Corte Costituzionale su ergastolo ostativo. Vince lo Stato di diritto contro la “ragion di Stato”

Corte Costituzionale su ergastolo ostativo. Vince lo Stato di diritto contro la “ragion di Stato”

Decisione storica, quella della Corte Costituzionale, e al tempo stesso perfettamente “normale”, in linea con il Diritto: nella sua lettera, e nella sostanza. La Consulta, infatti fa “cadere” il divieto assoluto per gli “ergastolani ostativi” di poter accedere a permessi premio durante la detenzione. In buona sostanza, si aIlinea con quanto sancisce l’articolo 27 della Costituzione: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”. Si stabilisce, insomma, l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’ordinamento penitenziario: quella parte che esclude la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia; e questo anche se sono stati acquisiti elementi per escludere la  partecipazione all’associazione criminale, e, più in generale, il pericolo di ripristinare collegamenti con la criminalità organizzata. Ovviamente, ha cura di precisare la Corte, occorre che il condannato abbia dato prova di partecipare al cosiddetto percorso rieducativo.

“È una prima, parziale vittoria, un passo verso la giusta direzione”, commentano I dirigenti dell’’associazione “Nessuno tocchi Caino”, da anni impegnata, con il Partito Radicale, per l’abolizione dell’ergastolo ostativo. La decisione della Corte Costituzionale, commentano Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti, “apre una breccia nel muro di cinta del fine pena mai. Si recepisce così, almeno per i permessi premio, quanto già stabilito dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, che già aveva fatto cadere la presunzione di pericolosità assoluta nei confronti dei detenuti per reati di cui all’art 4 bis, primo comma”. Un primo passo, spiegano, nell’affermazione del diritto alla speranza. Si infrange il totem della collaborazione come unico criterio di valutazione del ravvedimento”. Ora, aggiungono I dirigenti radicali, “la Corte deve affermare lo stesso per gli altri benefici penitenziari secondo la progressività del trattamento penitenziario”. Si può ben dire che la Consulta, nella sua decisione, è stata incoraggiata dalla recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, conferma di quel “dialogo” tra le corti nazionali e sovranazionali che le rafforza reciprocamente nell’affermazione dello Stato di Diritto, a partire dal divieto di tortura e di ogni trattamento inumano e degradante.

Per Bernardini, D’Elia e Zamparutti “ha vinto la speranza contro la paura, lo Stato di Diritto contro la Ragion di Stato che per troppi anni, in nome dell’emergenza, ha stravolto i principi costituzionali. Ha vinto Spes contra spem, motto di una vita di Marco Pannella, che ci ha animato in questi anni. Si invera oggi quel pensiero che fu di Leonardo Sciascia per il quale la mafia non la si combatte con la terribilità della pena ma con lo Stato di Diritto”.

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