Roberto Bertoni. La Rojava e noi: partigiane a confronto

Roberto Bertoni. La Rojava e noi: partigiane a confronto
Non è sbagliato, né tanto meno retorico, definire partigiane le ragazze curde della Rojava che hanno sconfitto l’ISIS a costo della vita e che oggi rischiano nuovamente la vita a causa dell’invasione guerresca di Erdoğan. Sono partigiane, combattenti, donne straordinarie, persone innamorate di un’idea di libertà che va al di là della loro stessa vita. E proprio come le nostre partigiane di sette decenni fa, le nostre staffette che uscivano di notte per attaccare i nazifascisti sfidando il coprifuoco, le nostre combattenti che hanno compiuto attacchi correndo rischi enormi pur di liberare Roma e il resto dell’Italia dall’oppressione, meritano ammirazione e rispetto.
La Rojava curda è uno dei migliori esperimenti di socialismo e innovazione politica che ci siano al mondo, un simbolo di comunità e di rifiuto di tutto ciò che il capitalismo selvaggio ci ha imposto negli ultimi quarant’anni. E guai ad accostare queste combattenti per la libertà a qualsivoglia forma di terrorismo, anche perché, se da qualche anno non assistiamo a nuovi Bataclan nelle nostre capitali, è grazie a loro, alla loro ribellione all’ingiustizia, alla loro passione politica e civile. Fa piacere che gran parte del mondo occidentale si sia schierato convintamente contro questa barbarie. E fa piacere vedere che anche un quotidiano di chiara fede europeista come Repubblica abbia condannato l’Europa, invitandola a vergognarsi, per i silenzi, le titubanze e le ambiguità nel trattare la questione turco-siriana. Titubanze e ambiguità che riguardano pure il nostro governo, a cominciare dalla questione della vendita di armi al governo turco che forse, si spera, verrà interrotta da adesso in poi ma che è avvenuta, senza ombra di dubbio, in passato, consentendo a un dittatore sanguinario di ridurre in schiavitù il suo popolo e di destabilizzare in maniera indecente una regione bisognosa, invece, di pace e serenità.
L’Europa così muore, condannando a un avvenire d’inferno soprattutto le nuove generazioni: le più aperte, le più europeiste, le più colte e multietniche di sempre e, al contempo, le stesse che avrebbero bisogno di un’Europa unita, politica e pronta a battersi in difesa del valore universale dei diritti umani. Un’Europa timida e silenziosa, infatti, tradisce la sua storia, il suo ruolo nel mondo, la sua stessa ragione di esistere. Un’Europa che non richiami tutti i propri ambasciatori dalla Turchia e non interrompa con essa ogni rapporto commerciale, non escludendo nemmeno la via estrema, ma probabilmente necessaria, dell’embargo, è un continente succube, prono a interessi che non possono in alcun modo essere giustificati. Non c’è guadagno che tenga al cospetto di una strage, anche perché dall’esodo biblico dei profughi curdi abbiamo solo da rimetterci, favorendo, se ancora ce ne fosse bisogno, quelle compagini populiste e xenofobe che sul terrore, il rifiuto dell’altro e la chiusura hanno fondato la propria ascesa e la propria centralità nel dibattito pubblico.
E duole dirlo, ma anche il dorato mondo del calcio non sta facendo abbastanza. Non ha senso una condanna vaga e piena di verbi coniugati al futuro: la finale di Champions League, prevista a Istanbul per il prossimo 30 maggio, deve essere annullata e programmata altrove, valutando anche l’opzione di escludere le squadre turche dai tornei continentali, compresa la nazionale dalle qualificazioni agli Europei e ai Mondiali. Quanto ai calciatori che si esprimono a favore di Erdoğan, è bene non essere ipocriti: sono ragazzi che hanno famiglie e amici in quel paese trasformato in un’immensa prigione ed è comprensibile che non vogliano esporsi, specie se si considera il supplizio che sta patendo il cestista Enes Kanter e, peggio ancora, la sua famiglia, costretta a subire ogni sorta di angherie e privazioni. Fatto sta che le squadre europee, soprattutto le più importanti, dovrebbero offrire ai giocatori turchi che pagano profumatamente un ulteriore supporto per trasferire i propri cari altrove, ricordando loro che sono comunque dei privilegiati ma, più che mai, che l’omaggio nei confronti di un tiranno è in contrasto con i princìpi del club in cui giocano e, pertanto, non può essere tollerato. Spiace, cari Ünder, Demiral e Çalhanoğlu, ma quel saluto militare di chiara marca fascista costituisce per noi un insulto irricevibile, una vergogna che non può essere accettata né considerata una libera scelta politica. Guai alle condanne dal divano di casa ma guai anche all’acquiescenza nei confronti di comportamenti lesivi dei fondamenti stessi della nostra civiltà.
Voglio concludere quest’articolo citando una riflessione delle combattenti curde morte ad Afrin: “Non vi ingannino i nostri sorrisi, siamo morte tutte. Ci hanno violentato, ammazzato di botte e sparato. Hanno mutilato i nostri corpi, i nostri genitali, e li hanno filmati, ridendo di noi. Eravamo colpevoli perché ribelli, colpevoli perché donne che imbracciano un fucile. Ma eravamo solo ragazze. Abbiamo patito la fame, ricevuto sguardi di incoraggiamento da chi aveva meno di noi, sorriso, pianto, siamo state terrorizzate, abbiamo pensato di potercela fare nell’indifferenza del mondo che ci ammirava ma che non ci ha mai sostenuto”.
Quel saluto reca offesa a noi ma, soprattutto, a loro e alla loro memoria.
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