La Cedu condanna l’Italia: l’ergastolo ostativo è in contrasto con la Convenzione europea e la Costituzione italiana. Chiunque ha diritto a una speranza

La Cedu condanna l’Italia: l’ergastolo ostativo è in contrasto con la Convenzione europea e la Costituzione italiana. Chiunque ha diritto a una speranza

Sarà certamente accolta da cori di riprovazione e di critiche la sentenza della Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo (CEDU), che a proposito del cosiddetto ergastolo “ostativo” dà torto all’Italia; la CEDU infatti respinge il ricorso del Governo contro la sentenza del 13 giugno che boccia il cosiddetto “fine pena mai”: il detenuto – è sempre la CEDU a stabilirlo – non può essere privato della speranza di un ravvedimento; occorre, per quanto sia orribile il crimine di cui si è macchiato, che gli si veda riconociuta la possibilità di un “recupero”. Lo si può ritenere altamente improbabile: che un Totò Riina o un Raffaele Cutolo possano esser folgorati sulla via di Damasco come Saul/San Paolo è difficile da credere. Ma una possibilità teorica occorre sempre, in ogni caso, lasciarla. Del resto andrebbe sempre ricordato, al di là di quanto sostenuto dalla CEDU, che la stessa Costituzione italiana, all’articolo 27, prescrive: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. E’ di tutta evidenza che se una persona viene condannata a una pena che non ha fine (l’ergastolo, appunto), e per sopramercato lo si carica delle disposizioni previste dall’articolo 41bis dell’ordinamento penitenziario, si stabilisce a priori che non rientra tra quanti possono un giorno essere “redenti”; e lo si sottopone a trattamenti che sono contrari al senso di umanità. Ci saranno certamente ragioni di sicurezza collettiva che valgono e si impongono; ma non a prezzo di quelle della civiltà del diritto.  La CEDU insomma, richiama di fatto l’Italia a rispettare la sua stessa legge fondamentale.

L’Italia, nel ricorso presentato a settembre, ha chiesto che il caso dell’ergastolo ostativo, fosse sottoposto al giudizio della Grand Chambre, l’organo della CEDU che affronta i casi la cui soluzione può riguardare tutti i paesi della Unione Europea. Nel suo argomentare la liceità dell’ergastolo ostativo l’Italia ha cercato di convincere che esiste una specificità criminale, costituita da mafia siciliana, camorra napoletana, ‘ndrangheta calabrese. La ragione di simili norme si spiegherebbe col fatto che riguarderebbero solo alcuni gravi e particolari reati legati a mafia e terrorismo; una legislazione e un trattamento che consentirebbero un efficace contrasto all’azione di quanti, facendo parte di queste organizzazioni criminali, di fatto si pone l’obiettivo di destabilizzare lo Stato. Pollice verso da parte della CEDU. L’ergastolo “ostativo” (vale a dire senza benefici di sorta), per la Corte Europea viola l’articolo 3 della Convenzione, che vieta la tortura, le punizioni disumane e degradanti, soprattutto nega la possibilità di un percorso rieducativo. Da qui l’invito a rivedere la legge. Va detto che la sentenza non ha carattere di perentorietà, non è un obbligo; ma ha comunque una sua indubbia rilevanza politica; e probabilmente un riflesso sulla Corte costituzionale italiana che a breve tratterà il caso di Sebastiano Cannizzaro, detenuto per mafia, che protesta per la mancanza di permessi.

La questione dell’ergastolo ostativo da sempre divide giuristi e forze politiche; c’è chi come i radicali, o l’ex pubblico ministero di Mani Pulite Gherardo Colombo e Luigi Manconi, si batte per un carcere più umano a ogni livello. Altri ritengono che attenuare il 41bis equivalga a distruggere anni di azione di contrasto alle organizzazioni mafiose. E’ quanto sostengono magistrati o ex magistrati come Pietro Grasso, Gian Carlo Caselli, Nino Di Matteo, Federico Cafiero De Raho. Sulla stessa linea d’onda il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e quello degli Esteri Luigi Di Maio. Opposta la valutazione dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, da sempre impegnata, con il Partito Radicale, per l’abolizione dell’ergastolo ostativo. La decisione della CEDU è salutata come “un pronunciamento storico e beneaugurante”, in vista della già citata decisione che la nostra Corte Costituzionale prenderà a fine mese: “Si tratta di una pietra miliare sulla via dell’abolizione del fine pena mai,” dicono i dirigenti dell’associane Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti. “Si afferma in Italia, oltre che in Europa, il diritto alla speranza come un diritto umano fondamentale, finora negato dall’ergastolo ostativo”. Bernardini, D’Elia e Zamparutti osservano che la Corte di Strasburgo “fa cadere la collaborazione con la giustizia come unico criterio di valutazione del ravvedimento del detenuto” e valutano come falsi gli allarmismi sulla liberazione immediata dal carcere di centinaia di ergastolani perché, più che i condannati a vita, saranno liberi i magistrati di sorveglianza che, nel concedere benefici e misure alternative, oggi hanno le mani legate dal vincolo della collaborazione del condannato con la giustizia”.

Grasso e altri negano questa impostazione; argomentano che l’ergastolo ostativo non viene applicato con lo scopo di far “collaborare”; ma ammettono che chi “collabora” ha buone possibilità di vederselo revocare. Un po’ lo stesso meccanismo usato durante la stagione di “Mani Pulite”: non si arrestava per far confessare: ma se si confessava, non si veniva arrestati.

Cosa accadrà adesso? “Semplicemente” d’ora in poi, i magistrati potranno valutare anche il ravvedimento interiore: quello più autentico e garante della sicurezza rispetto a quello esclusivamente utilitaristico previsto dalla norma considerata dalla CEDU una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea (divieto di tortura, e di trattamenti e le punizioni inumani e degradanti). Non è un “liberi tutti”; è piuttosto un richiamo a essere coerenti con le leggi fondamentali che ci siamo dati.

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