Siria. Le truppe regolari di Assad, chiamate dai curdi, entrano a Manbij, città chiave. Manifestazioni per il popolo curdo a Milano e a Roma

Siria. Le truppe regolari di Assad, chiamate dai curdi, entrano a Manbij, città chiave. Manifestazioni per il popolo curdo a Milano e a Roma

L’esercito regolare siriano è entrato a Manbij, città chiave nel Nord-Est della Siria, attualmente sotto il controllo dei curdi Ypg. La città è sotto l’assedio dell’Esercito libero siriano, le milizie filo-turche che sostengono Ankara nell’offensiva contro i curdi. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha confermato che l’offensiva va avanti, nonostante l’invio delle truppe del regime siriano di Bashar al-Assad. “Andremo fino in fondo. Finiremo quello che abbiamo iniziato”. All’indomani dell’annunciata intesa tra Bashar al Assad e i curdi per frenare l’incursione turca nel nord-est della Siria, Recep Tayyip Erdogan non si ferma e mette Kobane nel mirino. “E’ un passo vitale quanto l’operazione a Cipro del 1974”, scandisce il leader di Ankara. Su cui però, annuncia Donald Trump, sta per piombare la scure di “grandi sanzioni” americane. Mentre gli Stati Uniti si preparano a ritirare definitivamente le loro truppe dalla Siria dopo l’abbandono di Kobane, il tycoon conferma di voler agire solo sul piano economico: “Veramente c’è qualcuno che pensa che dovremmo andare in guerra con un membro della Nato come la Turchia? Basta alle guerre senza fine”. Sul terreno, intanto, l’avanzata di Ankara prosegue.

Come si muove l’Europa? “Con una voce sola”, dicono i ministri degli Esteri, ma di concreto non c’è nulla 

La “condanna” per l’attacco dell’esercito turco nel nord-est della Siria c’è. Ma sull’embargo Ue alla vendita di armi ad Ankara, i 28 siglano un accordo politico per cui ciascun paese deciderà a livello nazionale su come procedere. A quasi una settimana dall’inizio dell’operazione ‘Fonte di pace’, i ministri degli Esteri dell’Unione si mettono d’accordo per inserire la “condanna” dell’Europa nel testo finale del comunicato: termine che ancora pochi giorni fa non compariva nei documenti ufficiali. Sullo stop alla vendita di armamenti invece, i 28 assumono “l’impegno a rafforzare le posizioni nazionali in merito alla politica di esportazione” di armi verso la Turchia”. “Gli Stati si sono impegnati”, assicura Federica Mogherini annunciando che già mercoledì prossimo inizierà il monitoraggio per verificare come le capitali metteranno in pratica l’impegno. Si tratta di una decisione vincolante, è la posizione della Ue, e la scelta di delegare ai singoli Stati membri le restrizioni all’export di armi è dovuta al fatto che diversi Stati Ue fanno parte anche della Nato. L’Italia in ogni caso c’è, conferma il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che annuncia a breve un atto interministeriale con cui sarà fermato “l’export di armamenti verso la Turchia per tutto quello che riguarda le commesse da domani in poi, il futuro dei prossimi contratti e dei prossimi impegni”.

Da Lussemburgo, fonti diplomatiche spiegano che il risultato ottenuto non era scontato, soprattutto perché avviare un embargo formale Ue nei confronti di un paese alleato della Nato e con cui sono in corso dei negoziati di adesione, mettendo Ankara sullo stesso piano della Russia, non sarebbe stato facile. Resta che saranno le cancellerie insomma, e non Bruxelles, a decidere le modalità dello stop alla vendita di materiale bellico. Per l’Unione comunque, la Turchia rimane “un partner chiave” e “un attore di fondamentale importanza nella crisi siriana e nella regione”. E l’eventualità che l’avvio di una escalation in Siria possa portare a una nuova ondata di profughi verso il continente resta una delle principali preoccupazioni dell’Ue. Per questo l’Europa fa sapere che “resta impegnata nei suoi sforzi per la gestione della crisi umanitaria dei rifugiati alla luce delle necessità che emergeranno”. La pressione di Bruxelles si fa sentire in parte anche sul fronte sanzioni: i ministri degli Esteri hanno deciso di mettere in piedi “un regime quadro di misure restrittive” contro la Turchia, ma relativamente alle trivellazioni illegali nella zona economica esclusiva di Cipro, e non legato alla questione siriana. Il Consiglio ha incaricato Federica Mogherini, di “presentare rapidamente proposte” per il ‘quadro sanzionatorio’ che potrebbe portare presto a delle sanzioni effettive contro Ankara.

