La Corte Costituzionale: cade il divieto assoluto per gli “ergastolani ostativi” di accedere a permessi premio. Devono esserci certezze che escludano collegamenti con la criminalità organizzata. Deciderà il magistrato di sorveglianza

La Corte Costituzionale: cade il divieto assoluto per gli “ergastolani ostativi” di accedere a permessi premio. Devono esserci certezze che escludano collegamenti con la criminalità organizzata. Deciderà il magistrato di sorveglianza

La Corte costituzionale ha detto l’ultima parola su una questione che veniva alla ribalta quando un ergastolano che, pur non collaborando con la giustizia, chiedeva di essere ammesso ai benefici, permessi premio, ed aveva risposta negativa. La Corte era stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale del cosiddetto “ergastolo ostativo” dalla Corte di Cassazione (con ordinanza del 20 dicembre 2018) e dal Tribunale di Sorveglianza di Perugia (con ordinanza del 28 maggio 2019). Veniva sollevato il   tema di accesso al beneficio penitenziario del permesso premio per il condannato all’ergastolo che non abbia collaborato con la giustizia. In particolare il riferimento era all’articolo 1 della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà) nella parte in cui esclude che il condannato all’ergastolo, per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all’articolo 416-bis del codice penale, ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, che non abbia collaborato con la giustizia nei termini di cui all’articolo 58-ter della legge n. 354 del 1975, possa essere ammesso alla fruizione di un permesso premio previsto dall’articolo 30-ter della medesima legge.

La Corte costituzionale si è riunita martedì, relatore il Giudice costituzionale Nicolò Zanon. Nell’agenda dei lavori pubblicata dalla Consulta si leggeva, “la Corte di Cassazione (R.O. 59/2019) solleva, in riferimento agli articoli 3 e 27 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4-bis, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà) nella parte in cui esclude che il condannato all’ergastolo, per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all’articolo 416-bis del codice penale, ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, che non abbia collaborato con la giustizia nei termini di cui all’articolo 58-ter della legge n. 354 del 1975, possa essere ammesso alla fruizione di un permesso premio previsto dall’articolo 30-ter della medesima legge purché ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata”. Per quanto riguarda i permessi per i mafiosi, deciderà il magistrato di sorveglianza.

Illegittimo l’articolo 4 bis dell’attuale ordinamento penitenziario

Ancora non sono stati resi noti i particolari della  sentenza. L’ufficio stampa della Corte rende noto che cade il divieto assoluto per gli “ergastolani ostativi” di accedere a permessi premio durante la detenzione. La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, spiega Palazzo della Consulta, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo. Il comunicato dell’Ufficio Stampa della Corte costituzionale  conferma le prime indiscrezioni che erano filtrate sui lavori, poi il comunicato ufficiale. “La Corte costituzionale – si legge – si è riunita in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte di cassazione e dal Tribunale di sorveglianza di Perugia sulla legittimità dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario là dove impedisce che per i reati in esso indicati siano concessi permessi premio ai condannati che non collaborano con la giustizia. In entrambi i casi, si trattava di due persone condannate all’ergastolo per delitti di mafia”.

Accertare che non ci siano pericoli di collegamenti ergastolano-criminalità organizzata

“In attesa del deposito della sentenza – fa sapere l’Ufficio stampa della Corte – a conclusione della discussione le questioni sono state accolte nei seguenti termini. La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo”. La Corte dei diritti dell’uomo  di Strasburgo, di recente, si era pronunciata proprio in merito all’articolo 4 bis, l’aveva messo in discussione.  Tutti, hanno detto i giudici di Strasburgo, hanno diritto alla speranza, anche i peggiori criminali, compresi dunque anche gli stragisti mafiosi. Il carcere deve tendere alla rieducazione del condannato. Sempre. Anche se non ha collaborato con la giustizia. Diventano ancor più importanti i magistrati di sorveglianza ai quali spetterà l’ultima parola. Primi commenti negativi erano già arrivati da alcuni magistrati in merito alla sentenza dei giudici di Strasburgo. Arrivano ora sulla sentenza della Corte Costituzionale, sottolineando  la necessità di una attiva sorveglianza da parte degli organismi preposti e ad esprimere valutazioni sul comportamento del condannato con particolare riferimento ai mafiosi.

Il commento di Nessuno tocchi Caino: fine della “collaborazione con la giustizia come unico criterio di valutazione del ravvedimento”

”La decisione della Corte Costituzionale è un primo passo nell’affermazione del diritto alla speranza ed infrange il totem della collaborazione come unico criterio di valutazione del ravvedimento”, hanno dichiarato i dirigenti di Nessuno tocchi Caino Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti. ”Ora la Corte deve affermare lo stesso per gli altri benefici penitenziari secondo la progressività del trattamento penitenziario. Continueremo in questa lotta, consapevoli di aver fatto bene a perseguire, già quattro anni fa, la via dei ricorsi alle Alte Giurisdizioni per scalfire quello che sembrava intoccabile in nome di una malintesa antimafia che poco ha a che fare con i principi costituzionali, – continuano Bernardini, Zamparutti e D’Elia – cioè la collaborazione con la giustizia come unico criterio di valutazione del ravvedimento, della rottura con logiche criminali del passato e del cambiamento dei detenuti per i reati dell’art 4 bis”.  “La Consulta ha tratto coraggio dalla sentenza Cedu – hanno dichiarato i dirigenti di Nessuno tocchi Caino – a conferma di quel dialogo tra le corti nazionali e sovranazionali che le rafforza reciprocamente nell’affermazione dello Stato di Diritto, a partire dal divieto di tortura e di ogni trattamento inumano e degradante”.

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