Ue. Lunedì cruciale per i destini dell’Europa. A Londra la sfida sulla Brexit è un thrilling. A Berlino i dati sull’export: recessione tedesca?

Ue. Lunedì cruciale per i destini dell’Europa. A Londra la sfida sulla Brexit è un thrilling. A Berlino i dati sull’export: recessione tedesca?

Amber Rudd, ministro per il Lavoro e le pensioni del Regno Unito, si è dimessa dal suo incarico e ha lasciato il gruppo parlamentare conservatore perché a suo giudizio non ci sono prove che il primo ministro Boris Johnson stia cercando di ottenere un accordo con la Ue sulla Brexit. In mattinata Johnson ha sostituito Rudd nel suo incarico, nominando al suo posto Therese Coffey: già ministro dell’Ambiente con Theresa May, anche lei – come Rudd – nel 2016 al referendum sostenne il “remain” nella Ue. Parlando alla BBC, Rudd – che si è dimessa sabato sera – ha spiegato la sua decisione dicendo di “non aver visto abbastanza lavoro per cercare di ottenere un accordo. Quando ho chiesto a Downing Street un riepilogo di quale fosse il piano per ottenere effettivamente un accordo, mi è stato inviato un riepilogo di una pagina”, ha detto Rudd, che ha affermato di ritenere che Johnson stia “cercando di ottenere un accordo con l’Ue”, ma ha aggiunto che sono state usate molte più risorse in preparazione invece di una Brexit senza accordi: “È come se l’80%-90% del tempo del governo sia trascorso per prepararsi per un mancato accordo e l’assenza di un tentativo effettivo di lavorare per ottenere un accordo è ciò che ha spinto 21 dei miei colleghi a ribellarsi. E io devo unirmi a loro”.

“Ovviamente il governo obbedirà alla legge” per quanto riguarda la Brexit, ha detto il cancelliere dello Scacchiere, Sajid Javid, intervistato all’Andrew Marr show della Bbc, dopo che il premier britannico Boris Johnson aveva paventato l’ipotesi di ignorare la legge che impone una proroga dell’uscita dall’Ue in caso di un mancato accordo (‘no deal’) con Bruxelles. “Il primo ministro cercherà un accordo ma non cercherà assolutamente un’estensione”, ha tuttavia aggiunto Javid ribadendo la volontà di uscire il 31 ottobre. “Non cambieremo la nostra politica – ha detto -. Saremo coerenti e non infrangeremo la legge ma bisognerà aspettare e vedere come lo faremo. Obbediremo a tutte le leggi, ma bisognerà attendere cosa succederà” al vertice Ue del 17-18 ottobre. In ogni caso, ha concluso il responsabile del Tesoro, Johnson non si dimetterà.

Intanto in Europa si attendono i dati dell’export tedesco a luglio. La tensione è alta dopo le cattive notizie sull’economia

Da Berlino a Bruxelles, da Madrid a Francoforte, nei palazzi che contano lunedì mattina gli sguardi carichi d’ansia saranno rivolti verso Wiesbaden, dove l’istituto tedesco di statistica svelerà le cifre relative all’export della Germania relativi allo scorso luglio. La tensione è alta, dopo la sequenza di cattive notizie in arrivo dalla “locomotiva d’Europa”: la contrazione del Pil per il terzo trimestre di seguito – recessione tecnica conclamata – gli indicatori in forte calo per l’industria dell’auto, la flessione superiore alle attese degli ordini all’industria. Ebbene sì, l’economia tedesca è ufficialmente in crisi. Date le ovvie implicazioni, alla fine la domanda che tutti si pongono è semplice: che effetti avrà la frenata tedesca sugli equilibri dell’Eurozona? Anzi: ne ha già avuti? Domanda non peregrina, dato che la stessa Angela Merkel poco più di una settimana fa ha fatto intendere di potere aprire a misure di stimolo per l’economia.

“Dobbiamo pensare ad un’azione congiunta per stimolare l’economia”, aggiunge il vicepresidente della Cdu, Norbert Roettgen. Anche Olaf Scholz, ministro delle Finanze nonché vicecancelliere tedesco, ha fatto sapere che la Germania intenderà contrastare la crisi “con piena forza”. Il sillogismo che segue, in diverse capitali d’Europa, è semplice: difficile immaginare “stimoli” per se stessi e poi negarli ai vicini. Il tema è una possibile riapertura del confronto sulle regole del Patto di stabilità: facile immaginare che la nuova “fragilità tedesca” dopo anni di boom si faccia sentire nelle discussioni sul futuro del Vecchio Continente. Anche perché è tutta la costruzione europea a subirne le conseguenze: “Se l’Europa dovesse sostenere ulteriori contraccolpi economici, come per esempio una Brexit ‘no deal’, un debito fuori controllo in Italia oppure un’ulteriore escalation della guerra commerciale, il rischio di una recessione europea è piuttosto alta”, ha detto al New York Times l’economista tedesca Katharina Utermoehl. La vede in modo ancora più cupo il suo collega Joerg Kramer, capo economista di Commerzbank, interpellato sempre dal Nytimes: “Il rallentamento della crescita si registrerà ovunque nell’Eurozona, più o meno. Non ci sono separazioni di destini in vista”.

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