Valter Vecellio. Fine vita: le questoni che colpevolmente si continuano a eludere

Valter Vecellio. Fine vita: le questoni che colpevolmente si continuano a eludere

La sera del 20 dicembre 2006, alle 23 circa, dopo essersi congedato da parenti e amici riuniti al suo capezzale, Piergiorgio Welby, gravemente malato di distrofia muscolare, militante del Partito Radicale, autorizza l’anestesista Mario Riccio a sedarlo e staccare il respiratore che lo tiene in vita. Tre quarti d’ora dopo, Welby viene dichiarato morto. Tre mesi prima si era rivolto, con una lettera aperta, al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, chiedendo che lo Stato italiano riconoscesse il diritto all’eutanasia. Il presidente rispose auspicando un confronto politico e si legiferasse per riconoscere che la volontà del malato, se chiaramente espressa, fosse rispettata. Quattro giorni dopo nella piazza don Bosco del quartiere Tuscolano a Roma, si celebrano i funerali laici di Welby. La madre e la moglie, credenti, avevano chiesto fosse celebrato in parrocchia. Con un burocratico e freddo comunicato del Vicariato (e diretta ispirazione del cardiale Camillo Ruini), la chiesa viene interdetta. Alla cerimonia in piazza partecipano migliaia di persone; tra loro, non a caso, evidentemente, un gruppo di suore.

Tredici anni dopo, nella stessa piazza, organizzata dall’associazione Luca Coscioni, una manifestazione nazionale per sostenere la campagna per l’eutanasia legale: “Liberi fino alla fine”, condotta da Neri Marcoré. La campagna, in corso da mesi, è culminata con la raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia. Il testo “riposa” ormai da sei mesi, e il Parlamento non si decide a legiferare in materia. La manifestazione vuole essere l’occasione per chiedere un segnale al Parlamento che, secondo quanto indicato dalla Corte Costituzionale, entro il 24 settembre avrebbe dovuto colmare il vuoto di tutele sul tema del fine vita attualmente presente nella nostra Costituzione. Il tempo sta scadendo, ma in Aula non c’è neppure un testo di base pronto per essere discusso. “Non chiediamo, né staremo ad aspettare”, spiega Cappato, “che sia il Governo in quanto tale a sostenere la nostra lotta. Chiediamo solo che i parlamentari siano lasciati liberi di decidere e finalmente il Parlamento si faccia vivo, dopo 6 anni dal deposito della nostra legge di iniziativa popolare”. Solo un cieco, e forse neppure quello, non vede come da mesi sia chiaro che non ci sarebbe stato tempo (perché il tempo non lo si vuole trovare) per legiferare sull’eutanasia. Alla Camera ci sono cinque proposte depositate, ma la discussione non è mai decollata. Oltre al progetto di legge di iniziativa popolare dell’associazione Coscioni, i partiti presenti in Parlamento ne hanno depositati altri. Le commissioni Giustizia e Affari sociali non sono riuscite a trovare un’intesa su un testo base.

Nel frattempo il Vaticano, anche nelle ultime settimane, esercita la sua pesante influenza e ribadisce la sua contrarietà all’eutanasia. Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, senza troppi giri di parole sostiene che “va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere anche per chi è malato e sofferente”. Per Bassetti “l’approvazione del suicidio assistito nel nostro Paese aprirebbe un’autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana”. Sono tutte vicende, storie, che comunque le si prenda, provocano turbamento. Straziante, per esempio, vedere la madre e la compagna di Fabo deporre in un’Aula di tribunale; si deve probabilmente al fatto che il pubblico ministero era una donna, se l’intera vicenda è stata affrontata con misericordia e umanità. Fabiano, giova ricordarlo, era in inchiodato in un letto in seguito ad un incidente, perfettamente lucido, immobile, cieco. Prigioniero in un inferno di vita, senza speranza. “Vai Fabiano, la mamma vuole che tu vada”. Così la madre di Fabiano racconta le ultime parole dette al figlio prima che “schiacciasse” con la bocca il pulsante.

