Nuccio Iovene. Taglio dei parlamenti, populismo e antipolitica

Nuccio Iovene. Taglio dei parlamenti, populismo e antipolitica

Populismo ed antipolitica hanno radici antiche. Vengono da lontano e a volte ritornano. Spesso si tratta di risposte sbagliate a domande e disagi reali. Dalla prossima legislatura, grazie ad un voto a larghissima maggioranza della Camera dei deputati di questa settimana, i parlamentari italiani non saranno più 945 così come prevedeva la Costituzione, ma 345 in meno: 400 alla Camera dei Deputati e 200 al Senato della Repubblica. Lo scalpo delle teste cadute è l’ultimo di una serie di atti che hanno di fatto abdicato all’idea che le istituzioni e la democrazia siano ormai orpelli costosi e ridondanti, lussi che non ci si può più permettere o comunque inutili. In realtà, i risparmi di cui si parla, anche in questo caso, risultano risibili.

Ad essere colpita seriamente in fondo è invece la rappresentanza, il rapporto tra elettori ed eletti già compromesso dalle pessime leggi elettorali degli ultimi 15 anni. Ma proviamo a fare qualche passo indietro per capire meglio come si sia potuti arrivare fino a questo punto. La cosiddetta prima Repubblica finisce nel nostro Paese nella prima metà degli anni ’90 per due ragioni di fondo: la prima di carattere internazionale (la fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino, il crollo dell’Unione Sovietica e l’affermarsi di un pensiero unico), la seconda propriamente nazionale della questione morale di cui tangentopoli e mani pulite furono solo le punte dell’iceberg. Quegli anni infatti si lasciarono alle spalle il dopoguerra, la ricostruzione, la sobrietà della politica accompagnata da una fortissima tensione ideale e valoriale, pur nella presenza di scontri politici e ideologici violentissimi, per dare spazio a comportamenti discutibili, ruberie per se stessi oltre che per i propri partiti, accompagnati dall’adagio “così fan tutti”. Berlinguer che aveva intuito il male profondo che stava corrodendo la politica cercò di opporsi a quell’andazzo consapevole dei rischi che comportava per la democrazia, le istituzioni ed anche il proprio partito, provando a tenere alte le bandiere della questione morale e della diversità. Morì improvvisamente e troppo presto. Gli altri partiti invece di chiedere scusa agli italiani ed avviare una profonda riforma di se stessi rivendicarono quelle scelte e ne furono travolti.

La Lega di Bossi e Forza Italia di Berlusconi si affermano in quel momento e sull’onda di quel sentimento diffuso nel Paese. Piantarono i primi semi del populismo e dell’antipolitica che alligneranno in seguito mentre l’atteggiamento delle sinistre cominciò ad oscillare tra strizzate d’occhio ai primi sintomi populistici e all’estremo opposto l’ostentazione di una superiorità presuntuosa. Al populismo chiaramente di destra del cappio agitato in Parlamento dalla Lega, del razzismo nei confronti degli stranieri, dei meridionali e di Roma Ladrona, e di quello di Forza Italia che avevano portato in Parlamento personaggi spesso raccattati all’ultimo momento e senza alcuna formazione politica con Di Pietro si prova a dar vita ad un populismo di segno opposto, ma con i medesimi difetti. Basti pensare a quanti voltagabbana Italia dei Valori ha portato in Parlamento (l’ultimo passato alla storia Scilipoti, ma l’elenco è veramente impressionante) nella sua breve vita per finire travolta anch’essa dagli scandali così come è puntualmente accaduto alla Lega con la storia dei 49 milioni o a Forza Italia e al suo leader per tutte le vicende giudiziarie che li hanno interessati.

Insomma l’illusione di un ricambio delle classi dirigenti è approdato su partiti personali, senza storia e scarsa identità ed un personale politico prevalentemente rabberciato  senza alcuna formazione e unicamente votato alla propria conservazione, a cui le sinistre non sono riuscite a contrapporre un’alternativa credibile e rigorosa, finendo invece per scimmiottarne le pulsioni leaderistiche. Il porcellum, la legge elettorale predisposta da Calderoli della Lega e voluta dal centrodestra (ma alla fine non del tutto sgradita ai leader del centrosinistra dell’epoca), determina un nuovo salto di qualità in negativo. Rompe, cancella ogni rapporto degli eletti con gli elettori ed il territorio, ma li sottomette ai voleri del capo partito di turno. Senza legittimazione popolare e alla mercé dei capricci del leader i parlamentari si sono trasformati in agglomerati di yes men pro tempore. Pro tempore perché la fedeltà va garantita al capo del momento, quello che deciderà le sorti della tua elezione o della tua trombatura. Questo processo accompagnato dall’illusoria torsione verso il bipartitismo impressa dalla nascita del Pd e dalla scomparsa della sinistra dal Parlamento con le elezioni del 2008 getta le basi per il passaggio successivo. Il ritorno ed il fallimento di Berlusconi, il pareggio di bilancio in Costituzione senza che in Parlamento si levasse una sola voce contraria, il governo Monti e poi Letta, l’indisponibilità del Pd ad aprirsi ad un centrosinistra davvero rinnovato nei contenuti e negli esponenti, gli accordi con Berlusconi e Alfano aprono la strada ai 5 stelle (né di destra né di sinistra) da un lato e a Matteo Renzi dall’altro. Questi ultimi fanno a gara a chi è più populista e antipolitico, dall’abolizione delle provincie al Cnel, dai vitalizi alla cancellazione del Senato, dalla diminuzione dei Parlamentari a leggi elettorali e riforme costituzionali fatte su misura per sfruttare il proprio momento favorevole, salvo scoprire che questo è destinato a passare sempre più velocemente e le riforme diventano un’arma straordinaria in mano ai propri avversari.

Senza respiro e senza lungimiranza a questo si è ridotta la politica. Oggi si fa finta, per evitare scossoni al governo, che la riduzione dei parlamentari sia una grande cosa. Nessuno dice che le province sono ancora lì, che si è solo abolita la loro elezione democratica e non si è risparmiato un bel nulla, mentre si sono lasciati nel caos settori strategici di intervento territoriale. Nessuno dice che la riduzione dei parlamentari, se non è accompagnata da una legge elettorale proporzionale ed in grado di ridare potere agli elettori finora solo promessa, rischia di ridurre ulteriormente ed in maniera definitiva la rappresentanza ed il pluralismo. Nessuno soprattutto dice che il populismo e l’antipolitica non possono essere combattuti con le loro stesse argomentazioni, ma prospettando una politica nuova e diversa, che si ispiri a valori e principi, che abbia un programma chiaro e comprensibile, che selezioni una classe dirigente credibile ed affidabile, che metta in campo una battaglia politica nel Paese e non solo in Parlamento e sui social. Solnte ed ao così si può provare ad invertire la rotta e non farsi travolgere dalla deriva del populismo attuale.

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