Alberto Benzoni. Roma, Luigi Petroselli 40 anni dopo. Ripensare il passato per capire il presente.

Alberto Benzoni. Roma, Luigi Petroselli 40 anni dopo. Ripensare il passato per capire il presente.

Quarant’anni fa Luigi Petroselli veniva eletto sindaco di Roma. Sarebbe morto due anni dopo. Due anni sui nove in cui la sinistra avrebbe governato la città, prima con Argan, poi con Vetere. Due sui 14 anni in cui il suo vice sindaco di allora sarebbe stato prima come consigliere comunale, poi come capogruppo, poi come vicesindaco, poi come assessore al patrimonio, poi di nuovo come consigliere semplice, testimone della nascita, dell’ascesa, del trionfo e poi del declino di una visione della città e del progetto in cui questa visione si era articolata. Oggi si moltiplicano le commemorazioni di Petroselli. Una luce accecante su di una persona che se la merita tutta; e, per la proprietà transitiva, sulle persone che hanno collaborato con lui e che sono sopravvissute per dare testimonianza. La sensazione diffusa di raccontare degli eventi e delle persone uniche e irripetibili. Il silenzio, colmo di frustrazione e di disagio, su quello che era accaduto prima e, soprattutto, su quello che accadrà dopo. In una città che, per inciso, sarà governata, dopo l’interregno 1985-1993, dalla sinistra per poco meno di vent’anni.

E, allora, commemorare e basta, forse non ci aiuta. E non ci aiuta soprattutto nella situazione che viviamo oggi. Che è, ce lo dicono tutti, di degrado anzi di sfascio generalizzato che si riflette sullo stesso ruolo di Roma come capitale del paese; e sulle cui origini e natura non si è svolta alcuna riflessione collettiva. Con la possibilità reale di regalare su di un piatto d’argento la guida della città ad un centro-destra a trazione leghista. Ragionare sul passato significa, in primo luogo,  renderci conto che la giunta Petroselli è stata la fase più alta di un ciclo che si stava per chiudere. E non l’anticipatrice di futuri luminosi poi persi per strada non si sa quando o per colpa di chi. Da una parte si completa un processo di inclusione sociale e territoriale di una portata senza precedenti: sanatoria per le borgate, risanamenti edilizi con la scomparsa dei borghetti  asili nido, centri anziani, sviluppo del trasporto pubblico, case popolari, riconquista del verde pubblico e potremmo continuare. Dall’altra il Pci sviluppa in massimo grado la sua funzione tribunizia: a sfilare contro un nemico mutevole ma allora abbastanza silenzioso edili, inquilini e affittuari, rappresentanti delle borgate e senza casa,  miracolosamente uniti nella lotta. Mentre si moltiplicano gli appelli, allora non del tutto inascoltati alla collaborazione responsabile nei confronti dell’opposizione democristiana e dei costruttori (una versione diciamo così attiva del compromesso storico).

Difficile andare oltre. In un contesto in cui, soprattutto dopo la sanatoria delle borgate, il Pci aveva perso e definitivamente, il suo ruolo tribunizio (come dimostreranno ben presto i risultati elettorali di Tor Bella Monaca e dei Parioli lungo tutto l’arco della seconda repubblica) vedendo, nel contempo, diventare molto più difficile e costoso il suo ruolo di governo del territorio dove la Corte costituzionale aveva sostanzialmente precluso la  possibilità di ricorso all’esproprio. Si aggiunga poi il fatto che il Pci, diventato nel frattempo Pds ritorna al potere, per Rutelli interposto, dopo otto anni disastrosi, segnati dalla scandalosa vicenda dei mondiali e da un’amministrazione totalmente allo sbando rispetto alle sollecitazioni clientelari e corruttive provenienti dall’esterno. Che fare allora? La via maestra che oggi ci appare con evidenza solare ma che allora non fu seguita da nessuno, sarebbe stata quella di valorizzare concettualmente e di rafforzare concretamente la capacità progettuale e di indirizzo del comune. Ma a ciò ostava la nuove fede liberista:  e cioè l’idea che il privato fosse, a parità di obbiettivi, molto più efficiente del pubblico nel realizzarli. Ora, fu proprio questa rinuncia preventiva a svolgere il proprio ruolo a rendere prima inefficaci e dopo sempre più disastrose le due nuove strategie adottate dall’amministrazione. Da una parte il rapporto con il governo con alla base la nuova legge su Roma capitale. Dall’altra l’intesa con i grandi gruppi privati, comunemente definita come “dottrina Bettini”.

