Il taglio dei parlamentari. Una sciocchezza ideologica che porta la democrazia verso derive oligarchiche

Il taglio dei parlamentari. Una sciocchezza ideologica che porta la democrazia verso derive oligarchiche

Lo scorso 1 ottobre sul Blog del Movimento 5 Stelle comparve un articolo a firma della deputata Vittoria Baldino. In un colpo solo, scrisse tutte le ragioni propagandistiche che avevano spinto il M5S a condurre una battaglia politica e ideologica (davvero profondamente ideologica) per favorire la riforma costituzionale che avrebbe richiesto il taglio dei parlamentari: 345 nel complesso, ma 115 al Senato e 230 alla Camera. La sintesi, davvero mirabile per la quantità di errori venne racchiusa in poche righe: “Perché l’Italia è uno dei Paesi con più poltrone al mondo. Niente di paragonabile a quello che succede in Stati che, nonostante le grandi dimensioni, hanno un numero di parlamentari inferiore. Ad esempio: in Germania il Parlamento conta circa 700 membri; nel Regno Unito 650; in Francia 577; in Spagna 558 e negli Stati Uniti 535 membri”. Inutile fare le pulci a chi fa mostra evidente di non conoscere le realtà istituzionali dei Paesi citati (ad esempio, il Bundestag tedesco ha numeri variabili per effetto della legge elettorale ed è uno Stato federale, a forte devoluzione, così come federale e a forte devoluzione sono gli Stati Uniti, mentre la Francia, storicamente uno Stato fortemente unitario, ha un’Assemblea nazionale, ma anche un Senato, e soprattutto circa 35mila realtà comunali, e la Spagna ha caratteristiche territoriali che l’Italia non possiede).

Ma la frase che davvero appare più ideologica è la seguente: “un altro miliardo di motivi, per essere riconosciuti a livello internazionale come un Paese all’avanguardia, facendo un passo avanti dopo gli altri risultati già ottenuti da quando il MoVimento 5 Stelle è al governo”. Quel miliardo fa riferimento al calcolo farlocco del risparmio che discenderebbe dal taglio. Altro che Paese all’avanguardia, specie quando si scrivono menzogne: Carlo Cottarelli infatti ha calcolato che il risparmio sarebbe di 57 milioni di euro, pari a poco più di 250 milioni a legislatura. Ma ciò che davvero fa rabbia è l’uso della parola “poltrona” con accezione profondamente negativa e antipolitica (a proposito, ma quei 600 fortunati che dalla prossima legislatura vinceranno la gara, non avranno una “poltrona”? E gli oltre 300 parlamentari 5Stelle che siedono oggi sugli scranni non hanno per caso “una poltrona”?). E la poltrona è apparsa nella piazza Montecitorio subito dopo la folle approvazione del taglio a mo’ di lungo cartello. E chi aveva le forbici che tagliarono il cartello? Il ministro degli Esteri e capo politico dei 5Stelle, Luigi Di Maio. Al di là della caciara populista, l’elemento politicamente rilevante è che il nostro ministro degli Esteri rideva e brindava proprio mentre si avvicinava l’ora dell’invasione turca nel Rojava siriano per cacciare i curdi. Aveva inizio la guerra, ma il nostro ministro degli Esteri brindava e festeggiava al taglio dei parlamentari. E fa rabbia osservare che nessuno dei partner di governo, a sinistra, l’abbia fatto rilevare. Ecco perché, oltre alla tragedia curda, abbiamo voluto dedicare questo numero di Eccoci al taglio dei parlamentari. In sostanza, è un coro unanime sulle difficoltà delle regole istituzionali della nostra democrazia con questa scelta, ancora priva di forti contrappesi.

D’altro canto, lo stesso coro quasi unanime si era levato da parte dei maggiori giuristi e costituzionalisti.

Osserva, ad esempio, il costituzionalista Massimo Luciani sulle colonne del Corriere della Sera, che il vero pericolo è un altro, ovvero la trasformazione del Parlamento in una “élite”. D’accordo anche il giudice emerito della Corte Costituzionale, Sabino Cassese: “Il sistema diventa più oligarchico: più decisioni dall’alto e meno decisioni prese dal popolo”. Sbagliato, per Luciani, anche il momento scelto per la riduzione del numero degli onorevoli e dei senatori: “se per caso il governo dovesse cadere – avverte – esiste il rischio concreto di rimanere appesi a una riforma che, per ammissione dei suoi stessi sostenitori, sarebbe malfunzionante senza i correttivi“.

Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, sul Messaggero, scrive: “Del resto la Costituzione in origine prevedeva che il loro numero fosse variabile, rapportando un deputato ogni ottantamila elettori ed un senatore, su base regionale, ogni duecentomila abitanti. Il numero fisso di componenti delle Camere è stato introdotto con legge costituzionale nel 1963. Quel che si vorrebbe è che ogni modifica nella composizione delle Assemblee elettive, che costituiscono il livello più elevato di rappresentanza della sovranità popolare, sia ragionevolmente giustificata, ne assicuri la rappresentatività, preservi l’adeguato collegamento con il corpo elettorale, sia coerente con la centralità e funzionalità del Parlamento anche per l’esercizio dei suoi poteri di indirizzo politico e controllo del Governo. Inoltre va garantita la eguale efficienza di entrambe le Camere, che mantengono identiche competenze. Una prospettiva genuinamente riformatrice richiederebbe una chiara visione di sistema, che non può essere soddisfatta dalla mera riduzione numerica dei componenti del Parlamento”. Ci sembra un ragionamento costituzionalmente e giuridicamente perfetto.

E infine, per limitarci appunto solo ad alcuni, ma l’elenco è lunghissimo, citiamo Gaetano Azzariti sul Manifesto, che dà qualche consiglio e qualche legittimazione del taglio soprattutto a coloro che l’hanno votato a sinistra: “si deve in sostanza chiarire che la ragione di fondo della riduzione dei parlamentari non è ascrivibile ad una demagogica ragione di «taglio delle poltrone» o di generica riduzione degli sprechi, ma rappresenta un tentativo di restituire dignità e ruolo all’organo centrale della nostra democrazia. Un Parlamento più snello perché si ritiene che così possa essere più autorevole e uscire dalla subalternità mostrata negli anni più recenti. Un organo autonomo dal Governo, titolare della funzione legislativa, a cui spetta conferire la fiducia, ma anche controllare e indirizzare l’esecutivo. Sarebbe la scoperta della centralità del Parlamento: il migliore antidoto contro le pulsioni autoritarie. Personalmente non credo sia solo o tanto una questione di numeri, ma se indirizzata in tal senso la riforma ormai approvata potrebbe avere un suo pregio e produrre effetti benefici. Condizione essenziale però è che questo Parlamento in miniatura sia effettivamente rappresentativo del conflitto sociale, requisito necessario affinché poi possa esercitare la sua funzione autonoma di mediazione e giungere a definire un compromesso reale tra le forze in campo”.

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