Una vicenda che forse avrebbe potuto essere risolta in altro modo. C’è una analoga vicenda che avrebbe dovuto e potuto costituire precedente di cui tenere debito conto. Vero che non si vive in un paese di tradizione anglosassone; tuttavia sentenze già emesse e passate in giudicato un peso dovrebbero, potrebbero averlo. Il precedente è costituito dalla storia di Angelo Tedde e di Oriella Cazzarello. Il Corriere Veneto del 14 ottobre 2015 la riassume così: “Assolto perché il fatto non sussiste. Così ha sentenziato, nel pomeriggio di mercoledì, il giudice Massimo Gerace nei confronti di Angelo Tedde, 60enne ligure di Chiavari, che era finito a processo per aver portato a morire l’amica Oriella Cazzanello, 85enne di Arzignano, per averla accompagnata – nel gennaio 2014 – in una clinica in Svizzera, in cui le era stata praticata l’eutanasia. Il pubblico ministero Gianni Pipeschi aveva chiesto tre anni e quattro mesi per l’ex portiere d’albergo accusato di aver istigato al suicidio la benestante vicentina, che gli ha lasciato una bella fetta dell’eredità, circa 800 mila euro. “Oriella era convinta, non ha voluto sentire ragione, non c’era modo di farla rinunciare all’eutanasia, ci ho provato fino all’ultimo” ha sempre sostenuto Angelo Tedde, che l’aveva già fatta desistere una volta. Oggi, al termine del processo con rito abbreviato, dopo circa due ore di camera di consiglio, il giudice ha pronunciato la sentenza di assoluzione piena dell’uomo.  Sono questioni che riguardano la vita e la morte, la dignità e il rispetto di cui ognuno di noi ha diritto: questioni universali, e che volenti o nolenti riguardano tutti, nessuno escluso. Eppure la “politica” non le inserisce nella sua agenda; con cura le evita, elude. Non se ne parla, non se ne discute, non ci si confronta, non ci si scontra. Sui giornali e nelle televisioni, sia pubbliche che private, nessun serio dibattito, nessuna seria informazione, nulla: un deserto.

Il caso di Marina Ripa di Meana: è da manuale, per quel che riguarda il vuoto di conoscenza, la carenza di sapere. Prima di morire ha affidato un testo a Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente dell’Istituto che prende il nome dal marito; è un testo che richiama tutti noi alle responsabilità che abbiamo, e di cui non ci si può liberare con una scrollata di spalle. Questa donna esuberante e piena di vita ha raccontato quello che ogni giorno accade a tantissime persone: “Dopo Natale le mie condizioni di salute sono precipitate. Il respiro, la parola, il mangiare, alzarmi: tutto, ormai, mi è difficile, mi procura dolore insopportabile: il tumore ormai si è impossessato del mio corpo. Ma non della mia mente, della mia coscienza… Ho chiamato Maria Antonietta Farina Coscioni, persona di cui mi fido e stimo per la sua storia personale, per comunicarle che il momento della fine è davvero giunto. Le ho chiesto di parlarle, lei è venuta. Le ho manifestato l’idea del suicidio assistito in Svizzera. Lei mi ha detto che potevo percorrere la via italiana delle cure palliative con la sedazione profonda. Io che ho viaggiato con la mente e con il corpo per tutta la mia vita, non sapevo, non conoscevo questa via. Ora so che non devo andare in Svizzera. Vorrei dirlo a quanti pensano che per liberarsi per sempre dal male si sia costretti ad andare in Svizzera, come io credevo di dover fare”. Il passaggio chiave del testo: è questo: “Non sapevo, non conoscevo questa via… che si può percorrere la via italiana delle cure palliative con la sedazione profonda”. In breve: anche a casa propria, o in un ospedale, con un tumore, una persona deve sapere che può scegliere di tornare alla terra senza ulteriori e inutili sofferenze: “Fallo sapere, fatelo sapere”, l’estremo appello. Un richiamo perché si faccia sapere, conoscere. Quanti sono i sofferenti giunti allo stremo che ignorano che è consentita, possibile, un’alternativa “dolce” al suicidio violento o al viaggio senza ritorno in Svizzera? Scarse e scarne le informazioni, nessuna campagna per garantire adeguata conoscenza; i mezzi di comunicazione sono assenti, rinunciano a svolgere il ruolo di informazione che dovrebbe essere elemento costitutivo della loro esistenza.

