Roberto Bertoni. L’immensa sfida di Bernie Sanders

Roberto Bertoni. L’immensa sfida di Bernie Sanders
Non sappiamo se ce la farà, se sarà lui il candidato democratico che sfiderà Trump alle Presidenziali del 3 novembre 2020. Fatto sta che Bernie Sanders ha già vinto. Ha vinto per il movimento che ha saputo creare. Ha vinto per la passione civile che ha saputo sprigionare in milioni di giovani. Ha vinto perché sabato scorso, al Queensbridge Park di New York, non c’era un leader in cerca di affermazione personale ma una comunità in cammino. Sanders ha già vinto, insomma, perché è riuscito a sconfiggere gli anni Ottanta, lo yuppismo, il rampantismo e il moderatismo asfissiante della stagione clintoniana: un’epoca che passerà alla storia per la sua pochezza e il suo grigiore, il suo cinismo fine a se stesso e il suo aver consegnato l’America e il mondo alla barbarie della peggior destra di sempre. Accanto a Bernie Sanders non ci sono ventenni affamati di poltrone, denaro e onorificenze ma ragazzi in cerca di un’altra idea di società e di mondo, ragazzi che chiedono dignità, diritti, un lavoro stabile e il superamento definitivo di un modello, quello liberista, che ha devastato il pianeta e reso impossibile la convivenza civile fra le persone.
Sanders ha vinto, comunque vada a finire, perché tutti gli altri candidati sono costretti a confrontarsi con le sue idee e con l’entusiasmo dei suoi sostenitori. Ha vinto perché sarà difficile tornare indietro, tanto che il povero Biden appare per ciò che è realmente: un personaggio anacronistico, con idee sbagliate, superate, incapaci di intercettare le esigenze e le richieste delle nuove generazioni, l’ultimo centrista al crepuscolo di questo demone che ha condotto la sinistra all’irrilevanza e la destra al massimo grado della radicalizzazione. Comunque vada, anche se alla fine Sanders non dovesse farcela, anche se dovesse rivincere Trump, anche se alle primarie dovesse prevalere la Warren o lo stesso Biden, state certi che, almeno sul versante democratico, l’agenda sarà assai diversa rispetto alla stessa stagione orbaniana. Era già accaduto, in parte, nel 2016, quando la Clinton, emblema della upper middle class, si vide costretta a far propria una parte significativa del programma di Sanders, salvo purtroppo non risultare credibile nel portare avanti concetti e posizioni che aveva sempre irriso e avversato, risultando dunque doppiamente sconfitta. E non crediate che Trump esulterebbe al cospetto di una vittoria di Sanders fra i democratici, in quanto avrebbe gioco assai meno facile nel fronteggiare il senatore del Vermont davanti al ceto medio impoverito o alla classe operaia della Rust belt in cerca di riscatto di quanto non ne ebbe quattro anni fa nell’affrontare una delle personalità più detestate da chiunque non abiti ai piani alti della società americana.
Trump vinse per la palese inattualità della Clinton, per la sua ipocrisia, per la sua drammatica mancanza di credibilità e per l’abbandono di larga parte delle nuove generazioni che da una figura del genere non si sentivano e non si sentiranno mai rappresentate. Se davvero dovesse essere Sanders il candidato democratico, vorrebbe dire che una nuova generazione di democratici si è messa in cammino e che la sinistra, almeno in America, ha ritrovato una cittadinanza, un popolo e una ragione di esistere. Dopo il quarantennio reaganiano, una nuova era sarebbe pronta a iniziare.
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