Walter Tocci. Ricordando Pasolini: per fare qualcosa di buono per Roma bisogna rimboccarci le maniche, non si piange, non si deve piangere (Parte seconda)

Walter Tocci. Ricordando Pasolini: per fare qualcosa di buono per Roma bisogna rimboccarci le maniche, non si piange, non si deve piangere (Parte seconda)

La priorità è la rete dei trasporti su ferro. C’è una grande opportunità non ancora messa a frutto: la conclusione dell’Alta Velocità ha alleggerito il traffico nazionale sulle ferrovie per Napoli e per la Toscana, le cui potenzialità non sono state ancora riutilizzate pienamente nel trasporto locale. È possibile dotare il territorio romano-laziale di una moderna rete di metropolitane regionali, come le S-Bhan tedesche o la RER parigina. Non è solo una politica dei trasporti, ma è la leva per innescare una nuova economia del territorio. Le stazioni rinnovate dovrebbero mettere a frutto il vantaggio localizzativo per attrarre nuove attività di servizio e di innovazione nelle filiere turistiche, agricole, ambientali, di beni sociali e di nuove tecnologie.

E basta con la favoletta che mancano i soldi per la cura del ferro. Negli ultimi venti anni il Comune non ha portato al ministero nessun progetto esecutivo per il finanziamento di nuove opere di trasporto oltre quelle già in cantiere, nessun nuovo tram, metro o ferrovia. Mentre i politici romani ripetevano la cantilena dei soldi mancanti, gli amministratori di Napoli e Milano presentavano progetti esecutivi e ottenevano circa 4 miliardi di euro. Il fondo nazionale degli investimenti non è ancora impegnato per il 70%. Non mancano i soldi, mancano la volontà politica e soprattutto la capacità di elaborare progetti esecutivi, anche a causa dell’indebolimento delle tecnostrutture di ingegneria.

Come si vede nel cantiere della metro C. Il tempo stringe: a fine anno la talpa che viene da San Giovanni arriverà al Colosseo e poi, come previsto dal contratto, proseguirà per un breve tratto fermandosi proprio sotto il Foro di Traiano. Se non si presentano al ministero i progetti per proseguire l’opera la talpa sarà abbandonata in profondità, perché diventerà impossibile tirarla fuori. Spero ancora che il Comune si svegli, altrimenti i futuri archeologi, fra cento anni, troveranno sotto il foro di Traiano realizzato dal grande Apollodoro di Damasco l’ammasso di ferraglie della talpa, come monumento della stupidità della nostra epoca, che si ritiene la più moderna di tutte. Riassumendo, quindi, i due sentieri interrotti di Roma capitale – il cozzo delle idee e la rinascita dell’Agro – possono essere riattualizzati nel rilancio della vocazione internazionale e nella strutturazione di qualità dell’area regionale.

Non è solo un ampliamento di orizzonti globali e locali, ma è un cambiamento di paradigma. Se la capitale otto-novecentesca è stata generata dalla coppia città-nazione, la capitale del nuovo secolo troverà le sue opportunità nella coppia regione-mondo. La prima coppia ha attivato relazioni verticali, di natura politico-burocratica, nell’economia esogena e protetta. La seconda coppia va pensata come un insieme di relazioni orizzontali, di natura sociale e culturale, nell’economia endogena e creativa. Il passaggio dal paradigma verticale a quello orizzontale rappresenta la transizione dalla capitale in sé a quella per sé. Fin qui siamo vissuti con la rendita della storia millenaria. Nella capitale in sé non c’era bisogno di aggiungere nulla, poiché ogni cosa scaturiva dall’immeritata eredità delle generazioni precedenti. Il futuro, invece, dipenderà dalla capitale per sé, cioè dalla capacità della generazione contemporanea e di quelle successive di rielaborare in modo originale il simbolo e la funzione di Roma nel nuovo mondo. Quando si rinuncia a tali ambizioni, vince il provincialismo dei sindaci che vanno con il cappello in mano a chiedere al governo qualche soldo in più. Anche quando ottengono qualcosa, la città paga un prezzo molto più alto in termini di discredito nazionale per il trattamento di favore, come è già accaduto. Non bisogna mai rompere l’intesa con le altre città italiane sulla ripartizione della spesa corrente. E bisogna sempre saper giustificare gli investimenti sulla capitale come interesse del Paese intero. Ai sindaci di oggi e di domani bisogna ricordare che Governare Roma non può mai essere una rivendicazione municipale, è sempre una responsabilità nazionale e internazionale.

La capitale per sé non ha bisogno di trattamenti di favore, ce la può fare con le proprie forze se ottiene dal Parlamento una coraggiosa riforma istituzionale.