Ancora a proposito di conoscenza: tre anni fa il primario del cattolicissimo ospedale romano “Gemelli”, professor Mauro Sabatelli, ha spiegato perché non ci sarebbe nemmeno bisogno di una nuova legge per rispettare la volontà dei malati che chiedono il distacco del respiratore sotto sedazione. Il problema, piuttosto, è che in molte strutture sanitarie si impongono trattamenti sanitari contro le scelte del malato, contro la Costituzione, contro le buone pratiche mediche e persino contro la dottrina cattolica. Il rifiuto delle cure, spiega Sabatelli, non è eutanasia ma una questione di buona prassi medica. Già oggi la legge, la Costituzione e il codice deontologico lo consentono. Anche il Magistero della Chiesa è chiaro: non c’è un diritto di morire ma sicuramente un “diritto a morire in tutta serenità, con dignità umana e cristiana”.

I malati sanno che al Gemelli potranno rinunciare al respiratore, quando per loro dovesse diventare intollerabile. “Solo con questa sicurezza il 30 per cento accetta oggi la tracheotomia”. Ed è sempre il malato a valutare e scegliere “se la ventilazione meccanica è trattamento proporzionato alla propria condizione e quindi non lesivo della propria dignità di vita. Chi accetta ha diritto ad essere assistito a casa, aiutato dalle istituzioni. Chi rifiuta ha diritto a morire con dignità”. Sabatelli ben conosce il calvario di chi vive con la SLA e altre terribili malattie che non concedono scampo; per questo trova scandaloso che in molti Pronto Soccorso i medici si arroghino il diritto di intubare malati che hanno detto di no, o minaccino di mandarli a casa se non accettano la ventilazione forzata: “Una follia. Il compito del medico è seguire le scelte del paziente, alleviare le sofferenze. Troppi non lo fanno per paura, ignoranza della Costituzione e dei documenti della Chiesa”. Ai medici, dice Sabatelli “spetta il compito di informare il malato in modo approfondito. Al Gemelli studiamo un piano di cura coi malati, ascoltiamo i voleri di chi vive con un tubo in gola, un sondino per nutrirsi. Li seguiamo nel cammino, sino all’ultimo. Perché io non li lascio andare, non li lascio morire. Li accompagno sino alla fine. Mi assicuro che venga seguite la loro volontà e non soffrano. Li addormentiamo, e togliamo il respiratore. L’abbiamo fatto a pazienti che, stanchi di vivere immobili, attaccati alle macchine, hanno detto basta. Sono stati sedati profondamente e solo a quel punto spenta la macchina che soffiava aria nei polmoni. Sono morti senza dolore, dormendo”.

In tutto questo, la chiesa cattolica? In un documento del 1980 si può leggere: “È lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi”. Significa che il medico deve assistere chi soffre, eliminare il dolore; ma anche riconoscere il diritto a rifiutare la cura e assistere il sintomo, il senso di soffocamento, con la sedazione. C’era arrivato già negli anni ’50 papa Pio XII. “Compito del medico è lenire le sofferenze e se anche il farmaco dovesse accelerare la fine, il nostro obiettivo è togliere la sofferenza”. Quindi la sedazione profonda è eticamente accettabile. Le persone che rinunciano alle cure non decidono di morire, decidono come vivere. La vita è un valore inestimabile, ma bisogna farsene carico, aiutare le famiglie.

Insomma: sarebbe sufficiente buon senso, compassione, misericordia, nel senso più ampio. Chissà se arriverà mai un giorno in cui quel precetto: “Non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, troverà vera corrispondenza, concreta applicazione. Se si sarà trattati da cittadini consapevoli, e con il rispetto a cui ognuno ha diritto.

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