I rischi della mozione del Parlamento europeo sulla “memoria” e la lezione di Hannah Arendt sulle origini del totalitarismo

I rischi della mozione del Parlamento europeo sulla “memoria” e la lezione di Hannah Arendt sulle origini del totalitarismo

Non c’è che da alzare la guardia, e di parecchio, dopo il voto del Parlamento europeo sulla mozione per “l’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”. Nella mozione si leggono interpretazioni assai discutibili della storia del Novecento, e soprattutto della cosiddetta età dei totalitarismi, con una equiparazione storicamente arbitraria tra nazismo e comunismo, che sfocia nel tentativo di legittimare la dottrina revisionista che leggerebbe l’emergere del nazifascismo come risposta allo stalinismo. Così non è stato, e l’uso della narrazione storica per legittimare vicende di stretta attualità politica non fa onore né al Parlamento europeo né a quei partiti di tradizione progressista, e tra questi il Partito democratico italiano e il Partito socialista europeo, che quella mozione hanno votato. Sulla questione del revisionismo storico hanno già stigmatizzato quel voto eminenti storici, da Guido Crainz a Claudio Vercelli. Non ci tornerò, dal momento che essi hanno ragione. Vorrei qui, tuttavia, sollevare l’asticella dell’attenzione su due grandi questioni: gli effetti sul piano pedagogico ed educativo che quel voto potrebbe sciaguratamente avere sulle giovani generazioni, e attraverso l’analisi di Hannah Arendt tentare un breve esame delle forme del totalitarismo entrate nel XXI secolo.

Perché sollevo una questione educativa? Se il Parlamento europeo vota quella mozione con l’autorevolezza che gli viene riconosciuta da tutti i paesi europei, perché allora non concedere che anche i cittadini, nella loro vita quotidiana, con o senza conoscenze storiche, e soprattutto gli studenti, possano farla propria e rilanciarla? E come faranno i loro docenti di Storia contemporanea a fermare il revisionismo storico se non al prezzo di delegittimare proprio lo stesso Parlamento europeo? Possibile che in quell’Aula nessuno si sia posto questo problema degli effetti nefasti sul piano educativo della mozione? Crediamo di no, dal momento che l’hanno approvata, forse senza neppure leggerla, il che renderebbe quel voto ancora più grave. Ma v’è di più. Come faranno gli imbarazzati docenti di Storia contemporanea a spiegare a quegli studenti analogie e soprattutto differenze tra le diverse forme di totalitarismo, se proprio il Parlamento europeo, la massima espressione democratica dell’Unione, fa di tutta l’erba un fascio? Allora, è giunto il momento di offrire ai parlamentari europei qualche modesta riflessione filosofica sul tema del totalitarismo nella rilettura di Hannah Arendt, probabilmente la pensatrice che più di ogni altro ha vissuto e teorizzato l’età dei totalitarismi, cercando di attualizzarne l’analisi con le vicende del XXI secolo.

Intanto, l’ascesa del populismo di estrema destra in Europa e negli Stati Uniti, soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump nel 2016, ha sollevato enormi timori sulla possibilità di nuove forme di autoritarismo, ed è questa la ragione di una sorta di riscoperta della Arendt dopo il successo planetario de La banalità del male, il libro dedicato al processo Eichmann a Gerusalemme nel 1961. Arendt era un’ebrea tedesca che lasciò la Germania dopo la presa del potere di Hitler nel 1933, visse a Parigi da rifugiata fino al 1941 ed emigrò definitivamente negli Stati Uniti, dove morì. Nei primi anni Cinquanta pubblicò un volume dedicato alle Origini del totalitarismo, il cu scopo era proprio quello di comprendere le cause dell’ascesa totalitaria, tanto nell’Unione Sovietica di Stalin quanto nella Germania di Hitler. In realtà, la Arendt sapeva bene che Europa e mondo avevano vissuto due guerre in una sola generazione, oltre a una serie ininterrotta di guerre locali e rivoluzioni, seguite da nessun trattato di pace. E che vi fosse una differenza sostanziale, storicamente accertata, tra la Rivoluzione bolscevica, la morte di Lenin e l’ascesa di Josif Stalin e la decadenza della Repubblica di Weimar (eventi ai quali la mozione sciaguratamente non rinvia). Arendt fa risalire l’ascesa di Hitler non certo alla forma totalitaria che aveva permeato di sé lo stalinismo, ma a quella variante nazista che trova proprio nella sconfitta tedesca nel primo conflitto mondiale le sue ragioni vere e profonde, e nel nuovo assetto militare-industriale che la Germania s’era data nella fase postbellica.

