Nuccio Iovene. Tre riflessioni, sul governo, il Pd e la sinistra

Nuccio Iovene. Tre riflessioni, sul governo, il Pd e la sinistra

La settimana politica che si è appena conclusa ha stimolato tre riflessioni sulle quali, credo, saremo tutti chiamati a ragionare nei prossimi mesi. La prima riguarda il governo, la seconda il Pd e la terza la sinistra.

Dopo quattordici mesi tossici, con il clima politico avvelenato dalle continue esternazioni quotidiane di Salvini, tutte a senso unico contro ONG e migranti, e in cui la gara a chi mostrava il peggio di se era drammaticamente squadernata davanti agli occhi della Nazione, vivere una settimana in cui l’assolo isterico del capitano è diventato un fastidioso rumore di fondo mentre si fa a Malta un accordo sulla redistribuzione automatica dei migranti in Europa e una nave delle ONG può attraccare senza scene isteriche in un porto sicuro italiano è già una grande cosa! E’ certamente presto per qualunque valutazione di merito sull’azione di governo, sulla sua solidità e capacità di cambiare indirizzi e priorità, ed anche sulla sua possibile durata, ma una cosa è certa: il clima è cambiato, più la nuova maggioranza riuscirà ad andare avanti più la resa dei conti interna alla Lega, da parte dei tanti che non tollerano Salvini e lo considerano l’artefice della loro disfatta, si avvicinerà e nello stesso centro destra le carte saranno destinate a rimescolarsi. La partita ha cambiato di segno, la palla è nella nostra metà campo e tocca a noi ora saperla mantenere e provare anche a fare qualche gol.

E veniamo quindi alla seconda riflessione, quella relativa al Pd dopo la fuoriuscita di Renzi e la nascita di ItaliaViva. La flebile ripresa, nei sondaggi, registrata all’indomani dell’elezione di Zingaretti a segretario ha già subito una prima battuta d’arresto dopo l’abbandono dell’ex segretario. La risposta che Zingaretti ed il Pd hanno dato alla scissione è, a dir poco, per niente convincente. Zingaretti, invece che esplicitare una propria linea politica che parli ad un campo politico vasto e tutto da ricostruire, sembra ossessionato ad allontanare da se l’immagine che Renzi vorrebbe appioppargli, quella di chi riesuma la vecchia “ditta”. Ed ecco allora l’adesione al Pd della Beatrice Lorenzin, ex ministra della salute, già Forza Italia e poi Nuovo Centro Destra con Alfano, e l’enfasi che l’ha accompagnata. Quasi a sottolineare che il Pd continuerà ad essere fermamente quella babele senza anima ed identità che l’ha caratterizzato nei suoi primi 12 anni di vita. Ad accompagnare infatti, in piena logica cerchiobottista, l’adesione della Lorenzin ecco arrivare un attimo dopo, ma senza l’enfasi della prima, l’adesione di Laura Boldrini eletta la prima volta con Sel, che la propose a quel tempo per la Presidenza della Camera, e la successiva con LeU. Ma sono certi, i dirigenti di quel partito, che questo è quello che serve al loro rilancio? Le prossime regionali saranno certamente un primo banco di prova, ma il tempo stringe e sarebbe utile uno scatto, un profilo più netto in grado di parlare innanzitutto ai tanti incerti e ai tantissimi che da tempo non votano più.

E veniamo allora alla sinistra ed al suo stato di salute. Dopo il 4 marzo del 2018, lo abbiamo ripetuto più volte, si è lavorato per disperdere invece che consolidare quel debole, ma importante risultato elettorale delle politiche. Gli effetti di quelle scelte si sono visti un anno dopo, alle elezioni europee. Tante liste, nessun successo, tanti voti andati in fumo. Eppure quel milione di voti del 2018, la piccola pattuglia di parlamentari che si riuscì a far eleggere in quella occasione, questa estate è diventata decisiva per far nascere il nuovo governo ed una diversa maggioranza. LeU, data per morta solo fino a qualche settimana prima, è tornata a vivere e addirittura essere il terzo soggetto che ha consentito la nascita del governo. Se la sfida che si è aperta è però così difficile ed impegnativa siamo certi che basti a sostenerla un debole e precario gruppo parlamentare? O non è arrivato il tempo per investire finalmente su un progetto con un orizzonte più ampio, in grado di dare forza e sostanza al tentativo di cambiamento in atto? Servirebbero umiltà, lungimiranza e generosità. Virtù finora difficilmente rintracciabili allo stato, ma necessarie se si vuole seriamente contribuire ad aprire una fase nuova nel Paese. Nessuna riedizione di vecchie formule o di vecchi riti, ma il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo, lanciare una proposta e intraprendere un cammino nuovo per far tornare all’impegno politico e alla partecipazione quei tanti rimasti senza una casa ed un punto di riferimento. Siamo arrivati al paradosso che nei sondaggi settimanali sugli orientamenti elettorali si misura il consenso su un soggetto politico e su una proposta che al momento, fuori dal Parlamento, semplicemente non esiste.

Queste quindi le tre riflessioni che la settimana che abbiamo alle spalle ci consegna, insieme ad un post scriptum: dopo la mossa azzardata e perdente dell’estate di Salvini questa settimana ha visto Boris Johnson andare a sbattere in malo modo in Gran Bretagna sulla Brexit, Trump avviato verso l’impeachment negli Stati Uniti e Bolsonaro mettersi contro il mondo intero sull’Amazzonia. La destra mondiale, vincente negli ultimi anni, si sta rivelando non solo pericolosa ma anche votata al suicidio. E questo dimostra non che il vento sia già cambiato, tutt’altro, ma che non è così impossibile che cambi. Anche questo dovrebbe spingere la sinistra a fare presto e a fare bene. Altrimenti sarebbe imperdonabile.

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