In sé e per sé, questi due percorsi erano corretti. Se Roma non era solo la sede del governo ma anche la capitale d’Italia, garantire il sostegno del governo stesso in progetti suscettibili di garantire al meglio questa funzione era molto meglio che limitarsi a presentare una lista della spesa. Se l’amministrazione non era più in grado di gestire con le proprie risorse la crescita della città assicurarsi il concorso dei privati, nel contesto di rapporti chiari, era, più che opportuno, doveroso.

A non funzionare però, e sin dall’inizio, sono gli interlocutori. Roma capitale, nel nuovo clima della seconda repubblica, non è certo in prima fila nell’orizzonte dei governi; e il comune diventa ben presto, per la propria debolezza, da protagonista  questuante. Nell’orizzonte locale, poi,  gli interlocutori non sono costruttori puri ma proprietari di aree (e, oltretutto, con il coltello dalla parte del panico a causa dell’esposizione debitoria del comune nei loro confronti); mentre l’ente locale privo di strategie e di progetti da mettere sul tavolo, finisce con l’accettare, senza poteri di verifica e di controllo, quelli proposti dagli altri. Una storia le cui conclusioni sono tutte potenzialmente inscritte nella premessa. Così come l’attuale disastro delle municipalizzate sta tutto nella totale incapacità di comprendere la loro funzione e la loro ragion d’essere. Per dirla in sintesi, il pubblico, nel campo aperto dell’economia e della società, dovrebbe (dico dovrebbe) distinguersi dal privato non per la natura della proprietà ma per la natura degli obbiettivi che persegue. Obbiettivi che, come diceva quel noto rivoluzionario di Keynes, consistono nel “fare quello che i privati non vogliono o non possono fare”. In base a questo criterio le aziende municipalizzate non dovrebbero essere considerate pubbliche. Perché, che si tratti di Atac o di Ama, di farmacie o di edilizia popolare, sono società per azioni i cui obblighi per la proprietà vengono definiti da contratti di servizio redatti da loro stesse. E soprattutto perché la nomina dei loro dirigenti non è il frutto di un dibattito pubblico sia sulla loro persona sia, e soprattutto, sui programmi che intendono attuare ma è piuttosto espressione di un mercato politico/clientelare funzionale agli interessi dei soliti ignoti ma non a quelli della collettività. In questo senso, le municipalizzate appartengono a tuuti meno che ai cittadini.

A completare il quadro, la disastrosa esperienza delle esternalizzazioni. Un mondo estraneo sia alle necessità del pubblico che ai vincoli dell’efficienza. Il rifugio di un “municipalismo di relazione”, dove, al dunque, come dimostra la scandalosa esperienza della linea c della metropolitani, i referenti che contano sono quelli con i privati. Risultato di tutto questo, il collasso dell’amministrazione: da una parte un vertice politico popolato da clienti di passaggio; dall’altra una pletora di dirigenti e, a scendere, di dipendenti autocondannatosi alla più totale passività. Oggi, quarant’anni dopo, la scena romana si va ripopolando, specie a sinistra, di “salvatori della patria”, ognuno convinto che con gli opportuni medici e le opportune ricette, la nostra in sé tutte le risorse per risollevarsi. Ottima cosa, in questo muro del pianto, l’ottimismo della volontà. Né è il caso di rinfacciare a chi lo professa passati errori. Però, signori, un minimo di autocritica (e parlo di autocritica collettiva) ci vorrebbe. Altrimenti, stando alla narrazione corrente, la colpa di tutto finirà col ricadere  sui romani, indolenti e privi di spirito civico o dei dipendenti nullafacenti.

E fare autocritica non significa battersi il petto aggiungendo il “da ora in poi” di rito. Perché se ci siamo avvicinati al baratro con il rischio di caderci definitivamente, questo non è avvenuto per colpa di qualcuno o di qualcosa. Ma perché abbiamo seguito un percorso, quella dell’abbandono della città pubblica, che ci ha portato fatalmente in quella direzione. E, allora, ben vengano i pentiti sulla via di Damasco. E niente chiusure settarie di qualsiasi genere esse siano. A partire, però, dalla assoluta centralità di un nuovo progetto di città basato sul ruolo del pubblico; di quelli, persone e gruppi, fedeli a questo principio e di quanti siano disposti concretamente a sostenerlo. È, dopo quaranta anni, il recupero – anche se in circostanze del tutto diverse e in un ambiente assai più ostile – dell’universo di Petroselli. Ed è anche il modo migliore per commemorarlo.

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