Alvin, rapito da sua madre affiliata all’Isis, uccisa dalle bombe, e per 5 anni in un campo di guerra, torna in Italia. E finalmente potrà andare a scuola, per recuperare fiducia e affetto

Alvin, rapito da sua madre affiliata all’Isis, uccisa dalle bombe, e per 5 anni in un campo di guerra, torna in Italia. E finalmente potrà andare a scuola, per recuperare fiducia e affetto

Ci sono voluti cinque anni, cinque lunghi anni, prima che Alvin Berisha, oggi 11 anni, vedesse realizzato il suo struggente desiderio e prima che Afrimm Berisha potesse a sua volta mantenere la promessa, fatta prima in animo e poi espressa in una fugace circostanza, separati dalla recinzione di un campo profughi, di riavere suo figlio di nuovo tra le braccia. Di nuovo tra le mura di casa, insieme alle altre due figlie, di 15 e di 16 anni. Dove comunque rimane un vuoto, quello lasciato da Valbona Berisha, madre dell’uno e moglie del’altro. E’ stata lei cinque anni fa a scegliere la radicalizzazione, ad affiliarsi all’Isis e prendere suo figlio e fuggire via dall’Italia, destinazione la Siria, dove – parole del figlio allora di 6 anni in alcune telefonate intercettate – vestiva “come una ninja”. Venerdì, all’aeroporto di Fiumicino con un volo Alitalia proveniente da Beirut, dopo un lungo tragitto in auto da Damasco alla frontiera siro-libanese e da lì nella capitale del Paese dei cedri, quella ricerca, quel desiderio che sembrava impossibile da realizzare, tornare a stare insieme, per padre e figlio è finalmente realtà. Grazie all’impegno dei governi italiano ed albanese (la famiglia Berisha è albanese residente in Lombardia); grazie alla Croce rossa italiana e alla Mezzaluna rossa siriana; grazie all’attività investigativa dei carabinieri del Ros sotto la direzione della sezione distrettuale antiterrorismo della procura di Milano diretta da Alberto Nobili; grazie alla Polizia scientifica, decisiva per avere la certezza che la foto di un bimbo di tre anni e la foto di un bambino oggi 11enne corrispondevano alla stessa persona; e grazie allo Scip, il servizio di cooperazione internazionale di polizia del Dipartimento della pubblica sicurezza che ha provveduto a riportare Alvin in Italia e che aveva anche creato una chat con nome Alvin per inserirvi tutti gli aggiornamenti, a testimonianza di quanto la vicenda fosse a cuore.

“Papà vienimi a prendere, riportami a casa…” era scritto nella lettera che il bambino ha scritto in arabo – ormai ha dimenticato l’italiano, mentre in lingua albanese qualcosa ancora dice – e fatto avere a chi si occupa della gestione del campo profughi. Da lì via via si è arrivati a mettere ordine tra le diverse tessere del mosaico che il Ros stava delineando attraverso le ricerche e le indagini scattate con la denuncia nel dicembre 2014 della sparizione della donna e del figlio. La lettera il bambino l’ha scritta dopo essere scampato a un bombardamento, a luglio scorso, nel quale sono invece rimasti uccisi la madre, il nuovo compagno della donna, il figlioletto che i due avevano avuto nel frattempo e un figlio che l’uomo aveva da un precedente legame. Quella lettera è stata la traccia che ha fatto sì che nel giro di meno di due mesi sia stato possibile mettere in piedi la corposa operazione che ha ridato ad Alvin il padre e le sorelle. C’è stata anche una fase in cui padre e figlio hanno avuto modo di entrare in contatto diretto, pur restando il bambino all’interno del campo profughi. Ed è stato allora che l’uomo ha promesso al figlio che l’avrebbe riportato a casa. L’abbraccio sulla pista dello scalo ‘Leonardo da Vinci’ ai piedi della scaletta dell’aereo ha suggellato quella promessa. Come pure le lacrime e lo struggente incontro tra Alvin e le due sorelle, dove è stato evidente il bisogno per il piccolo di avere per riferimento anche una figura femminile.

Un lento ritorno alla normalità per il bambino, un ritorno alle abitudini o ai gusti di un tempo. Come quello di voler per pranzo e cena pollo e patate fritte: li ha chiesti alla dirigente dello Scip, Maria Josè Falcicchia, che con il suo team di poliziotti e carabinieri l’ha preso in consegna alla frontiera siro-libanese e portato dapprima in ambasciata a Beirut, poi in hotel e oggi in Italia. Pollo e patatine fritte in albergo, dove gli sono stati anche donati giochi di Lego e libri. E dove tra Alvin e il team dello Scip si è subito stabilito un feeling, nonostante la iniziale diffidenza del bambino. “Batti il 5”, gli ha detto Falcicchia, e la diffidenza è caduta, il bambino è tornato a sorridere. “Il sorriso è il suo biglietto da visita”, ha commentato la dirigente di Polizia. Bisognerà anche colmare un buco affettivo e formativo lungo cinque anni, ridare fiducia a un bambino che si è visto sottrarre all’affetto di padre e sorelle, un bambino che aveva voglia di tornare a scuola, “vienimi a prendere, voglio tornare a scuola…”, implorava nelle telefonate intercettate dal Ros quando ancora la madre permetteva un contatto a distanza. E per Alvini, come per tutti i bambini del mondo, significa una cosa sola: stare insieme ad altri bambini, socializzare, imparare la fiducia negli altri. Cose che ad Alvini sono state precluse nel campo Isis. Ma è anche un bambino che ha visto morire la madre sotto un bombardamento, a pochi passi da lui. Le lacrime di oggi in aeroporto, il pollo e le patatine fritte sono solo una piccolissima parte di una normalità da ri-avere. Riportarlo a scuola potrebbe essere il primo fondamentale antidoto.

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