Alberto Benzoni. Perché una lista civica a Roma

Alberto Benzoni. Perché una lista civica a Roma

Viviamo in un paese in cui le vie nuove della politica in generale e della politica di sinistra in particolare nascono dal basso. Chi voglia studiare dal vivo il socialismo prefascista si soffermerà assai poco sulle sue iniziative parlamentari, spesso sui suoi dibattiti congressuali, sempre sulle sue lotte a livello locale. E, ancora, chi si interessi al “riformismo reale”e al suo rapporto con l’ambiente circostante dovrà guardare ai comuni: ai tempi di Giolitti come ai quelli del miracolo economico e delle “trenta gloriose”. Agli inizi della nostra lunga storia, si trattava di costruire dal basso le istituzioni – politiche, economiche, sociali – che sarebbero state il cardine della futura società socialista ma che erano per l’intanto in forte contrasto con l’ordine materiale esistente: comuni, case del popolo, municipalizzate, cooperative, leghe. Il che spiega, tra l’altro, il consenso costante e pressoché unanime  (vedi Corriere della Sera) con cui la borghesia liberale accompagnò la loro distruzione da parte dello squadrismo fascista.

All’epoca della prima repubblica i comuni, dai più grandi ai più piccoli, sarebbero stati impegnati e nella costruzione di un welfare di tipo inclusivo e nella pianificazione  di un’espansione urbana senza precedenti. Il tutto, in un contesto di apertura e di dialogo tale da anticipare, a livello locale, formule politiche che sarebbero poi realizzate a livello nazionale. Qui la presenza di liste civiche è inconcepibile. Nei comuni medi e grandi. Ma anche nella stragrande maggioranza di quelli più piccoli.  Sia perché la divisione tra destra e sinistra è netta. Sia e soprattutto  perché i partiti rimangono gli assoluti protagonisti della politica. Con l’avvento della seconda. Il quadro cambia radicalmente. E con effetti potenzialmente dirompenti e su sui protagonisti e sulla natura del conflitto. Vediamo come e perché. A cominciare dalla legge sulla elezione dei sindaci. Questa combina l’uninominale a due turni per la scelta apicale con il mantenimento del voto di preferenza ( limitato peraltro a due persone con la parità uomo-donna) per i consiglieri comunali. Il tutto in una logica di personalizzazione del confronto destinata ad andare lontano. Conseguentemente, i sindaci della seconda repubblica acquisteranno popolarità e visibilità; introiettata al punto di vedere, con un’elevata dose di narcisismo, il loro ruolo come trampolino di lancio per grandi carriere nazionali. Per inciso falliranno tutti, meno Renzi (che, al di là delle sue ambizioni aveva anche un progetto politico): o, peggio ancora, come Pisapia, rimarranno in una specie di limbo, più basso rispetto alla loro vanità ma chiaramente superiore rispetto ai loro meriti. Complessivamente, la nuova generazione di sindaci sarà senz’altro più popolare rispetto a quelli della prima repubblica; ma non è affatto detto che sia stata anche più valida. Sia come sia, il nuovo modello dell’”uomo solo al comando” aprirà una serie di frizioni tra sindaci, gruppi consiliari e partito. Frizioni che sfoceranno molto spesso in conflitti aperti; sino a introdurre la procedura, mai conosciuta in passato, della mozione di sfiducia nei confronti del sindaco da parte della sua stessa maggioranza con il conseguente ricorso a nuove elezioni;  un vero caso di suicidio assistito. Inutile ricordare poi che la marginalizzazione del consiglio comunale come sede di confronto sugli indirizzi e i propositi delle amministrazione e sui problemi della città, contribuirà a rendere la gestione della cosa pubblica sempre più corporativa e opaca.

È in questo quadro che nascono le liste civiche. Ma come sottoprodotto del nuovo sistema. E non come risposta alle sue criticità.