Il vecchio Comune è obsoleto, è troppo grande e troppo piccolo. Troppo grande rispetto alla vita di quartiere e ai servizi alla persona. Troppo piccolo rispetto ai processi demografici, economici, ambientali e logistici che hanno superato di gran lunga i confini municipali. Lo dico crudamente, bisogna cancellare il vecchio Comune per trasferire le sue funzioni in due direzioni: in basso verso gli attuali Municipi trasformandoli in veri Comuni – sulla cui porta si dovrà scrivere: qui è vietato dire non è di mia competenza – e in alto verso la Città Metropolitana che oggi è una scatola vuota, ma può diventare il governo strategico dell’area vasta. Oggi al governo si sono alleati due partiti che fino a ieri hanno polemizzato duramente su Roma. Come risolveranno la contraddizione? Certo non sarebbe elegante fare finta di nulla, ma non si può rimanere prigionieri del passato. Entrambi i partiti dovrebbero essere interessati ad aprire un campo nuovo del confronto impegnandosi insieme, come governo, nel proporre al Parlamento una riforma istituzionale della capitale, aprendo un dialogo con la destra. Tutti i partiti dovrebbero contribuire alla riforma per poi competere alle prossime elezioni per il governo di istituzioni che saranno più efficaci e credibili.  Poi, se si aprirà una vera riforma del regionalismo, non quello differenziato che spacca il Paese, ma la riduzione del numero delle regioni, quindi con regioni più grandi, si potrà proporne una più piccola, la Regione della capitale. Sarebbe l’occasione per conferire il potere legislativo alla città, aiutandola così a svolgere il primario compito internazionale. Con un assetto istituzionale molto più vicino a quello di Berlino, di Parigi e di Londra

Se però la riforma si riducesse solo a una nuova ingegneria dei poteri locali sarebbe destinata al fallimento prima di cominciare. Deve essere, invece, l’occasione per rifondare su basi nuove la macchina amministrativa: revisione e chiarificazione di tutte le procedure; nuova cultura organizzativa; formazione permanente e ringiovanimento del personale e ampliamento dello spettro professionale, non solo amministrativi, ma anche sociologi, pedagogisti, economisti, ingegneri, urbanisti, tecnologi, perfino blogger per comunicare meglio. L’eliminazione del Comune consente di fare tabula rasa delle rendite di posizione e delle incrostazioni corporative. D’altro canto, non sono sufficienti i pannicelli caldi per uscire dall’attuale collasso della macchina comunale.

Soprattutto ci vuole molta determinazione per affrontare i due più grandi problemi di Roma: Atac e Ama. Diciamo la verità, non sono più servizi pubblici, sono pericoli pubblici. Sono pericoli per il bilancio comunale e soprattutto per la vita quotidiana della città. Sono carrozzoni inefficienti e corporativi che dissipano risorse all’interno e solo quello che avanza lo danno ai cittadini. Ed è sempre di meno. L’Atac oggi produce un servizio inferiore al livello per cui è finanziata dal Comune. Quindi i soldi ci sono ma non producono servizio per i cittadini. La media della produzione è diminuita del 30% rispetto ai primi anni Duemila, ma in periferia la diminuzione supera il 50%. In alcune borgate sono rimaste solo le paline a testimoniare che una volta ci passava l’autobus. Atac e Ama fanno male soprattutto alla povera gente. Basta con la conservazione di questi carrozzoni, vanno rivoltati come un pedalino, non solo per renderli più efficaci, ma per ripensarne la logica di funzionamento.

Le nuove generazioni non avranno più il mito dell’automobile in proprietà e useranno in modi intelligenti i mezzi della mobilità sostenibile, car-sharing, car-pooling, bici, pattini e altri mezzi tecnologici che verranno. Le aziende pubbliche del futuro dovranno sostenere questa capacità dei cittadini di scegliere diverse modalità di trasporto, dovranno integrare i mezzi innovativi e flessibili con le tradizionali reti fisse, e governare i big data dei flussi di mobilità. Analogamente, i rifiuti, invece di caricarli sui treni, almeno quelli biologici potrebbero essere usati come concime negli oltre tremila ettari di terreni agricoli di cui oggi è proprietario il Comune; sarebbe l’avvio dell’economia circolare. Non abbiamo più bisogno di vecchie aziende pubbliche fordiste basate solo sulla forza lavoro di venti mila dipendenti, peraltro gestita molto male, ma di agenzie pubbliche che accompagnino i cambiamenti degli stili di vita. Il servizio pubblico del futuro consisterà nell’organizzazione dell’intelligenza sociale. Sarebbe fantastico se si affermasse una nuova idea di servizio pubblico proprio dove è naufragata la vecchia concezione. Sarebbe un passo rilevante verso la capitale per sé.

Tutto quanto abbiamo detto però conduce a una domanda cruciale: Roma possiede la linfa sociale per rifiorire?

