Whirlpool. Sindacati e lavoratori in piazza contro la decisione dell’azienda di cedere lo stabilimento di Napoli

Whirlpool. Sindacati e lavoratori in piazza contro la decisione dell’azienda di cedere lo stabilimento di Napoli

Sindacati e lavoratori in piazza contro la decisione dell’azienda di cedere lo stabilimento di Napoli, dove lavorano 430 persone e si producono lavatrici. Incrociano le braccia per il secondo sciopero di otto ore nell’arco di due settimane e sfilano tra le strade di Roma per la manifestazione nazionale indetta da Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil. Poi l’incontro al Mise con il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, che anticipa la convocazione in arrivo per mercoledì prossimo, 9 ottobre, dal presidente del Consiglio. Un passo in avanti per i sindacati, che però rimarcano la propria posizione nei confronti della multinazionale americana: ritiri la procedura di cessione alla società Prs (Passive Refrigeration Solutions) con sede legale a Lugano e riapra una trattativa “vera”. Ma è anche lo stesso ministro a dirlo nel corso dell’incontro con la delegazione sindacale: “Mi siederò al tavolo con Whirlpool se sospende la procedura di cessione”. La fermi “per poter ricominciare a ragionare”, afferma Patuanelli, riferendo della lettera che l’azienda gli ha inviato nei giorni scorsi, con cui la stessa richiede un incontro per un aggiornamento sul progetto di riconversione.

I sindacati sono compatti ed i lavoratori anche: Fiom, Fim e Uilm parlano di sciopero riuscito e di stabilimenti fermi

Alla manifestazione arrivano duemila lavoratori, dicono dagli stessi sindacati, da tutti gli stabilimenti del gruppo in Italia (sono otto, compresi i due centri direzionali, che impiegano in totale oltre 5.500 dipendenti). “Napoli non molla”, è lo striscione che apre il corteo ed è la frase ripetuta nei cori e stampata sulle magliette che molti di loro indossano. A sfilare anche una lavatrice, portata a spalla da quattro operai, con croce di legno, ceri e fiori, in un funerale che i lavoratori non vogliono celebrare. Il tempo stringe e la preoccupazione sale: “C’è la consapevolezza del rischio che al disimpegno su Napoli possa seguire il disimpegno in Italia”, dice la segretaria generale della Fiom, Francesca Re David. “Bisogna fermare questo conto alla rovescia: il 12 ottobre scadrà la fase di consultazione sindacale e l’azienda, con o senza accordo, avrà mano libera”, avverte il numero uno della Fim, Marco Bentivogli. “La chiusura dello stabilimento di Napoli è inaccettabile e noi ci opponiamo”, dice il leader della Uilm, Rocco Palombella.

I sindacati sono da tempo sul piede di guerra e hanno accolto con soddisfazione i messaggi arrivati dell’esecutivo. La protesta tra strade e fabbriche, insomma, sembra aver avuto i primi effetti e una certa risonanza mediatica. “Conte vuole incontrare i segretari generali dei sindacati come segnale di attenzione per questa vertenza e per i lavoratori”, commenta il leader della Fim-Cisl Marco Bentivogli, mentre la Fiom pone l’attenzione sulla “unità di tutti i lavoratori”, sottolineando come “per la prima volta da anni una vertenza industriale va alla presidenza del Consiglio”. Nel piano industriale sottoscritto ad ottobre del 2018, ricordano i sindacati, l’azienda ha previsto un investimento di 250 milioni di euro in tre anni e il mantenimento della produzione negli stabilimenti italiani: dunque, “investimenti e non cessioni”.

“Noi non siamo disponibili a gestire chiusure e licenziamenti”, ripete il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, prendendo parte al corteo. Il governo, insiste la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, “deve far rispettare gli impegni all’azienda”. Il punto è anche la regolamentazione dell’attività delle multinazionali: “Non è più accettabile che decidano unilateralmente, andando via indisturbate”, dice il numero uno della Uil, Carmelo Barbagallo. L’auspicio dei sindacati, ora, è che dal tavolo di mercoledì con il premier Giuseppe Conte arrivino “risultati concreti e soluzioni”.

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