Le due manifestazioni per il popolo curdo. A Milano…

Erano 5.000, secondo gli organizzatori, i cittadini che questa sera a Milano hanno aderito al presidio “Fermatevi! Milano al fianco del popolo curdo”, davanti al Consolato della Turchia in via Antonio Canova 36, per protestare contro i bombardamenti di Ankara nel nord della Siria. Spiccavano cartelli che accusano Ankara di genocidio a danno dei curdi, dopo quello armeno, fogli con i colori della bandiera curda, e spunta il volto di Abdullah Ocalan, leader storico dell’indipendentismo curdo, da anni imprigionato nella carceri turche. Tra le bandiere delle sigle presenti – circa 80 tra partiti politici e associazioni – anche molta gente comune, di tutte le età, anche bambini in spalla a madri e padri. Dal palco, sotto il quale si è riunito il gruppo più folto di cittadini curdi, ad essere chiamati in causa sono principalmente l’Unione europea e il Governo italiano, ai quali viene chiesta azione a difesa del popolo curdo che ha combattuto con sacrificio, a costo di perdite di vite enormi, lo Stato islamico e che oggi è abbandonato dall’Occidente. Scrosci di applausi scattano quando dal palco si onorano gli uomini e le donne curde combattenti, e quando, poco dopo, si chiede al Governo italiano di bloccare l’export di armi dalla Turchia. Applausi anche alla richiesta all’Unione europea di prendere una posizione chiara e non lasciare che siano Usa, Russia e Turchia a tenere in mano le sorti di una guerra che sta annientando un popolo e che rischia di destabilizzare l’intero Medio Oriente, con un ricadute anche sull’Europa stessa. “Penso che l’Italia debba comunque andare avanti comunque su questa strada”. Lo chiede anche un’ex insegnante di italiano, storia e geografia, Silvana, 67 anni, “questo governo turco di Erdogan fa paura, non il popolo turco ovviamente, ma quel governo: ho perfino timore a telefonare ai miei amici turchi, perché, si sa cosa succede in quel Paese a chi non è d’accordo, a chi si oppone a Erdogan, e mai vorrei mettere in difficoltà alcuno”. E poi, continua, “c’è la follia di Donald Trump: è tutto congegnato per permettere ai turchi di fare questa strage, di un popolo, i curdi che si sono battuti strenuamente contro lo Stato islamico, che ora rischia di rinascere. Noi siamo l’Europa che vorrebbe avere dentro si sé la Turchia? No, ormai non è più possibile”.

… e a Roma

Circa un centinaio di persone si sono radunate oggi in piazza Santi Apostoli a Roma in presidio per chiedere all’Europa di fermare le operazioni militari della Turchia contro i curdi in Siria. In piazza erano presenti i sindacati Cgil, Cisl e Uil con le loro bandiere. Presenti anche la bandiera curda del partito dei lavoratori. Diversi gli slogan dei manifestanti contro Erdogan e a sostegno del popolo curdo. Alcuni dimostranti hanno esposto la fotografia dell’attivista curda Hevrin Khalaf, uccisa in un agguato. Tra i presenti in piazza l’ex presidente della Camera Laura Boldrini e l’ex segretario della Cgil Susanna Camusso che in segno di protesta, insieme ai manifestanti, si sono dipinte le mani di rosso.

“Di fronte alle notizie drammatiche e alle immagini terribili che giungono dal Rojava con l’esercito di Erdogan che sta compiendo un’operazione criminale e spietata contro le popolazioni curde, non c’è più tempo da perdere. La condanna della Turchia e il sostegno al popolo curdo deve essere immediato, deciso, corale” afferma Nicola Fratoianni annunciando l’adesione di Sinistra Italiana-Leu alla fiaccolata domani pomeriggio a Roma. “Chi ha a cuore i diritti umani, i valori di libertà e democrazia – prosegue il parlamentare di Leu – non può che stare dalla parte di chi, al prezzo della propria vita, ci ha difeso contro la follia dell’Isis. Serve un’azione dei governi, ma serve anche la mobilitazione degli italiani, come sta avvenendo già da alcuni giorni. Sono certo che domani pomeriggio in piazza del Pantheon a Roma, saremo migliaia per dire stop all’invasione della Turchia e perché si fermi il massacro”, conclude.

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