Occorre uno sguardo positivo sulla città, per scoprire le esperienze che stanno aprendo strade nuove, e per aiutarle a crescere con nuove politiche pubbliche. Pur nella crisi economica più dura di tutti i tempi si notano tentativi di risposta: c’è un forte aumento del numero di imprese, anche se spesso in settori maturi; c’è un protagonismo delle donne nel proporre nuovi servizi sociali e imprenditoriali. Si mantengono vivaci alcuni settori dell’innovazione, come il farmaceutico, e anche le start-up costituiscono una scommessa di giovani intraprendenti. C’è una popolazione giovanile che ha la testa rivolta verso le frontiere tecnologiche, come dimostra lo straordinario successo di pubblico del Market Faire promosso dalla Camera di Commercio, che farà convergere tra qualche settimana alla Fiera di Roma da tutta Europa gli artigiani digitali e le migliori realizzazioni di robotica, intelligenza artificiale, internet delle cose, edilizia sostenibile, mobilità dolce, tecnologie per la salute ecc. È lo stesso spirito innovativo che si ritrova in tante esperienze di quartiere, nella cura degli spazi pubblici, nel recupero di edifici dismessi, nella coltivazione degli orti urbani, nell’invenzione di luoghi di produzione culturale, nel buongoverno di alcuni Municipi, in certe scuole di periferia aperte giorno e sera che sperimentano nuove didattiche, riportano anche gli adulti all’educazione permanente e insegnano a leggere e a scrivere ai ragazzi che parlano cento lingue del mondo.

Ci sono due nomi che richiamano immediatamente gli stereotipi negativi: Tor Bella Monaca e Corviale. Certo non mancano problemi drammatici, ma oggi sono anche i quartieri di più intensa sperimentazione sociale, con un volontariato appassionato, associazioni sportive, imprese sociali, biblioteche moderne, teatri e perfino gallerie d’arte. Furono operazioni urbanistiche realizzate con le buone intenzioni di eliminare i borghetti e costruire le case per i lavoratori, fu una grande politica sociale. Pesò negativamente, però, la maldestra gestione delle assegnazioni che concentrò le figure di disagio sociale, e poi l’incuria dei luoghi che prosegue anche oggi. Ma sono anche i frutti amari di un razionalismo urbanistico che è sempre rimasto estraneo alle forme di vita popolare. Eppure dispongono di un patrimonio, più ricco di altri quartieri, di spazi, di aree, giardini e di immobili pubblici che oggi potrebbe costituire il volano della riqualificazione.

Vi consiglio la lettura di Ghetti, il libro di Goffredo Buccini che di queste storie ripercorre luci e ombre.A un certo l’autore si domanda come mai i turisti vanno a Marsiglia a visitare l’unità di abitazione di Le Corbusier e nessuno va a Corviale che rappresenta pienamente quella controversa stagione urbanistica. Mimmo De Masi mi ha chiesto di tentare l’utopia in questo intervento. Obbedisco: chissà, nel 2030 Corviale sarà uno dei luoghi più interessanti per i romani e per i turisti, non solo per la riqualificazione della funzione residenziale già in atto, ma per la collocazione sul tetto delle statue di Roma antica, in un museo originale e aperto verso l’immensità della campagna romana ancora integra in quella direzione,come propone Carmelo Baglivo. Le risorse sociali della città dovrebbero essere mobilitate dalla buona politica, ma ciò non avviene ed è questo il punto di massima crisi dell’ultimo decennio. I partiti si sono trasformati in macchine del ceto politico senza radicamento sociale e senza linfa culturale, e di conseguenza si chiudono nella conservazione dell’esistente, non governano il futuro di Roma. La logica di ceto è diffusa sia a destra sia a sinistra e perfino chi era nato per spazzarla via l’ha imparata presto e male, come è sotto gli occhi di tutti. A questo puntola politica deve essere vivificata da una forte mobilitazione civica. Tutte le esperienze sociali, culturali ed economiche che stanno realizzando dei cambiamenti devono osare di più, devono entrare in relazione tra loro e prendersi nuove responsabilità. Dalle migliori energie della società romana può sgorgare una nuova classe dirigente.

Sappiamo quanto è difficile coagulare le forze del cambiamento, forse bisogna cominciare anche da gesti semplici. Tutti coloro che stanno facendo qualcosa di buono per la città dovrebbero intanto riconoscersi, magari mettendo un fiocco nel vestito uscendo di casa. Quando incontriamo per strada qualcuno con il fiocco lo fermiamo e gli chiediamo qual’é il suo progetto e magari troviamo il modo di realizzarlo insieme o di inventarne uno nuovo coinvolgendo altre persone. Sarebbe un contributo all’interpretazione esortativa del verso pasoliniano: non si piange su una città coloniale. Il convegno di oggi è un buon esempio: rimbocchiamoci le maniche, facciamo tutti qualcosa per la rinascita di Roma.

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