Sergio Gentili. “Accorciare le distanze”. L’esperienza politica di Luigi Petroselli. L’introduzione al convegno di Sinistra x Roma (prima parte)

Sergio Gentili. “Accorciare le distanze”. L’esperienza politica di Luigi Petroselli. L’introduzione al convegno di Sinistra x Roma (prima parte)

In occasione del quarantesimo anniversario dell’elezione di Luigi Petroselli a sindaco di Roma, il gruppo consiliare “Sinistra per Roma” ha dedicato una  mostra fotografica alla vita personale e politica di uno dei sindaci più amati della città  e un  convegno aperto dalla relazione tenuta da Sergio Gentili e concluso da Stefano Fassina,deputato di Leu e consigliere comunale di “Sinistra per Roma”. Petroselli, dice, sindaco comunista, ma patrimonio dell’intera città. Al convegno hanno preso parte fra gli altri Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Vittoria Tola. Di seguito la relazione introduttiva di Sergio Gentili.

 

40 anni fa Luigi Petroselli è stato eletto sindaco di Roma. È stato il sindaco di tutti i romani. Amato dalle forze popolari e stimato dagli avversari politici. Oggi, vogliamo ricordare quell’evento. Avviare una nuova riflessione sull’uomo politico e sindaco di Roma, e sulle giunte di sinistra, nella storia dei 150 anni di Roma Capitale. Il tempo è maturo per aprire una stagione di studi che faccia una sintesi critica della vasta memorialistica. Sarebbe un contributo alla definizione dell’identità dei romani e alla storia  d’Italia. Aiuterebbe a superare dimenticanze e faziose ricostruzioni proprie del revisionismo storico.

Nei nove anni delle Giunte di Sinistra, si possono trovare grandi  valori, innovative scelte economiche e sociali, un nuovo  modo di concepire la politica e il governo, ma scorgere anche limiti ed errori. Tutte cose che possono dare insegnamenti utilissimi. Ci guadagnerà anche la politica, quella concepita come pensiero e azione,  quella che mette al primo posto gli interessi generali, la dignità delle persone, il lavoro e la tutela dei beni comuni. Petroselli svolse un importante ruolo politico per tutti gli anni settanta. Sono anni di transizione nella vita politica italiana che va dalla crisi del centro sinistra alla solidarietà nazionale (1976-1979), dalla crisi di questa al Pentapartito (1981-1991).

Le giunte di sinistra sono a cavallo di queste due ultime fasi storiche.

Per tutti gli anni settanta, l’Italia e la sua Capitale sono ferite dagli attacchi sanguinari dell’eversione di forze occulte nazionali e straniere: stragi, depistaggi, squadrismo neo-fascista, strategia della tensione, opposti estremismi, terrorismo rosso e nero, anni di piombo e parte degli apparati dello Stato conniventi con l’eversione. L’obiettivo dell’eversione è rigettare indietro il grande movimento sociale e civile fatto di operai, studenti, donne, intellettuali e popolo che si batteva, fin dagli anni ’60, per la pace, lo stato sociale, i diritti del lavoro, delle donne e dei giovani. È un movimento contro la violenza che chiede la fine delle disuguaglianze, della divisione tra nord e sud, delle discriminazioni antioperaie.

È un movimento che ottiene successi importanti.

Si snoda dentro la crisi del centro sinistra e avanza la richiesta di mettere fine alla discriminazione anticomunista e al sistema di potere della DC. Nel mondo della guerra fredda, poi, furono gli anni di possenti movimenti per la pace, per i diritti delle donne e il razzismo. È in questi anni che nasce del movimento ecologista. È il decennio di grandi eventi che modificano l’assetto delle relazioni internazionali: guerra del Vietnam; tracollo del sistema monetario di Bretton Woods; guerra del Kippur e crisi petrolifera; colpo di stato fascista in Cile; la dittatura di Videla in Argentina; in Grecia, in Portogallo e in Spagna cadono i regimi fascisti; in Africa si dissolve il colonialismo portoghese e in Etiopia cade il vecchio imperatore Hailé Selassié, in Iran arriva Khomeini e in Cina torna Deng Xiaoping. L’Afghanistan è invasa dall’URSS. In Gran Bretagna arriva Margaret Thatcher. Siamo all’alba della globalizzazione neoliberista.

Roma diventa il luogo dell’odio e della violenza politica: assalti fascisti alle sedi di partito, aggressioni alle persone e nelle scuole, morte dei fratelli Mattei a Primavalle, giovani catturati nella spirale repressione-reazione, i sabati violenti, assalto alle manifestazioni sindacali e all’università, fino al rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta. La violenza è l’arma politica con cui si vuole impedire l’affermazione come forza di governo del PCI. È usata per colpire frontalmente il sindacato e per impedirne l’unità; è usata per screditare e criminalizzare le esigenze di giustizia, di cultura e di lavoro del Mezzogiorno, dei giovani e delle donne. Anni difficili, segnati dalla lotta tra le forze eversive e le forze democratiche. È nel mezzo di queste lotte che maturano  nuovi equilibri culturali, sociali e politici. È il decennio che vede l’avanzata e la sconfitta del PCI. Poi, ci sarà quello del “pentapartito”, del patto anti-PCI di DC e PSI, un patto tra alleati-avversari. Alleanza che provocherà grandi danni dall’eliminazione della scala mobile alla crescita smisurata del debito pubblico, ma gravi danni anche morali come dimostrerà l’inchiesta di “mani pulite”.

Con quale cultura e idee politiche è presente  Petroselli?

È un tema di ricerca storica. Farò, qui, solo qualche considerazione con una avvertenza: va tenuto presente che le sue  idee sono anche il frutto dell’elaborazione del Pci romano, che aveva un valido gruppo dirigente, con giovani e donne che discutevano e agivano molto. La sua idea del processo di cambiamento, cioè di rivoluzione democratica, era quella del partito nuovo di Togliatti e di Enrico Berlinguer. Essa si basava sul partito di massa organizzato impegnato nella creazione, e lo sviluppo, di un “movimento politico di massa”, pluralista e  nonviolento,  che affrontava le questioni sociali, civili, culturali, la difesa e lo sviluppo della democrazia, il lavoro e la riforma dello Stato. Al congresso del PCI di Roma del 1975 così ne parlava. Il “movimento politico di massa” ha il suo baricentro nel movimento operaio ma non si limita ad esso. Anzi. Deve coinvolgere tutti gli strati popolari, gli intellettuali, le donne, gli impiegati della pubblica amministrazione, il ceto medio, i commercianti, gli artigiani e i giovani. Il movimento politico di massa deve combattere la violenza neofascista e l’eversione; deve creare le condizioni politiche e sociali per dare alla crisi uno sbocco democratico di alternativa democratica, colmando il vuoto creato dalla crisi della DC e del centro sinistra. Infatti, la caduta di autorevolezza della DC è evidenziata da due fatti di grande valore: a) il convegno diocesano sui  “Mali di Roma” (febbraio 1974), dove le gerarchie ecclesiali criticano per la prima volta il governo di Roma DC;

  1. b) il risultato straordinario del referendum sul divorzio, con cui viene sconfitto il tentativo della DC di Fanfani e dei clericali di cancellare una conquista di civiltà.

Quel voto sarà un fatto storico per Roma e l’Italia. Ma la crisi della DC rappresenta un’occasione anche per le destre.

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