Nuccio Iovene. La preveggenza di Vittorio Foa sul senso delle parole in politica e la rottura di Renzi col Pd

Nuccio Iovene. La preveggenza di Vittorio Foa sul senso delle parole in politica e la rottura di Renzi col Pd

Diceva Vittorio Foa, poco prima di morire, con una straordinaria preveggenza che le parole in politica hanno ormai perso il loro senso, sono diventate vuote perché non c’è più coerenza con i comportamenti e le scelte concrete di chi le pronuncia. Era ormai talmente colpito dalla degenerazione del linguaggio politico e dalle conseguenze che avrebbe determinato da dedicare ad essa uno dei suoi ultimi lavori “Le parole della politica”, scritto insieme a Federica Montevecchi. C’era ancora Berlusconi imperante e Foa, uno dei padri della sinistra italiana, nell’introduzione spiegava che a spingerlo ad occuparsi di questo era la constatazione che “In politica si parlava a vanvera, le parole non avevano più peso, soprattutto quelle del governo: se si poteva dire solo quello che conveniva, quale significato poteva avere un impegno per il futuro?”.  Ovviamente, Foa si è risparmiato tutto quello che è successo poi negli ultimi anni.

Ma queste sue considerazioni mi sono ritornate in mente molte volte in questi anni via via che il populismo di destra, da Berlusconi a Salvini, e quello cosiddetto di sinistra da, Grillo a Renzi, andava dilagando. Di nuovo, la scorsa settimana, al momento dell’annuncio della scissione del Pd promossa da Renzi sono tornate profetiche le parole di Foa. Ricostruiamo velocemente i fatti. Dopo avere smentito solennemente fino alla vigilia una possibilità del genere, Renzi ha lasciato il Pd insieme a molti dei suoi, fatti eleggere con quella pessima legge elettorale che è il “rosatellum” (tra cui appunto l’autore di quell’obbrobrio) quando era ancora segretario di quel partito. Questa scelta ha reso più chiaro il suo voltafaccia più recente, il passaggio dal #senzadime e dalla politica dei popcorn nei confronti dei 5stelle e del governo giallo verde alla promozione, tra i primi, della nuova maggioranza e del nuovo governo. La tempistica della scissione, il nome del nuovo partito, la nascita dei gruppi parlamentari sia alla Camera che al Senato, l’assenza di un qualunque incidente in grado di essere preso a pretesto per una rottura, dicono chiaramente che questa era programmata da tempo. Le eventuali elezioni anticipate, su cui aveva puntato tutto nella sua sbornia di potere Salvini, avrebbero fatto saltare il progetto al quale da tempo, con tutta evidenza, Renzi stava lavorando.

Se le avesse affrontate rimanendo nel Pd avrebbe visto un significativo ridimensionamento della sua rappresentanza parlamentare non essendo più segretario del partito, e se le avesse affrontate da solo, con la sua nuova creatura politica, avrebbe rischiato di andare incontro ad un fallimento difficilmente rimediabile. Con la spregiudicatezza che lo distingue, e lo ha sempre distinto, in piena estate ha immediatamente rotto gli indugi, fatto l’endorsement al nuovo governo e alla nuova maggioranza, spiazzato Zingaretti e molti dei suoi stessi riferimenti, da Calenda a Richetti, e allontanato così il pericolo delle elezioni e della morte prematura del suo nuovo soggetto politico. Non contento di questo ha incassato ministri e sottosegretari e una volta completato il quadro ha fatto l’annuncio. Italia Viva, il suo nuovo partito, non si misurerà nelle elezioni a breve, ma punterà ad affrontarle fra qualche anno. Nel frattempo Renzi punta a tornare protagonista sulle prime pagine dei quotidiani e nei programmi televisivi, a fare nuovamente il capo dopo un anno passato in cattività, a rubare la scena a Zingaretti accreditandosi come il principale competitor dell’altro Matteo, Salvini. E la costatazione che il resto del panorama politico non è molto meglio, come sembra fare la Annunziata sull’Huffington Post, non è una giustificazione né credibile né sufficiente.

Quello che è certo è che l’ennesimo abbandono da parte di uno dei suoi leader rende ancora più evidente la crisi ed il peccato originale insito nella nascita del Pd. Ed è questo il tema vero che andrebbe, con coraggio, affrontato nel prossimo futuro. Se solo si scorrono i nomi del comitato promotore che 12 anni fa diede vita al Partito Democratico si scopre che quelli rimasti nel partito si contano ormai sulle dita di una mano o poco più. Pur non avendo mai aderito al Pd perché pensavo fosse, all’epoca, una scelta sbagliata e che non avrebbe funzionato ho seguito sempre con attenzione le sue vicende, dall’amalgama poco riuscito come lo definì D’Alema al continuo rimpianto del Pd che avrebbe potuto essere e che però mai è stato di Veltroni, sperando in fondo di essermi sbagliato. Quello che mi stupisce, di fronte ai continui abbandoni e alle pesanti sconfitte collezionate in questi anni, è invece che nessuno di tutti quelli che si sono incaponiti a volere il Pd a tutti i costi, a ipotizzare un bipartitismo forzato imposto per decreto e alla fine mai nato, e che poi hanno in gran numero lasciato il Pd, spesso sbattendo la porta, abbia mai sentito il bisogno di avanzare un dubbio: “forse” ( e sottolineo il forse) si è sbagliato a volere a tutti i costi sfasciare le case di provenienza e imporre il Pd.

Niente. So bene che da tempo non c’è un posto a cui ritornare, che quello che non esiste più non può essere resuscitato, ma almeno l’onestà intellettuale di riconoscere i propri errori aiuterebbe a ipotizzare meglio un futuro e soprattutto a renderlo credibile. A ridare appunto senso alle parole.

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