Nuccio Iovene. America Latina, un continente che aveva suscitato grandi speranze e ora si ritrova a fare i conti con gli spettri del passato più oscuro

Nuccio Iovene. America Latina, un continente che aveva suscitato grandi speranze e ora si ritrova a fare i conti con gli spettri del passato più oscuro

Sentire che l’esercito nei giorni scorsi aveva dichiarato il coprifuoco in Cile, 46 anni dopo quel terribile 11 settembre del 1973 che fece piombare il Paese in una delle più feroci dittature, uccise Salvator Allende e con lui la speranza di un cambiamento, e 31 anni dopo il ritorno alla democrazia, ha fatto correre più di un brivido nella schiena di tutti coloro i quali si erano detti che mai più sarebbe potuto accadere qualcosa di simile. Negli ultimi giorni in Cile 18 persone sono rimaste uccise durante le proteste, 584 sono rimaste ferite e oltre 2600 arrestate. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’annuncio dell’ennesimo aumento, quello del biglietto della metro di Santiago, rispetto ad una situazione sociale ed economica diventata ormai insostenibile, tanto che il Presidente Pinera, dopo aver avallato il coprifuoco e le misure repressive contro i manifestanti, dichiarando addirittura che il “Paese era in guerra”, ha cambiato improvvisamente strategia chiedendo scusa ai cileni, ritirando gli aumenti e le altre misure contestate e annunciando un piano di interventi sociali. Ma questo al momento non è stato di per sé sufficiente a far tornare il Paese, il più ricco ed il più diseguale dell’America Latina, alla normalità. Resta aperta la ferita delle violenze, dell’esercito per le strade e del coprifuoco, dell’incubo di un drammatico ritorno al passato e per questo la mobilitazione popolare è ancora forte.

Del resto quanto avvenuto in Cile in questi giorni è solo l’ultimo episodio di crisi in un continente che negli ultimi anni aveva suscitato grandi speranze e che si ritrova nuovamente a fare i conti con gli spettri del proprio passato più oscuro. Si pensi al Brasile di Bolsonaro che brucia l’Amazzonia, all’Argentina che torna al voto dopo il fallimento di Macrì, alla vicenda Venezuelana scomparsa improvvisamente da tutti i radar dell’informazione, alle proteste in Ecuador e Bolivia di queste ore. Quanto lontano appare il Brasile di Lula, con il suo programma “fame zero” e la crescita a due cifre del Pil, il Cile della Bachelet, l’Argentina del dopo Menem, la Bolivia agli esordi di Morales che insieme a Pepe Mujica in Uruguay e allo stesso affermarsi del primo Chavez in Venezuela avevano fatto sperare in una definitiva chiusura con il passato terribile delle dittature militari, dell’essere considerati il “cortile di casa” degli Stati Uniti, e l’avvio di una stagione in cui democrazia e giustizia sociale potessero andare nella stessa direzione. Tutto questo ci dice innanzitutto che il passato può sempre ritornare, anche nelle sue forme più assurde, che niente è conquistato in via definitiva, una volta per tutte, tantomeno la libertà e la democrazia. E quindi occorre stare sempre all’erta, vigilare, non abbassare mai la guardia. In secondo luogo che il capitalismo ed i capitalisti, perché di questo stiamo parlando, non hanno alcuna intenzione di  mollare la presa e sono semmai disponibili a fare buon viso a cattivo gioco finché non si ripresenta loro l’occasione di avere nuovamente le mani libere e riprendere il controllo dei loro affari, dell’economia e delle istituzioni.

In terzo luogo che la vittoria delle sinistre, la crescita della democrazia, anche le importantissime conquiste sociali se non vengono sostenute sempre dalla partecipazione e dalla mobilitazione popolare, da un rigore nell’azione politica che metta al riparo dalle pratiche corruttive e da una verifica costante dell’efficacia delle proprie scelte, nonché da uno sforzo per tenere unito e largo uno schieramento progressista e riformatore, possono finire male, come è appunto accaduto in alcuni dei casi che abbiamo appena citato. Tanto più in un continente in cui la questione ambientale e la questione sociale sono enormi e fortemente intrecciate tra loro. In assenza di riferimenti internazionali forti, di una analisi e di una informazione corretta e critica su quanto accade, invece della solidarietà e della mobilitazione che abbiamo conosciuto in anni lontani prevalgono il disorientamento, l’assenza di un ragionamento, il ripiegamento sulle proprie vicende locali. È anche da questo che deve ripartire la sinistra se vuole riprendere voce, autorevolezza e credibilità.

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