Detto ciò sulle cause storiche, però, Arendt si concentra sulle “origini del totalitarismo” impartendo una lezione che è utile approfondire ancora oggi. Insomma, dice Arendt, gli elementi storicamente cruciali che resero possibile il nazismo, l’antisemitismo, l’imperialismo, il razzismo la crisi degli imperi multinazionali post primo conflitto bellico, le trasformazioni tecnologiche, sono stati determinanti, certo, ma non spiegano la cristallizzazione nell’esito orrendo che fu il totalitarismo. La lezione di Arendt che ne deriva: la libertà è fragile, e quando parlano i demagoghi, e molti altri li seguono, è saggio alzare ogni soglia di attenzione. Non sembra un messaggio lanciato agli abitanti di questo XXI secolo? A me pare di sì. Inoltre, scrive Arendt, dagli anni Trenta in poi vi fu una violenta crisi di legittimazione politica. La moltitudine, le masse, i popoli si sentirono sempre più distanti dal potere politico (si pensi a Weimar). Il sistema politico, il parlamentarismo vennero considerati come corrotti e oligarchici. E fu proprio contesto a dare fertilità ad una “mentalità mobile” nella quale gli outsider – ebrei, i rom, gli slavi, gli omosessuali, gli “intellettuali cosmopoliti” – potevano essere considerati come i capri espiatori di nuove emergenti legittimazioni di estremismi. Insomma, è da qui che nasce l’esigenza dell’uomo forte, del grande leader.

Perché, scrive Arendt, “la massa odia la società dalla quale è esclusa, come odia il parlamento dove non è rappresentata”. E una società così permeata da un diffuso risentimento, prosegue Arendt, è pronta alla manipolazione della propaganda dei demagoghi sensazionalisti: “ciò che convince le masse non sono i fatti, neppure i fatti inventati, ma solo la coerenza col sistema di cui sono parte integrante… La propaganda totalitaria gode di questa fuga dalla realtà nella finzione e può insultare l senso comune solo laddove il senso comune ha perso la sua validità”. Cinismo. Negazione della verità. L’accondiscendenza alla richiesta della massa di parole semplici e semplificate, di storie di cospirazioni. Non sembrano adattarsi questi elementi di analisi alla situazione politica del 2019? Credo proprio di sì.

Secondo Arendt, inoltre, la condizione centrale per l’ascesa del totalitarismo fu la crisi della funzione storica dei partiti politici e della legittimazione dei partiti politici, nonché del governo parlamentare. Il successo dei movimenti totalitari tra le masse hanno determinato la fine delle due illusioni dei paesi governati democraticamente, in generale e negli Stati-nazione d’Europa, e del sistema dei partiti in particolare. La prima illusione era che il popolo prendesse parte attiva nel governo e che ciascun individuo provasse attrazione per questo o quel partito politico. La seconda illusione era che queste masse politicamente indifferenti non avevano alcun interesse, che erano neutrali e disinteressate all’agenda politica della nazione. In breve, gli elettori, liberati dall’impegno verso i partiti tradizionali, vennero corteggiati da movimenti, dai partiti e dai leader anti-sistema che promettevano qualcosa di nuovo e di diverso. Ecco come si giustificò l’esercizio dittatoriale del potere in Europa nel XX secolo, e come ancora potrebbe giustificarsi, perché i contesti sembrano davvero omogenei. La dittatura nacque allora e può nascere ancora quando al declino degli Stati-nazione si affianca una strategia che elimina i limiti giuridici, le procedure parlamentari, i vincoli costituzionali.

Insomma, dalla lezione di Hannah Arendt provengono due lezioni, da affidare ai parlamentari europei che hanno votato per quella scellerata mozione, dopo averla ritirata. La prima: l’emergere dei totalitarismi dalle crisi di legittimazione politica cambia da situazione a situazione, e non è un pericolo omogeneo che si para dinanzi alle democrazie liberali, oggi come ieri. Per questo, il totalitarismo va analizzato attentamente nelle sue origini nazionali e internazionali. Omologare è sbagliato, proprio sul piano non solo storico, ma dell’analisi politica. La seconda: il totalitarismo non è una cosa del passato, ma può risorgere e comparire ovunque se ne presentino le condizioni. Anche per questo la mozione sulla memoria del Parlamento è sbagliata e potrebbe avere conseguenze devastanti se non fosse ritirata, soprattutto per le nuove generazioni e per il popolo europeo.

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