parole) macchine blu (“che dovevano essere vendute”) sono ancora lì (solo di ministeriali e di presidenza del Consiglio ce ne sono ancora 166) e di esse ne fa, compiaciuto, comodo uso il Di Maio.

Ma di che cambiamento va parlando il giovane Di Maio se è vero che ha fatto nominare ministro della famiglia il suo stretto amico, suo consigliere personale, Vincenzo Spadafora – da tutti oramai definito “leader ombra dei pentastellati” (così l’ANSA) – laddove Spadafora è stato amico e stretto collaboratore di vecchi personaggi della politica quali Rutelli e Pecoraro Scanio (!!).

Ora, al sagace Capo politico dei “grillini” è venuta un’altra idea geniale: il M5S parteciperà da solo (e non in coalizione con il PD) alle elezioni regionali dell’Emilia Romagna e della Calabria; in tal modo, determinerà la sconfitta del suo alleato di governo (con probabile crisi) e la vittoria della Lega che, in coalizione con F.I. e con FdI, si appresta a conquistare tutte le regioni italiane e, con ogni probabilità, a vincere, con maggioranza assoluta, le prossime elezioni politiche. Contribuirà, in tal modo, ancor di più, l’inesperto Di Maio a spianare la strada per la conquista del potere alla destra xenofoba e autoritaria.

*Antonio Esposito. Già presidente di Sezione presso la Corte di Cassazione

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