Siria. Colloquio con Sezai Temelli, co-presidente del Partito democratico dei popoli (Hdp) in Turchia. “Lottiamo contro i pieni poteri di Erdoğan”

Siria. Colloquio con Sezai Temelli, co-presidente del Partito democratico dei popoli (Hdp) in Turchia. “Lottiamo contro i pieni poteri di Erdoğan”

Non è facile essere il successore di Selahattin Demirtaş, il politico curdo che ha sfidato il presidente turco alle scorse elezioni nel Paese della mezzaluna. Soprattutto perché si rischia continuamente non solo la censura, il commissariamento governativo ma anche il carcere, dove infatti sono al momento rinchiusi molti politici e iscritti Hdp, compreso l’avvocato Demirtaş. Il Partito democratico dei popoli – progressista, di sinistra, contiene in sé molte anime ed è considerato filocurdo – ha per statuto due co-presidenti, un uomo e una donna. Incontriamo il co-presidente dell’Hdp Sezai Temelli a Roma, in occasione della conferenza internazionale su “Confederalismo democratico, municipalismo e democrazia globale” (link: www.confederalism.eu) nella quale ha tenuto il discorso di apertura. Temelli è turco di Istanbul, ha 56 anni, di formazione economista, ex docente di Finanza pubblica all’Università della città sul Bosforo, è uno dei fondatori dell’Hdp; licenziato dopo il tentato golpe del 15 luglio 2016 tramite il decreto legge n. 675, tra le misure punitive attuate dal presidente turco per il repulisti.

«Sa, a differenza del fascismo di Mussolini che avete conosciuto voi in Italia, oggi in Turchia assistiamo a un compiuto populismo di destra, sempre autoritario ma un po’ differente da quello esplicito di un secolo fa – avverte –. Diciamo che c’è una nuova forma di fascismo di cui siamo testimoni diretti», sintetizza senza giri di parole.

Da quel 15 luglio 2016 Erdoğan infatti, in aggiunta al consueto disprezzo per gli oppositori, ha dichiarato uno stato di emergenza a livello nazionale durato due anni: oltre 5mila iscritti e amministratori dell’Hdp sono stati arrestati compresi i co-presidenti (Figen Yüksekdağ e appunto Selahattin Demirtaş), diversi deputati e un centinaio di sindaci eletti nelle province curde sono stati rimossi dai loro incarichi e sostituiti da fiduciari nominati dal governo centrale. Come dire che il voto dei cittadini è diventato in pratica carta straccia, in violazione non solo della Costituzione turca ma anche della Carta europea delle amministrazioni locali di cui la Turchia è firmataria. Più di recente, nelle elezioni locali del 31 marzo di quest’anno, l’Hdp ha vinto con margini elevati ancora in quei municipi usurpati dal presidente Erdoğan attraverso il contestato decreto governativo di commissariamento. E di nuovo, dopo Ferragosto, i co-sindaci delle principali città curde del sud-est ovvero di Diyarbakir, Mardin e Van sono stati rimossi dall’incarico e sostituiti di nuovo dai “fiduciari governativi”. L’accusa? La solita: quella “ampia ed eccessivamente vaga di terrorismo, crimine organizzato e propaganda” (come sottolineato in un rapporto dell’Alto commissario Onu per i diritti umani) che serve come “uno strumento per la repressione del dissenso interno”.

È molto difficile fare politica da quelle parti. C’è stato un momento preciso in cui ha deciso di correre il rischio?

Ho guardato sempre alla politica già dai 15 anni. Ho vissuto il golpe in Turchia del 1971, anche se ero un bambino, e quello del 1980 quindi l’impegno in politica per me è stato naturale. Facevo parte di associazioni studentesche, mi sono iscritto giovanissimo a un sindacato di sinistra: la politica attiva fa parte della mia storia.

Erdoğan vuole cancellare l’esperimento di autonomia democratica in corso nei territori del Nord est della Siria (conosciuti anche come Rojava) strappati all’Isis dai curdi siriani con l’aiuto della coalizione internazionale e quindi degli americani. Il presidente turco agli occhi del mondo democratico è visto come il male: oggi lui è il cattivo. Ma se non ci fosse cambierebbe qualcosa nel Paese?

Senz’altro è un problema del sistema, di un governo guidato da un despota, ma aggiungo che siamo in una crisi prodotta dal capitalismo. Il sistema in cui viviamo in Turchia è stato creato sin dal principio con una mentalità unica, nazionalista, forgiata attraverso colpi di stato militari, assimilazione delle varie anime presenti sul territorio. Negli ultimi cento anni l’intento originario era quello della repubblica però – se guardiamo tutta la storia passata dalla nascita della Turchia – abbiamo la forma più dura e più autoritaria di governo. Non è solo Erdoğan il problema: questo sistema autoritario va cambiato assieme a tutto il sistema politico per il bene dell’intera società, non solo di una parte. In nome dello Stato, Erdoğan ha cambiato tante leggi, ha usato per i suoi scopi la legislazione antiterrorismo. Non si può avere uno stato di diritto se si mette tutto il potere in mano a una sola persona, al cosiddetto uomo forte. L’unica differenza tra la nostra situazione in Turchia e una dittatura compiuta è che ci sono ancora le elezioni. Però, anche qui, se guardiamo soltanto alle ultime tornate elettorali, con l’espressione di una politica populista diretta, siamo davanti a quello che possiamo chiamare post-fascismo.

Cosa state facendo per aiutare i vostri eletti commissariati o in prigione?

È molto difficile muoversi in questa situazione però siamo un’organizzazione politica molto grande e molto forte. Sono 4 anni che stiamo resistendo con addosso una pressione e una repressione politica altissima. Nonostante ciò in Turchia la storia del nostro partito parla da sé, è diventato un soggetto inclusivo verso tante parti della società stanche di questa situazione. Qui troviamo la forza per andare avanti.

La Turchia per il nostro Paese è un importante partner commerciale: aziende turche rilevano aziende (vedi il caso Pernigotti) o investono in infrastrutture strategiche, per esempio le acquisizione nel porto di Taranto insieme con aziende cinesi. Erdoğan è un politico scaltro e si comporta come con la Merkel in tema di accordo sui rifugiati: sa che in un momento di crisi economica a nessuno importa dei diritti umani. Quindi cosa può fare la società civile per arginare un certo tipo di politiche e favorire la democratizzazione della Turchia?

È importante esprimere solidarietà a tutti i livelli ma occorre passare alla pratica. La lotta per la democrazia necessita di azioni concrete: si può fare pressione su un governo perché non faccia affari con chi non rispetta i diritti umani per esempio.

Come spiegherebbe a un ragazzo italiano cos’è il fascismo?

Direi che se c’è un sistema capitalista c’è sempre in qualche modo una forma di fascismo nascosto che ti opprime: se non puoi scegliere, se non hai diritti, questo è fascismo. In Turchia c’è un fascismo alla luce del sole e purtroppo stiamo andando verso una dittatura. Se il fascismo non può salvare il capitalismo allora si converte in una dittatura, per questo è fondamentale la lotta per la democrazia, per la giustizia e per la libertà di tutti.

Antonella De Biasi, giornalista e saggista. È stata redattrice del settimanale La Rinascita della sinistra. È coautrice e curatrice di Curdi (Rosenberg & Sellier 2018)

Da Patriaindipendente.it

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