Alfonso Gianni. Il cambio della guardia alla Banca centrale europea

Alfonso Gianni. Il cambio della guardia alla Banca centrale europea

Il 31 ottobre, dopo otto anni, Mario Draghi ha lasciato  la carica di Presidente della Bce. Lo ha fatto “senza rimpianti”, o almeno così ha detto, in modo sobrio, ricevendo un coro di riconoscimenti e plausi ufficiali, fra i quali quelli del Presidente Sergio Mattarella. Di nemici Draghi non ne ha avuti pochi, ma per il momento hanno per lo più scelto un composto silenzio. D’altro canto, si sa, non si rovinano le feste, soprattutto quando sono d’addio. A Draghi subentra Christine Lagarde, donna certamente di grande esperienza nel mondo della finanza e della politica mondiali. Infatti dal 2011 ha guidato il Fondo monetario internazionale, avendone assunto il ruolo di direttrice dopo le forzate dimissioni di Dominique Strauss-Kahn a seguito del celebre scandalo sessuale che lo travolse, sospetti complottisti a parte. La domanda è: la Lagarde saprà gestire l’eredità lasciatele da Mario Draghi o cambierà verso alla politica della Bce, dando retta ai falchi del rigore? La risposta non è semplice e molto dipenderà dal corso reale dell’economia mondiale ed europea.

Certamente il lungo passaggio di Draghi a capo della Bce non è stato omeopatico. L’uomo ha marcato il campo con determinazione e ha anche prospettato le mosse che la Bce dovrà fare nei prossimi mesi. Più che un’eredità, Draghi ha lasciato a chi viene dopo di lui delle precise consegne. Nell’intervento pronunciato lo scorso 11 ottobre all’Università Cattolica di Milano, in occasione del conferimento della Laurea honoris causa in Economia, Draghi aveva, con molta compostezza, difeso la validità del suo percorso in un periodo economico e politico tutt’altro che facile. Aveva detto di essersi ispirato a tre principi di fondo: la conoscenza, il coraggio, l’umiltà. Doti essenziali per dei policy maker com’egli stesso a buon diritto si considera. Come in altre occasioni si è potuto cogliere nelle sue parole un fondo di disincantata ironia. Troppo grande ed evidente è la distanza tra quei principi, presi uno per uno e ancor più tutti insieme, e le pratiche delle classi dirigenti politiche ed economiche europee. Addirittura un abisso nel caso italiano. Ma è proprio in questo contesto di un’Unione europea che ha creduto di affrontare la più grande crisi dopo il ’29 con la miserabili armi dell’austerità, che Draghi ha potuto assurgere a ruolo di salvatore dell’euro. Quella moneta unica fatta nascere in un’area monetaria non ottimale, come riconobbero i suoi stessi ideatori, e il cui volo è stato paragonato a quello di un calabrone, tanto improbabile e finanche inspiegabile ai più era parso. In effetti il suo celebre Whatever it takes del 26 luglio del 2012 ha contribuito certamente a sorreggere il volo dello strano insetto.

Fu vera gloria? Non del tutto. Si può certo dire che Draghi ha spinto i limiti del suo mandato, che sono quelli dello statuto della Bce e del sistema di governance che la Ue si è data, fino al loro limite estremo, senza però mai superarli.  Lo ha ripetuto anche in queste ultime ore. Non solo per difendersi dalle accuse dei falchi del rigore, ma perché egli stesso è ben cosciente dei limiti intrinseci di una politica monetaria non supportata da un’adeguata politica fiscale unitaria. I lontani insegnamenti di Federico Caffè, che lui stesso ha dichiarato di avere abbandonato, qualche residuo positivo lo hanno pur sempre lasciato nella sua formazione. Entro quei limiti Draghi ha mostrato grande attivismo ed inventiva. Ha varato quattro importanti pacchetti, cercando di fronteggiare le conseguenze di una crisi laddove le politiche economiche dei governi europei si mostravano più che inefficaci addirittura peggiorative. Di suo, però, non ha inventato nulla. La forward guidance, cioè le indicazioni prospettiche fornite ai mercati sulle mosse dell’autorità monetaria, è stata adottata per prime dalla Federal Reserve e dalla Bank of England. Il tabù dei tassi negativi, difesi da Draghi nella sua ultima conferenza stampa, è stato infranto prima da alcune banche centrali, come quella della Danimarca o della Svezia. Lo stesso Quantitative Easing è stato inaugurato dalla Federal reserve addirittura nel 2008, mentre la Bce si è mossa solo nel marzo del 2015. Il merito di Draghi però, malgrado le differenze statutarie tra la Banca americana e quella europea, è stato quello di implementare quelle politiche nella Ue superando contrasti, resistenze e vincendo anche battaglie legali, quale quella del riconoscimento da parte della Corte di giustizia europea della legittimità degli acquisti dei titoli di Stato, a condizione che l’obiettivo sia sempre quello del governo dell’inflazione. Nel momento dell’addio però l’inflazione media annua prevista per il decennio si colloca all’1,20%. Siamo quindi lontani dal mitico 2%, l’obiettivo ideale dichiarato.

