Paolo Ciofi. Oggi la Cina e la sua presenza nel mondo

Paolo Ciofi. Oggi la Cina e la sua presenza nel mondo

Cos’è oggi la Cina, e come influisce sul destino del mondo? Questo è il tema sul quale è necessario ragionare. Avendo presente che senza la conoscenza di questo grande Paese e della sua crescente influenza nel pianeta ben poco si comprende della fase storica in cui viviamo.

Sono passati 70 anni da quando, il primo ottobre 1949, il presidente Mao proclamò la Repubblica popolare cinese. Da allora, per effetto di un processo non sempre lineare e indolore, il Paese più popoloso della Terra, per molto tempo precipitato nella povertà e oppresso dalle potenze imperialiste, diviso, instabile e percorso da guerre civili, è profondamente cambiato. Fino a diventare un protagonista globale del XXI secolo. Le opinioni sulla Cina e sulla sua presenza nel mondo sono diverse, spesso contrastanti. Ma questo è un dato di fatto dal quale non si può prescindere: la Cina di oggi costituisce la più grande novità, il cambiamento più profondo e radicale del nostro tempo. Di fronte ai Paesi del capitalismo dominante ma decadente a Occidente, è emerso un grande Paese in ascesa ad Oriente, che gestisce ormai un terzo degli investimenti globali. Quando un miliardo e 400 milioni di esseri umani irrompono sulla scena del mondo, niente può restare come prima. Tutto cambia sulla scena del mondo. Non solo negli equilibri geopolitici globali e nel rapporto con l’ambiente naturale, ma anche negli assetti produttivi e nelle relazioni sociali e politiche, come pure negli orientamenti culturali e negli stili di vita.

A maggior ragione quando abbiamo a che fare con un Paese di cultura millenaria, che oggi si proietta nel futuro sulla base della più avanzata ricerca scientifica e tecnologica. E su questa base pianifica l’avvenire: per sé e nelle relazioni internazionali. Non c’è dubbio che siamo in presenza di un processo di cambiamento radicale e complesso, che va attentamente studiato. Senza di che non si comprende il mondo in cui viviamo. Impressionanti dati quantitativi danno conto del salto di qualità che è stato compiuto. In pochi decenni un Paese di contadini poveri, nel quale la morte per fame mieteva milioni di vittime, è stato trasformato in una primaria potenza industriale. 800 milioni di cinesi sono stati affrancati dalla povertà: secondo la Banca mondiale, si tratta di «uno dei più grandi racconti della storia dell’umanità». Contestualmente l’aspettativa di vita è più che raddoppiata: da 35 a 77 anni. Mentre l’alfabetizzazione della popolazione è passata dal 20 a oltre il 95%.

La Cina vanta oggi la più numerosa comunità scientifica del mondo, superiore a quella degli Stati Uniti e dell’Europa. Con investimenti in ricerca e sviluppo in continua crescita, già più elevati rispetto a quelli dell’Unione europea, per non parlare dell’Italia. Un’attenzione particolare viene rivolta alla ricerca di base, e ad alcuni settori di grande prospettiva come la fisica delle alte energie, l’intelligenza artificiale, la genomica. Per dirla in breve, si tratta della seconda potenza economica e militare della Terra, che secondo le attuali tendenze supererà tra qualche anno gli Stati Uniti d’America.

Cos’è dunque oggi la Cina? Quale modello di società si va delineando nel Paese più popoloso della Terra, che è uscito dall’isolamento in cui per secoli è vissuto? Non il modello del capitalismo liberista, che nell’Occidente stagnante diffonde crescenti disuguaglianze e povertà. Non il modello sovietico del cosiddetto «socialismo realizzato», uscito sconfitto dalla guerra fredda. E neanche quello della socialdemocrazia europea. Le conquiste del movimento operaio in Europa, oggi in gran parte smantellate, sono molto diverse e molto lontane. Il modello della Cina è un’autentica cineseria. Qualcosa di inedito storicamente, e non assimilabile ad alcun modello passato e presente. I loro autori, come sappiamo, lo definiscono «socialismo con caratteristiche cinesi». Un processo in atto fondato sullo sviluppo prioritario delle forze produttive e sulla potenza economica, considerata condizione imprescindibile per non essere soffocati dagli antagonisti sempre in agguato, e per non essere costretti a distribuire l’indigenza.

Una visione che non abolisce il mercato e il profitto privato d’impresa, ma li finalizza all’accrescimento del benessere comune mediante la pianificazione dello Stato. I risultati ottenuti sono indiscutibili. Nello stesso tempo, in un contesto in continua evoluzione, emergono contraddizioni e problemi nuovi, sia nel campo interno che in quello internazionale, come dimostra la stessa vicenda di Hong Kong. Innanzitutto, perché persiste e non è stato risolto il conflitto tra capitale e lavoro. Mentre la diffusione del profitto ha favorito la diffusione della corruzione nella società, tanto da richiedere una massiccia campagna di bonifica. Come ha osservato il presidente della Repubblica e segretario generale del Partito comunista Xi Jinping, si manifestano «grandi disparità nello sviluppo tra aree rurali e urbane, tra le regioni e nella distribuzione del reddito». Ciò che favorisce le spinte autonomiste, talora esplicitamente sollecitate. D’altra parte, insieme al benessere materiale, crescono «le richieste di democrazia, stato di diritto ed equità, di sicurezza e di un ambiente migliore». Per cui – è ancora il presidente e segretario generale che parla – è necessario «diversificare le forme di democrazia e costruire più canali democratici».

In occasione della parata militare per la celebrazione del settantesimo della Repubblica popolare, con la quale si è voluto dare un preciso segnale di forza, Xi Jinping ha anche affermato di voler proseguire «nella strategia della riunificazione pacifica» secondo il principio «un Paese due sistemi», nel quadro di un indirizzo che salvaguardando «la pace mondiale» mira a «costruire una comunità di futuro per l’umanità».

Parole molto impegnative, che costituiscono un ulteriore stimolo a studiare e approfondire il fenomeno Cina.

*Introduzione al convegno sulla Cina del 18 ottobre 2019 promosso da Futura Umanità e dal Centro Studi Concetto Marchesi presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza

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