Roberto Bertoni. Il “giovane” PD non si sieda sugli allori

Roberto Bertoni. Il “giovane” PD non si sieda sugli allori
È senz’altro una buona notizia quella diffusa da Quorum/YouTrend in seguito a un recente sondaggio: il Partito Democratico è tornato, dopo un bel po’ di tempo, ad essere il primo partito fra gli under 35, godendo attualmente del consenso del 28,5 per cento degli appartenenti a quella fascia di età. Un dato positivo e che giustamente Zingaretti ha evitato di enfatizzare, asserendo, al contrario, che non bisogna cullarsi sugli allori e che il difficile viene adesso, sottolineando la necessità di dimostrarsi all’altezza di quest’apertura di credito. Nel mio piccolo, mi permetto di suggerire alcune proposte, anche alla luce del governo appena nato, per rafforzare questa tendenza e far sì che non si riveli effimera.
Partiamo dalla scuola: uno degli ambiti più controversi della stagione renziana. Sarà bene, per dire, supportare alcune idee del ministro Fioramonti, a cominciare dalla revisione dell’INVALSI, trasformatosi negli ultimi anni, e non per colpa sua, da strumento di supporto didattico in una sorta di tribunale della Santa Inquisizione che, oggettivamente, ha disorientato e messo in difficoltà professori e studenti, creando un clima di tensione e paura del tutto controproducente. Tuttavia, il PD, benché i suoi gruppi parlamentari siano ancora renzianissimi, dovrà avere il coraggio di compiere, contestualmente, una svolta culturale e avviare ben più di una revisione della Buona scuola, ossia di una controriforma che di buono non aveva proprio nulla, eliminando innanzitutto quegli elementi che hanno contribuito a creare un clima da guerra civile fra i banchi, puntando su una competizione sfrenata fra i ragazzi che mina alle fondamenta il principio della coesione e della condivisione di cui la scuola ha bisogno per costruire i cittadini di domani.
Prendiamo, poi, il lavoro, dove il PD renziano ha provocato danni inenarrabili, con il varo di un’orrenda legge come il Jobs Act che ha sottratto ai lavoratori tutele e diritti. Reintrodurre quelle tutele e quei diritti, a cominciare dall’articolo 18, aggiornare lo Statuto dei lavoratori ed estendere la protezione e il sostegno a coloro che oggi ne sono sprovvisti è un imperativo morale se si vuole prosciugare lo stagno in cui la rana Salvini si è ingrassata a dismisura, fino a sfiorare il 40 per cento dei consensi, benché non abbia fatto nulla per alleviare le sofferenze dei dannati della globalizzazione che non ne possono più di un modello di sviluppo sbagliato e lesivo della dignità umana. Per anni ci è stato raccontato che la sfida fosse fra “garantiti” e “non garantiti”, alimentando una guerra generazionale, per lo più fra poveri, che ha favorito i ricchi veri e instillato nelle vene del Paese un clima d’odio che ha  contribuito, a sua volta, a far gonfiare gli imprenditori della paura, ossia coloro che sulle giuste paure della gente costruiscono la propria fortuna politica, garantendosi un bacino di consensi a buon mercato che si preoccupano ogni giorno di accrescere, terrorizzando le persone in ginocchio con l’invenzione di mostri inesistenti e nemici immaginari che servono, oltretutto, ad agevolare il “divide etica impera” da sempre caro a chiunque non abbia una visione pienamente democratica della società. Non staranno meglio i giovani togliendo la pensione agli anziani, non staranno meglio con i ricalcoli e le volgarità profuse a piene mani a proposito del sistema retributivo e non staranno meglio nemmeno con l’elogio sperticato della drammatica riforma Fornero, che non ha salvato proprio nulla ed è stata varata talmente in fretta da provocare veri e propri tormenti a una categoria che avrebbe meritato ben altro trattamento, soprattutto in considerazione dei sacrifici compiuti nel corso di una vita.
