Martedì 17 Israele al voto. Elettorato ancora molto indeciso, e si prevede una fuga in massa dalle urne. La Palestina teme la conferma di Netanyahu

Martedì 17 Israele al voto. Elettorato ancora molto indeciso, e si prevede una fuga in massa dalle urne. La Palestina teme la conferma di Netanyahu

A poco meno di sei mesi dalle ultime elezioni, finite in un nulla di fatto, gli elettori israeliani martedì torneranno nuovamente al voto. La domanda amletica, oggi come allora, resta la stessa: “To Bibi or not to Bibi”. Il premier, Benjamin Netanyahu, leader più longevo alla guida del Paese (con i suoi 13 anni ha superato persino il padre della patria David Ben Gurion), punta a conquistare il quinto mandato e soprattutto un ‘salvacondotto’ per evitare le beghe giudiziarie che lo minacciano all’orizzonte: il procuratore generale Avichai Mandelblit ha già espresso l’intenzione di incriminarlo a breve per frode, abuso di fiducia e corruzione in tre casi. Contro di lui si ripresenta – anche se l’effetto novità è già in parte svanito – Benny Gantz, ex capo di Stato maggiore, alla guida di Blu e Bianco (i colori della bandiera israeliana), il ‘partito dei generali’ creato dalla fusione con la formazione centrista Yesh Atid di Yair Lapid. Ma il vero avversario, nonché probabile ago della bilancia (secondo i sondaggi potrebbe raddoppiare i seggi), è Avigdor Lieberman, leader del partito ultra-nazionalista russofono Yisrael Beiteinu, colui che lo scorso novembre, con le dimissioni da ministro della Difesa, aveva accelerato la caduta del governo e di nuovo ad aprile, dopo il voto, aveva soffocato le speranze di Netanyahu, rifiutandosi di formare un esecutivo con lui e costringendolo così a indire nuove elezioni per evitare che il presidente Reuven Rivlin desse a Gantz la chance di tentare la formazione di un governo.

Il nodo principale del contendere tra Netanyahu e Lieberman, ex alleati, ora acerrimi nemici, è la partecipazione dei partiti ultra-ortodossi al governo: per il leader del Likud, questi sono la linea d’ossigeno che negli ultimi anni è servita per tenere in piedi le sue maggioranze, per la ‘voce’ della comunità russofona sono un ostacolo rispetto alla sua impostazione laica della società civile. Da qui, le battaglie di Lieberman per la riforma della leva militare obbligatoria in modo da includere gli studenti dei seminari e contro le misure restrittive nell’ambito di trasporti ed esercizi commerciali durante lo shabbat. La situazione politica sembra cristalizzata, gli ultimi sondaggi rimandano a uno scenario pressoché immutato a quello di aprile, con i due principali partiti testa a testa (entrambi 32 seggi), l’estrema destra in ascesa – 8 i seggi per Yamina dell’ex ministra della Giustizia Ayelet Shaked mentre Otzma Yehudit, erede del movimento fuorilegge kahanista, ha buone chance di entrare in Parlamento – le formazioni della minoranza araba di nuovo unite, mentre i partiti della sinistra sono a rischio nonostante le fusioni attuate per evitare il baratro del mancato superamento della soglia di sbarramento (3,25%).

Gli ultimi sondaggi danno il blocco di centro-sinistra fermo a 53 seggi mentre quello di destra oscilla sui 58-59, sempre sotto la maggioranza dei 61 necessaria per formare un governo senza il sostegno di Lieberman. Scenario non allegro per Netanyahu: per evitare l’aula di tribunale – e una condanna al carcere sicura, sostiene Netanyahu, convinto di essere già spacciato perché inviso alla magistratura – la strada migliore è quella di restare alla guida del governo, ottenere dalla Knesset l’immunità e poi far passare una legge che impedisca all’Alta Corte di Giustizia di revocargliela. Di incognite ce ne sono diverse, dall’affluenza (in particolare quella araba) al voto russo, dalla destinazione delle preferenze degli elettori del partito Zehut di Moshe Feiglin e del partito centrista Kulanu di Moshe Kahlon – entrambi hanno fatto un patto con Netanyahu per non ostacolarlo nella corsa elettorale in cambio di posti sicuri – al possibile ingresso alla Knesset di Otzma Yehudit. Gantz non ha escluso la possibilità di un governo di unità nazionale con il Likud ma deve essere ‘depurato’ della figura ingombrante di Netanyahu; anche Lieberman ha esplicitamente detto in più di un’occasione di parteggiare per un esecutivo Likud-Labour con il suo apporto. Netanyahu ha risposto con un attivismo sfrenato: negli ultimi dieci giorni ha cercato di galvanizzare l’elettorato dei coloni, annunciando l’intenzione di annettere la Valle del Giordano, nonché l’insediamento di Kiryat Arba e le comunità ebraiche di Hebron; ha lavorato per sottrarre voti ‘russi’ a Yisrael Beiteinu, vedi l’incontro con il presidente russo Vladimir Putin a Sochi alla ricerca dell’endorsement; e ha viaggiato in tutto il Paese cercando di cannibalizzare i partiti minori a destra, agitando lo spettro minaccioso della minoranza araba al potere grazie a una coalizione con Blu e Bianco.

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