Valter Vecellio. Il caso Regeni, le assicurazioni di Di Maio, l’Eni, l’Egitto (e non solo)

Valter Vecellio. Il caso Regeni, le assicurazioni di Di Maio, l’Eni, l’Egitto (e non solo)

Il neo-ministro degli Esteri Luigi Di Maio, incontra alla Farnesina i genitori di Giulio Regeni, che comprensibilmente vogliono sapere il chi, il come, il perché della uccisione del loro figlio, in Egitto. Per Di Maio l’occasione, a quanto è dato sapere, per un ultimatum, l’ennesimo: avere o meno rapporti con l’Egitto del generale Al Sisi in mancanza di collaborazione o verità sul sequestro, la tortura e la morte di Giulio Regeni. «Per l’Italia – dice Di Maio – è arrivato il momento di cambiare passo e atteggiamento. Lo stallo con l’Egitto sull’omicidio di Regeni non è più tollerabile. Per noi la verità sull’assassinio di Giulio è una priorità che non può subire alcuna deroga».

Una posizione, si osserva, conseguenza del nuovo schiaffo egiziano dato all’Italia: da sei mesi dal Cairo non è arrivata alcuna risposta alla rogatoria inviata dal sostituto procuratore della procura di Roma, Sergio Colaiocco. Rogatoria considerata fondamentale per la ricostruzione della verità: si cercano riscontri alle dichiarazioni di un testimone che ha raccontato di aver ascoltato personalmente, a margine di un incontro internazionale, un agente del servizio segreto civile egiziano, raccontare di aver partecipato al sequestro di Giulio. Testimonianza ritenuta fondamentale: secondo gli investigatori italiani ha molti elementi di solidità. Consoliderebbe l’ipotesi accusatoria: la procura di Roma ha iscritto cinque agenti della National security nel registro degli indagati con l’accusa di sequestro. Da ormai un anno l’Egitto ha interrotto ogni tipo di collaborazione, anche quella formale. Da qui la richiesta, ripetuta in più occasioni dalla famiglia Regeni, e ribadita a Di Maio, di richiamare l’ambasciatore al Cairo. Che margini di manovra abbia la Farnesina non è ben chiaro. Si fa sapere che se entro la fine di ottobre dal Cairo non arriverà una risposta piena e convincente alle domande dei magistrati romani, il governo italiano si comporterà di conseguenza. Cioè?

Regeni, dopo essere stato orribilmente torturato, viene poi ucciso, il corpo gettato nel febbraio 2016 lungo la superstrada che collega il Cairo e Alessandria. Due anni dopo, l’inaugurazione, simbolica, ma molto ben propagandatata, con la visita e il discorso ufficiale del presidente egiziano al-Sisi agli impianti del giacimento gasiero di Zohr, alla presenza dell’amministratore delegato dell’ENI Claudio De Scalzi. ENI infatti ha scoperto il maxi giacimento e ne detiene il 60 per cento. In quell’occasione al-Sisi trova il modo di dire che “…non smetteremo di cercare i criminali che hanno fatto questo” per consegnarli “all’autorità giudiziaria”. Aggiunge che quel delitto è stato commesso “per rovinare i rapporti con l’Italia e per danneggiare l’Egitto”. Mai parole (e luogo) potevano essere più chiare e significative. Il connubio tra ENI ed Egitto è “storico”, cementato da ingenti investimenti (la previsione per i prossimi cinque anni è di circa dieci miliardi di dollari).

Per limitarci al solo giacimento di Zohr: è la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto nel Mar Mediterraneo. Si trova nel blocco di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto, 190 chilometri a nord di Port Said. Ha un potenziale di oltre 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (circa 5,5 miliardi di barili di olio equivalente). Secondo il ministro del petrolio egiziano Tarek el-Molla la produzione dovrebbe salire a 2,7 miliardi cubi al giorno entro la fine del 2019 trasformando l’Egitto in un hub gasiero regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa. Per il “Financial Times” una risorsa senza precedenti in grado di sconvolgere gli assetti regionali energetici: “Con questo nuovo giacimento il mercato egiziano è in cambiamento. L’autosufficienza energetica potrebbe essere raggiunta in meno di 18 mesi e il paese, ancora una volta, potrebbe diventare un esportatore e costruire la sua reputazione come uno dei più importanti hub commerciali nella regione posizionandosi anche come mediatori tra i mercati occidentali e medioriente. Ecco, questo è il contesto. Chissà se il ministro Di Maio ha studiato a fondo i relativi dossier. Senza dimenticare che cinque minuti dopo aver ritirato l’ambasciatore italiano dal Cairo, si sono premurosamente presentati da al-Sisi i nostri “cugini” francesi che operano con grande spregiudicatezza in tutta l’Africa subsahariana, e con loro i britannici, i cinesi, I russi, gli americani… L’Italia si ritira? Hanno flautato gli emissary dell’Eliseo. Siamo qui pronti a prenderne il posto…

C’è poi un capitolo di questa triste vicenda che – certo non per un caso, resta in ombra. Regeni era un dottorando italiano dell’università di Cambridge. Specchiata figura, Regeni – e lo si sottolinea per non prestare il fianco a qualsiasi tipo di speculazione sulla persona, senza dubbio alcuno cristallina. Non altrettanto ci si sente di porre la mano sul fuoco per quello che riguarda l’università britannica. Qualche dubbio che non è solo un dubbio, qualche sospetto che non  solo un sospetto, è lecito coltivarlo. Non foss’altro per una illuminante tradizione e un passato neppure troppo passato…

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