Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. Considerazioni sul lavoro nell’era digitale

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. Considerazioni sul lavoro nell’era digitale

Nell’industria manifatturiera l’innovazione tecnologica ha contribuito fortemente a determinare il declino occupazionale delle tute blu, mentre oggi allunga la sue ombre sui colletti bianchi e il mondo delle professioni. Sembra che nel prossimo futuro l’intelligenza artificiale sostituirà avvocati, notai, scrittori e così via. Come legge questo ulteriore salto dell’alta tecnologia?

Abbiamo affrontato il problema della disoccupazione tecnologica con una grande debolezza politica perché i governi e il parlamento non sono stati sufficientemente attenti all’irruzione del digitale nel mondo del lavoro né hanno messo in atto strategie d’intervento degne di questo nome. Il sindacato si è trovato quindi stretto in una doppia difficoltà. Da un lato, la difficoltà di gestire l’immiserimento del lavoro e la sua perdita di qualità; dall’altro, la difficoltà di misurarsi con la diffusione di un’intelligenza artificiale che non ha migliorato il Paese. E non per responsabilità dell’intelligenza artificiale, ma per una serie di motivi. Ne segnalo alcuni. La grande industria italiana, che a suo tempo determinò il miracolo economico, è stata letteralmente fatta a pezzi; il cosiddetto terziario, compreso quello avanzato, è un teatro di un’occupazione frammentata e precaria; per di più si è amplificato a dismisura il tema dell’immigrazione ignorando quello degli italiani laureati, dotati di titoli di studio, professionalità e capacità che emigrano in quantità rilevante. Un po’ per l’insieme di questi fattori, un po’ per altre cause stiamo assistendo da anni alla caduta degli investimenti pubblici e privati. Le opere infrastrutturali languono, nel Mezzogiorno un giovane su due non lavora. Dinanzi a questo panorama a dir poco preoccupante l’innovazione tecnologica compare come per caso: c’è, non se ne può fare a meno, ma tutto il resto manca. Insomma, bisogna comprendere che l’innovazione non si esaurisce con l’introduzione di nuove macchine e nuovi software nelle fabbriche e negli uffici.

Il mondo della pubblica amministrazione è investito anch’esso dalle nuove tecnologie. Sta rispondendo in maniera adeguata?

No, perché la pubblica amministrazione non è messa nelle condizioni di operare. Non c’è una politica di aggiornamento dei servizi. Pensi quante cose si potrebbero fare con la tecnologia nel settore dei trasporti. Invece a Roma quando piove diverse stazioni della metropolitana s’allagano. Ed è così da anni. In teoria la tecnologia dovrebbe semplificare la vita dei cittadini, mentre in realtà negli uffici pubblici non si sa nulla delle pratiche che scompaiono, degli appuntamenti che saltano, degli algoritmi che non funzionano. È possibile che con tutta la tecnologia che abbiamo a disposizione ogni anno siano sottratti al fisco oltre cento miliardi? Purtroppo è possibile perché non si colpisce dove c’è la polpa, per esempio non si colpiscono i giganti del Web. Ma è lì che si registra l’evasione più consistente. Invece il governo se la prende coi piccoli. E, tanto per fare un esempio, perseguita i carrozzieri. I quali probabilmente evadono, ma non sono loro il vero problema. Quello che è impressionante è lo iato che separa le potenzialità della tecnologia dalla sua implementazione. E questo iato è un problema di volontà politica. Se manca tale volontà i servizi pubblici non funzionano o funzionano male.

Il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente grazie all’alta tecnologia. Il sindacato come sta raccogliendo questa sfida?

Vedo dei segnali positivi. Ma non bastano. Il sindacato non deve avere paura. Deve contrattare le procedure con le quali si introducono modifiche legate all’applicazione dell’intelligenza artificiale. Oggi non sono rari i casi in cui gli orari di lavoro e i turni vengono organizzati tramite una trattativa col sindacato ma in tutta autonomia dall’algoritmo. Penso invece che il sindacato, così come trattava sui premi di produzione, debba trattare sulle scelte tecnologiche. Scelte che alla fin fine sono quelle che convengono all’impresa. Cioè non sono neutrali. Quello che vedo è che una volta il sindacato era un passo più avanti rispetto all’impresa, oggi invece è un passo indietro rispetto all’innovazione tecnologica attuata dall’impresa. Quando un robot o un software sopprime posti di lavoro non tutti vengono recuperati, né si può riqualificare tutti. Allora cosa deve fare il sindacato? Avanzare proposte. Per esempio, sarebbe importante che il sindacato si impegni in una grande campagna di alfabetizzazione alle nuove tecnologie tra i lavoratori e, aggiungo, tra i propri quadri. Il sindacalista che si siede al tavolo delle trattative oggi deve avere anche competenze su come funzionano e su come vengono implementate le tecnologie digitali, le quali oggi non valorizzano il lavoro, che è invece l’obiettivo principale del sindacato.

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