Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Il Pd è nato da una fusione fredda e ora si assiste a una scissione fredda”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Il Pd è nato da una fusione fredda e ora si assiste a una scissione fredda”

Dopo esserne stato il segretario Matteo Renzi lascia il PD e fonda gruppi autonomi alla Camera e in Senato e lancia Italia Viva, una nuova formazione politica. Cosa pensa di questa mossa?

Era una separazione annunciata. Pertanto non mi ha sorpreso, così come non ha sorpreso tanti osservatori. D’altra parte, con Renzi vediamo ripetersi quanto era accaduto con Prodi, Rutelli e Bersani: il PD esprime dei leader che poi entrano in contrasto col partito. Allora bisognerebbe riflettere su come conciliare il metodo delle primarie per eleggere il segretario col funzionamento del dibattito interno. Si dichiara che nel PD non devono esserci le correnti, ma poi non c’è un luogo né un momento in cui discutere. Dico questo forse perché sono stato abituato per tanti anni ai partiti nella Prima Repubblica. I quali tenevano i congressi, presentavano mozioni, coinvolgevano le rispettive basi. Nella Seconda Repubblica il confronto doveva essere ancora più allargato e ancora più democratico, invece non mi sembra che le cose siano migliorate. Naturalmente questo vale per tutti i partiti, seppur in maniere differenti, e non solo per il PD. Oggi il dibattito avviene sui buoni propositi, sulle promesse di un leader, sulla contingenza e non su un progetto di riforme. Per fare degli esempi, la nascita del centro-sinistra, il compromesso storico e il pentapartito sono stati dei progetti, condivisibili o meno, ma progetti usciti da un confronto molto serrato. Quando penso che i 5 Stelle nel giro di due settimane cambiano di centottanta gradi la loro strategia affidandosi a una piattaforma on-line in cui sono iscritti un’assoluta minoranza dei loro elettori, beh resto molto perplesso. Lo stesso PD è nato da una fusione fredda e ora si assiste a una scissione fredda. Non sono nostalgico del passato, so che i partiti di massa non esistono più, che la politica si è personalizzata e che viviamo nella società della comunicazione. Ma adesso mi sembra che i partiti, o quel che resta di loro, vadano all’avventura facendo a gara a chi promette di più. E tutti noi siamo spettatori in attesa di vedere quante promesse si realizzano e quante no. Possiamo andare avanti così?

Dopo la scissione nel PD il governo giallo-rosso è più debole?

Se ognuno va avanti per conto suo il futuro è conflittuale. D’altra parte, la conflittualità tra leader è stata la cifra del primo governo Conte. Il rischio è che si riproponga anche nel Conte bis proprio per i motivi che le dicevo prima. Quando le decisioni politiche sono prese prescindendo da un dibattito alla luce del sole e dalla collegialità tutto può accadere. Come e perché Renzi abbia deciso la scissione lo si può dedurre, ipotizzare, ma niente più. Lo stesso Zingaretti ha dichiarato di non averne capito i motivi. Pensi invece alla rottura tra il PCI e il gruppo del manifesto o a quella tra socialisti e socialdemocratici: erano lacerazioni che si consumavano su differenti visioni strategiche e che vedevano una forte partecipazione collettiva all’interno di quelle comunità politiche. Non è che oggi non si prendano decisioni. Quello che mi allarma è che sono prese da partiti-ombra annidati nei partiti ufficiali. Possibile che nessuno abbia fatto niente per evitare o ritardare la scissione nel PD?  All’indomani della rottura i vari big del partito l’hanno data per scontata. Ma la base, i quadri territoriali ne hanno discusso? Mi sembra che si siano trovati di fronte al fatto compiuto. Io stesso sono iscritto al PD e non ho mai avuto occasione di parlarne. Quindi, dinanzi a questa situazione, sapere se il governo giallo-rosso è più debole o più forte è un rebus. Staremo a vedere.

Dopo un recente incontro col governo i sindacati hanno rilasciato dichiarazioni positive. E’ l’inizio di un nuovo ciclo di relazioni tra potere politico e parti sociali?

Penso e spero di sì. Consideri che veniamo da oltre un anno di non governo con effetti devastanti per il Paese e per l’economia. Un non governo bloccato tra l’altro da due presidenti del consiglio ombra. Uno dei quali convocava per conto suo i sindacati al Viminale. Ora mi sembra che si stia cambiando passo. Il Conte bis sta dialogando con le istituzioni di Bruxelles, ha abbracciato il Green Deal europeo e si è aperto ai corpi intermedi, non solo alle organizzazioni dei lavoratori. Sono segnali importanti. Adesso bisogna passare ai fatti. Le prossime elezioni regionali saranno un banco di prova per verificare se la politica parlerà in maniera non generica dei problemi dei cittadini, tra cui quello dell’occupazione. Vedremo se saranno presentate proposte concrete, progetti realistici, programmi. A proposito dei programmi dei partiti so bene che ormai ci credono in pochi. Ma penso sia il caso di invertire la rotta. Solo ragionando sulle cose da fare si ricostruisce un rapporto con i cittadini e con il mondo del lavoro.

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