E poi la questione istituzionale, il tema dei temi. Chiedo venia, ma il progetto esposto da Conte e da una parte dell’esecutivo non solo non mi convince ma mi trova del tutto contrario. Questa pretesa di trasformare un Parlamento eletto con una legge elettorale assai discutibile come il Rosatellum in una sorta di Assemblea costituente non sta né in cielo né in terra. Se si vuole dar vita a una riforma organica della Costituzione, si elegge una nuova Assemblea costituente, rigorosamente con il proporzionale puro, e lo si dichiara espressamente: approfittare di maggioranze raccogliticce per varare l’ennesima “svolta epocale” ad opera di un governo traballante, vorrebbe dire dividere nuovamente il Paese, dimostrando di non aver imparato nulla dalle lezioni impartite dal popolo italiano nel 2006 e nel 2016. Quanto alle sparate di Di Maio sul taglio del numero dei parlamentari, sarebbe ora che qualcuno cominciasse a dire che un tizio che esprime concetti come “taglio delle poltrone” non può fare il ministro in una Nazione in cui per garantire l’esistenza di quegli scranni sono morti migliaia di partigiani e molti altri hanno subito torture e sofferenze indicibili. Chi utilizza un lessico simile dimostra di non conoscere la storia italiana, la sua complessità e le sue tragedie, pertanto sarebbe meglio che evitasse di rappresentarla, per giunta in un ministero decisivo come quello degli Esteri.
Abbiamo avversato i manifesti populisti di Renzi, continueremo a contrastare ogni forma di svilimento delle istituzioni e del loro valore, e sarebbe bene che la sacralità del Parlamento fosse al centro della formazione delle nuove leve democratiche, affidando un’eventuale scuola e i conseguenti seminari a costituzionalisti di vaglia. L’idea che la Costituzione sia vecchia o che ogni generazione debba avere la propria Costituzione sono fesserie cialtronesche e pericolose, grimaldelli per scardinare i princìpi chiave del nostro vivere civile. Ricordiamo a tutti gli improvvisati riformatori, alcuni dei quali non è detto che abbiano mai avuto letture superiori a Diabolik, che la Costituzione americana risale al 1787 e in duecentotrentadue anni di storia ha subito solo ventisette emendamenti mentre gli inglesi vanno ancora avanti con la Magna Charta Libertatum del 1215 e il Bill of Rights del 1689. Se si vogliono introdurre alcune correzioni, come ad esempio la sfiducia costruttiva, ben venga ma guai a legare altre assurdità, come per l’appunto il taglio dei parlamentari, a una riforma che, invece, deve essere introdotta a prescindere, ossia il proporzionale puro all’italiana, senza scimmiottare modelli stranieri che da noi non potrebbero funzionare. Ogni paese ha le sue caratteristiche e il sistema italiano, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, può funzionare solo col proporzionale puro e le preferenze. Sulla soglia di sbarramento si può discutere, ma diciamo che il 3 per cento costituirebbe un buon compromesso, onde evitare sia l’eccessiva frammentazione politica sia la penalizzazione della rappresentanza in nome di una governabilità fittizia.
Quanto ai maggioritari Prodi e Veltroni, pur nutrendo nei loro confronti la massima stima, temo che le rispettive analisi non tengano in debito conto la fase storica che stiamo vivendo e i rischi che corre oggi la democrazia rappresentativa, messa a repentaglio dalle drammatiche spinte in direzione di una democrazia diretta che equivarrebbe alla legge della giungla, privando di voce e rappresentanza soprattutto i ceti più deboli e finendo col concedere spazio unicamente a coloro che possono competere in un dibattito pubblico che richiede sempre più competenze e, lasciatemelo dire, una posizione reddituale di rilievo.
Se vuole avere un futuro, conquistarsi un ruolo autonomo nel panorama politico e rispondere positivamente alla fiducia accordatagli, il “giovane” PD zingarettiano deve ripartire da qui, evitando qualsivoglia forma di governismo fine a se stesso e privilegiando una sana cultura di governo che preveda anche dei no, delle rinunce e dei valori non negoziabili, senza i quali un partito semplicemente non esiste o, al massimo, è un aggregato di potere senza respiro e senza prospettive. Il tema dei migranti, dell’accoglienza e dell’integrazione, con conseguente smantellamento delle disumane politiche salviniane, è uno di quei punti dirimenti sui quali non c’è mediazione che tenga: la vita umana viene prima di tutto e vale più di ogni altra cosa.
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