Antonio Esposito. Ergastolo. La sentenza della Consulta demolisce uno strumento fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata

Antonio Esposito. Ergastolo. La sentenza della Consulta demolisce uno strumento fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata

Anche i condannati all’ergastolo per delitti di mafia e terrorismo potranno ottenere “permessi-premio” pur non avendo mai collaborato con la giustizia. L’ha stabilito tre giorni orsono la Consulta – presieduta dall’ex magistrato della Corte di Cassazione Giorgio Lattanzi – che ha dichiarato incostituzionale l’art. 4 bis dell’Ordinamento penitenziario che stabiliva il divieto assoluto per gli ergastolani, che non avevano fornito una collaborazione utile a norma dell’art. 58 ter L. n° 354/1975, di accesso ai benefici e alle misure alternative. Per rendersi conto delle devastanti conseguenze di tale pronuncia – che di fatto apre un varco pericoloso a future declaratorie di incostituzionalità anche in riferimento agli ulteriori benefici quali liberazione anticipata, la semilibertà e alle misure alternative al carcere, quali lavoro all’esterno (in particolare, l’art. 16 nonies comma IV D.L. n° 8/1991 prevede la possibilità per gli ergastolani di accedere alla liberazione condizionale dopo aver espiato solo dieci anni di pena, anziché ventisei, in caso di collaborazione con la giustizia) – basteranno alcune semplici considerazioni: a) la decisione della Corte Costituzionale – che, peraltro, nel 2003 aveva stabilito che “subordinare i benefici alla collaborazione con la giustizia non è incostituzionale” – demolisce una norma che, incentivando i mafiosi alla collaborazione, si era rivelata strumento fondamentale nel contrasto alla criminalità organizzata avendo consentito alla magistratura e alle forze dell’ordine di conseguire eccezionali successi e disarticolare, nel corso degli anni, pericolosissimi sodalizi criminale; b) la norma in questione – a differenza di quanto ritiene la Consulta – non è da considerarsi in contrasto con l’art. 27 della Costituzione in virtù del quale “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”, perché essa non preclude, comunque, la rieducazione interiore, morale del condannato che, avendo la possibilità di lavorare e studiare in carcere (e conseguire anche la laurea), dimostra di aver rifiutato la strada della violenza (che caratterizza l’ “animus” del mafioso) e aver abbracciato quella del lavoro e dello studio (incompatibili con la “mafiosità”).

Legittimamente, quindi, il legislatore, ai fini di contrastare la criminalità mafiosa, è intervenuto, con la normativa in questione, per differenziare il regime esecutivo dell’ergastolo. Tale diversità di trattamento corrisponde ad una scelta di politica criminale adottata in considerazione dell’elevato grado di pericolosità sociale dimostrata da chi ha riportato condanna all’ergastolo per essersi reso colpevole di azioni criminose di particolare gravità e allarme sociale quali i reati di criminalità organizzata e di terrorismo. Alla base, quindi, dell’ “ergastolo ostativo” vi sono principi di rango primario quali quelli di prevenzione e di difesa sociale. Sicché deve ritenersi legittima la presunzione assoluta di non “pericolosità sociale” del reo nel caso di sua mancata collaborazione che rappresenta l’unica ipotesi, certa, effettiva e concreta, di rottura dei collegamenti con l’organizzazione criminale di provenienza.

*Già Presidente titolare della II sezione penale della Corte di Cassazione

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