Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Il programma di ventinove punto del nuovo governo al momento è un indice che deve sostanziarsi di iniziative e programmi concreti”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Il programma di ventinove punto del nuovo governo al momento è un indice che deve sostanziarsi di iniziative e programmi concreti”

È nato il governo PD-5 Stelle sulla base di un programma in ventinove punti. Qual è il suo giudizio?

Per prima cosa bisogna dire che con la nascita del Conte bis si è sventato un serio pericolo. E cioè che si andasse alle elezioni politiche anticipate in un momento molto difficile per il paese e a meno di un anno mezzo dalla precedente tornata elettorale. Bisogna riconoscere che Salvini non ha nascosto le proprie intenzioni e ha detto chiaramente cosa voleva: i pieni poteri. Perciò è stato inevitabile e, a mio parere, politicamente giusto che le due maggiori forze del parlamento abbiano trovato un accordo e dato vita a un nuovo governo. In merito al programma in ventinove punti si tratta di titoli. Non sono indicate le priorità e non ci sono i contenuti. E perché? Perché nella formazione del nuovo governo è prevalsa la volontà di impedire la scorciatoia di Salvini, tant’è che si parla di governo di legislatura. Cosa che però in Italia non è mai esistita neanche quando De Gasperi aveva il 48% dei consensi. Comunque sia, ora il nuovo il governo deve operare e senza perdere tempo perché lo scenario europeo ci permette di attuare una politica economica non più basata sull’austerità. Dunque la prima questione da affrontare, come peraltro sostiene lo stesso Mattarella, è riesaminare il patto di stabilità. Ciò significa permettere ai singoli paesi europei di riprendere, in maniera intelligente e responsabile, la strada degli investimenti e dello sviluppo.

Il nuovo governo sembra molto europeista e questo dovrebbe agevolarlo… 

Direi di sì. Abbiamo mandato in Europa le persone giuste. Penso al neoeletto presidente del parlamento, David Sassoli, penso al ruolo che avrà Paolo Gentiloni all’interno della commissione europea e di cui si sta discutendo in questi giorni. Ma per tornare a casa nostra penso anche alla nomina al dicastero dell’economia di un politico molto esperto e molto addentro alle questioni europee come Roberto Gualtieri. E poi mi sembra che i 5 Stelle stiano smettendo di indossare i panni di coloro che non dialogano con Bruxelles. Insomma, per come si stanno mettendo le cose credo che l’Europa non sarà arcigna nei nostri confronti. Certo, non sarà lassista, ma penso ci permetterà di fare una politica di maggiore equità sociale e di crescita economica. Perciò ritengo che si potrà emanare una legge di stabilità che innanzitutto eviti l’aumento dell’Iva, perché in caso contrario sarebbe una pietra tombale su qualsiasi opportunità di crescita. Spero poi che le istituzioni europee inizino a rendere il più possibile omogenea la politica sociale e quella fiscale. Come lei sa insisto da tempo sulla necessità di ridimensionare e possibilmente eliminare i paradisi fiscali presenti nel nostro continente.

Nella compagine del nuovo governo c’è una novità: il ministro dell’Innovazione Tecnologica e Digitalizzazione. Cosa ne pensa?

Penso che sia una scelta obbligata. Quasi dappertutto nel nostro paese vedo un ritardo pazzesco. Anche perché finora l’innovazione tecnologica sembra più una macchina di propaganda che altro.  Invece dobbiamo realizzare un’innovazione che ricostruisca un rapporto positivo tra cittadini e istituzioni e che permetta di fare le riforme. Attualmente non è così nonostante di innovazione tecnologica si riempiano la bocca in tanti e da troppo tempo. Abbiamo bisogno di un’economia digitale che semplifichi la vita delle persone. Mentre oggi, vuoi per carenze, vuoi per errori, vuoi per confusione non serve a evitare le file agli sportelli, a ottenere rapidamente dati, né a programmare i servizi. Per la digitalizzazione dei documenti ci vogliono mesi, anni. È incredibile ma dinanzi a un disservizio l’utente di sente spesso rispondere: “L’algoritmo non lo consente”. Se poi chiede come è fatto l’algoritmo nessuno sa niente. Non è possibile avere una pubblica amministrazione in cui una quantità enorme di dipendenti è tecnologicamente semianalfabeta o poco capace di gestire gli strumenti digitali. Certo, in parte è anche colpa nostra perché da anni non si fanno concorsi. Ma noi abbiamo il problema di facilitare l’esistenza a una popolazione sempre più anziana. Una tecnologia malamente applicata la esclude. È un problema di democrazia, di recupero della dignità della persona. In teoria tecnologie digitali permettono di semplificare la vita, ma nella pratica stiamo andando verso un meccanismo di ipercomplicazione. Oggi per prenotare un esame diagnostico devi fare una fila per prenotare, un’altra per pagare e poi non finisce lì. Se telefoni all’Inps ti risponde una voce registrata e spesso stai appeso al telefono per un tempo indefinito senza ottenere quello che vorresti. Non è accettabile che ci sia questa presa in giro a causa della quale l’intelligenza artificiale si trasforma in un’intelligenza diabolica che alimenta l’incomprensione tra cittadini e istituzioni. Una volta si parlava ironicamente di Ufficio complicazione affari semplici, il famoso Ucas. Siamo ancora a quel punto. Anzi, peggio. Come se ne esce? Sicuramente nella pubblica amministrazione occorre una campagna straordinaria di alfabetizzazione all’informatica un po’ come si fece a suo tempo con le 150 ore.

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