L’aspirante sindaco vuole portare in consiglio persone che facciano direttamente capo a lui? Ecco, allora, la lista del sindaco. Una lista che, con l’andare del tempo, tenderà ad acquisire maggiori consensi, sino ad avvicinare quella del partito.  E, ancora,  c’è bisogno di allargare al massimo il consenso in un confronto difficile? Ecco, allora, la fioritura di liste, con etichette sempre più vaghe e dalla rappresentatività sempre più nominale (ricordo “Roma e Lazio” a sostegno del candidato del centro-destra e i “moderati per Veltroni”…).  E, per finire, questo o quel partito non si ritiene in grado di presentare il proprio simbolo? Eccolo allora, mascherato da un nome e da una sigla di altro tipo. Ma qui siamo di fronte a formazioni che non hanno nulla a che fare con quella famosa “società civile” costantemente evocata in quegli anni; e  quasi sempre a sproposito. Non fosse altro perché sono creature del tutto artificiali: frutto di calcoli personali o di esigenze di “mascheramento”, le une e gli altri tutti interni al sistema. Per arrivare al prodotto autentico- o comunque per affermare la sua centralità-  si dovrà allora partire dalla crisi sistemica che colpirà gli enti locali, e in particolare quelli guidati dalla sinistra-  nei primi due decenni del nuovo secolo. Particolarmente, anche se non solamente, a Roma. Di questa crisi, dei suoi molteplici ragioni e di come la classa dirigente di questa città l’abbia affrontati e con quali disastrosi risultati si è già ampiamente scritto. E le conclusioni da trarre dalla vicenda sono inequivocabili. In estrema sintesi, abbiamo assistito, in questi venti anni, al totale abbandono  (frutto di una vera e propria abiura) del ruolo svolto dalla sinistra nella crescita della democrazia cittadina.

Eravamo il partito del Disegno e del Progetto. E abbiamo delegato l’uno e l’altro ai  gruppi privati, con l’entusiasmo un po’ beota con cui gli indigeni prendevano in mano le perline distribuite da Cristoforo Colombo e dai suoi marinai. Eravamo il partito della città pubblica: ma abbiamo esternalizzato ciecamente funzioni essenziali, distrutto competenze e motivazioni e trasformato le municipalizzate in strumenti al servizio di sé stesse e non dei cittadini. Eravamo il partito della lotta alle disuguaglianze: ma queste stanno crescendo. E allora, se in politica esiste un Mandato del Cielo, lo abbiamo definitivamente perduto. Anche perché non ci siamo mai chiesti perché. Ciò detto, la sinistra di governo non è stata la sola protagonista del disastro. Perché, ad accelerarlo e a renderlo potenzialmente irrimediabile hanno potentemente contribuito praticamente tutte le forze grandi forze politiche presenti in campo.

Il Mandato del Cielo è dunque tornato alla città.

Possibile che questa l’affidi al Salvatore della patria di turno, calato, questa volta, dal Nord. Possibile, anche, che lo lasci abbandonato in un cassetto; a giustificazione della tesi che i mali di roma sono colpa dei romani. Possibile, e magari anche probabile, che voglia appropriarsene per gestirlo in prima persona. In un processo in cui la formazione di una lista civica dovrebbe essere la prima ed essenziale tappa.

Questo per dire, in conclusione, che non stiamo parlando di utopie, di “vuoti da riempire”, di “come sarebbe  bello se” o, peggio, di otri nuovi destinati a contenere vini di cattiva qualità. Ma di qualcosa che sta crescendo davanti ai nostri occhi rompendo barriere e superando confini che apparivano invalicabili. Ecco emergere figure professionali e politiche, disposte a mettere la faccia su progetti di cambiamento; ecco le folle che riempiono le sale per discutere sul cosa è andato storto e su cosa fare per raddrizzarlo; ecco le richieste pressanti di dialogo e di confronto; ecco l’affermarsi, diventato sempre più visibile del protagonismo dei cittadini;  ecco il moltiplicarsi di associazioni intente a fare del centocinquantesimo anniversario di Roma capitale il punto d’arrivo di una serie di iniziative volte a valorizzare le infinite risorse della nostra città.

Tanti ruscelli diversi. Marginali e irrilevanti se rimanessero separati. Decisivi per il futuro di Roma se vinceranno le ragioni dell’unità; a partire dal superamento di quel minoritarismo settario (con la conseguente incapacità di costruire alleanze larghe) che ha sinora impedito la rinascita, a Roma come altrove, di una sinistra degna di questo nome

Share