Questo rafforza i dubbi sull’efficacia del bazooka imbracciato recentemente da Draghi e che la Lagarde dovrebbe raccogliere. Il Financial Times prevede che il nuovo Quantitative Easing senza scadenza potrà durare solo fino al 2020, e così la Reuters, a meno che non si tolga il paletto che attualmente impone alla Bce di non superare negli acquisti il tetto del 30% del debito pubblico di ogni singolo Paese. Dal   canto suo Unicredit segnala che anche restare sotto il tetto non risolve il problema, dal momento che gli acquisti di titoli previsti per il 2020 nell’ambito del Qe saranno superiori alle emissioni nette della Germania e anche di qualche altro Paese. Non solo, ma andrebbe cambiato il criterio della cosiddetta kapital key, che impone che gli acquisti di titoli debbano essere fatti in proporzione alla quota che ogni Paese detiene nel capitale della Banca. La norma fu voluta dal Paese che detiene la quota maggiore, cioè la Germania, la quale voleva impedire che tale misura potesse avvantaggiare i paesi più indebitati e deboli, fra i quali il nostro, configurando di fatto, secondo gli arcigni tedeschi, un superamento dei Trattati che vietano il finanziamento monetario. Ma è esattamente quello che bisognerebbe fare, in modo da consentire più acquisti di titoli di Paesi come l’Italia, la Spagna o il Portogallo e meno acquisti di Bund tedeschi. Il che tra l’altro potrebbe favorire la diminuzione dello spread sui bond della periferia della Ue. Sarebbe una timida quanto necessaria modifica tecnica che andrebbe in direzione della solidarietà, seppure insufficientemente limitata all’aspetto monetario. Avrà la Lagarde la forza e l’intenzione di incamminarsi su questa strada? Difficile azzardare una risposta, ma quello che è facilmente prevedibile è  la teutonica resistenza a una mossa di questo genere.

Tanto più che la nuova Presidente sarà già alle prese con la questione dell’unità bancaria, che Draghi ha solo iniziato e che dovrebbe essere un tassello importante lungo la tormentata strada dell’unità europea. I tassi negativi, che l’ultima riunione della Bce ha lasciato inalterati, malgrado la crescente pressione tedesca e olandese per alzarli, se da un lato dispiacciono alle banche perché riducono i loro margini di redditività, da soli possono ben poco sul terreno del rilancio dell’economia reale. Come si diceva un tempo: il cavallo non beve.  Lo ha detto esplicitamente anche Morgan Stanley sottolineando che “l’impulso monetario ha diminuito i suoi effetti”. La cassetta tradizionale del finanzcapitalismo ha esaurito i suoi attrezzi. Per affrontare le nubi di una nuova possibile recessione, diagnosticata da più parti – anche a seguito di segnali inquietanti quali l’inversione del rendimento tra titoli a breve e lunga scadenza – ci vorrebbe una vera politica economica innovativa nei suoi obiettivi, contenuti e modalità di finanziamento e funzionamento. Ma non se ne vede l’ombra, specialmente dopo l’esito delle elezioni europee che ha complessivamente spostato a destra l’asse degli equilibri dominanti, pur avendo per ora tamponato l’avanzata delle forze più spintamente sovraniste, xenofobe e razziste.

Eppure è sempre più chiaro che senza un’alternativa radicale nelle politiche economiche, una conversione ecologica dell’economia, un rinnovato ruolo dell’investimento pubblico direttamente nell’economia reale, l’Unione europea è destinata a implodere e anche il calabrone euro potrebbe cascare malamente a terra.

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