Fine vita, il commento di Valter Vecellio. Sentenza storica? Piuttosto sentenza amara. La politica che ancora una volta abdica ai suoi compiti. Pavida e indifferente

Fine vita, il commento di Valter Vecellio.  Sentenza storica? Piuttosto sentenza amara. La politica che ancora una volta abdica ai suoi compiti. Pavida e indifferente

“Sentenza storica”: così è stata salutata la decisione assunta dalla Corte Costituzionale sul caso Fabio Antoniani (Dj Fabo)–Marco Cappato. Generalmente accolta positivamente dallo schieramento politico culturale laico e progressista; condannata come attentato alla vita da quei settori del cattolicesimo oltranzista che già prima della sentenza, hanno annunciato battaglia e mobilitazione. Ai lettori di Jobsnews affido una riflessione che va al di là di quello che generalmente è stato detto.

Che si tratti di “storica” sentenza, non v’è dubbio; che la Corte Costituzionale abbia agito secondo scienza e coscienza, cercando di bilanciare e conciliare le ragioni del diritto e dell’umanità, della compassione nel senso più alto ed estensivo del termine, anche di questo non c’è ragione di dubitare. Tuttavia, resta l’amaro in bocca; e non per le ragioni addotte dai citati settori che vorrebbero tradurre in legge dello Stato le loro credenze, e non concepiscono opportunità, facoltà di cui avvalersi o no, ma solo draconiani divieti. Cosa dice la sentenza? Che non è sempre punibile chi aiuta al suicidio. Nella fattispecie Marco Cappato non è punibile per aver accompagnato Dj Fabo, in Svizzera a morire come chiedeva da anni dopo essersi ritrovato dopo un incidente imprigionato in un corpo come una prigione, completamente cieco. Non è punibile a determinate condizioni chi “agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

La Corte Costituzionale doveva stabilire se fosse reato, come prevede l’articolo 580 del codice penale, aiutare a morire una persona malata che non ritiene più sopportabile e dignitoso vivere. Già l’anno scorso la Consulta aveva evidenziato l’incostituzionalità della norma che parifica l’istigazione al suicidio con l’aiuto. La Corte ha chiesto al Parlamento di legiferare, dando tempo fino al 24 settembre, e stabilito alcuni punti fondamentali che sono poi stati alla base della decisione: condizioni specifiche che rendono “ingiusta e irragionevole”  la punizione per  chi aiuta a morire: il malato deve essere terminale, in grado di decidere pienamente, afflitto da una patologia che gli provoca sofferenze fisiche e psichiche per lui assolutamente intollerabili. Detto questo, come più volte evidenziato proprio in questo giornale, la questione, che appare complessa, è invece piuttosto semplice. Si deve partire dall’articolo 32 della Costituzione (un articolo, si badi, su cui molto ha riflettuto e lavorato un costituente che si chiamava Aldo Moro): La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Ecco: quel “nessuno può essere obbligato…”, perentoriamente nega l’accanimento terapeutico non desiderato, non voluto.

Procediamo. Non si vive in un paese anglosassone dove una sentenza costituisce precedente. Tuttavia, le sentenze, soprattutto della Corte di Cassazione, costituiscono pur sempre una sorta di stella polare che di fatto aiuta le corti di giustizia ad applicare la legge.  Molto prima della vicenda Dj Fabo-Cappato, la vicenda Tedde-Cazzarello. Il signor Angelo Tedde, finisce sotto processo per aver accompagnato a morire la signora Oriella Cazzanello in una clinica svizzera in cui le viene praticata l’eutanasia o, se si preferisce, suicidio assistito. Per il pubblico ministero il signor Tedde doveva essere condannato a tre anni e quattro mesi di carcere per aver istigato al suicidio la signora Cazzanello. “Era convinta, non ha voluto sentire ragione, non c’era modo di farla rinunciare all’eutanasia, ci ho provato fino all’ultimo” ha sempre sostenuto il signor Tedde; che viene assolto. Questo il precedente; si obietterà che i precedenti hanno valore di legge, ma, semmai, di orientamento. Bene: c’è il caso di Marina Ripa di Meana. Di tutto la si può accusare, ma non di non aver amato la vita. Eppure questa donna, a un certo punto non riesce più a tollerare le atrocità fisiche che il tumore le infligge, e chiede solo di morire in pace. Per questo programma di andare anche lei in qualche clinica svizzera, per un “sollievo” definitivo. Non sapeva che poteva evitare quel viaggio.

   Il testo che segue, affidato a Maria Antonietta Farina Coscioni, è illuminante: “…le mie condizioni di salute sono precipitate. Il respiro, la parola, il mangiare, alzarmi: tutto, ormai, mi è difficile, mi procura dolore insopportabile: il tumore ormai si è impossessato del mio corpo. Ma non della mia mente, della mia coscienza… Ho chiamato Maria Antonietta Farina Coscioni, persona di cui mi fido e stimo per la sua storia personale, per comunicarle che il momento della fine è davvero giunto. Le ho chiesto di parlarle, lei è venuta. Le ho manifestato l’idea del suicidio assistito in Svizzera. Lei mi ha detto che potevo percorrere la via italiana delle cure palliative con la sedazione profonda. Io che ho viaggiato con la mente e con il corpo per tutta la mia vita, non sapevo, non conoscevo questa via. Ora so che non devo andare in Svizzera. Vorrei dirlo a quanti pensano che per liberarsi per sempre dal male si sia costretti ad andare in Svizzera, come io credevo di dover fare”. Il passaggio chiave del testo è questo: “Non sapevo, non conoscevo questa via… che si può percorrere la via italiana delle cure palliative con la sedazione profonda”.

In breve: anche a casa propria, o in un ospedale, con un tumore, una persona deve sapere che può scegliere di tornare alla terra senza ulteriori e inutili sofferenze: “Fallo sapere, fatelo sapere”, l’estremo appello. Un richiamo perché si faccia sapere, conoscere. Quanti sono i sofferenti giunti allo stremo che ignorano che è consentita, possibile, un’alternativa “dolce” al suicidio violento o al viaggio senza ritorno in Svizzera? Scarse e scarne le informazioni, nessuna campagna per garantire adeguata conoscenza; i mezzi di comunicazione sono assenti, rinunciano a svolgere il ruolo di informazione che dovrebbe essere elemento costitutivo della loro esistenza.

Anni fa il primario del cattolicissimo ospedale romano “Gemelli”, professor Mauro Sabatelli, ha spiegato perché non ci sarebbe nemmeno bisogno di una nuova legge per rispettare la volontà dei malati che chiedono il distacco del respiratore sotto sedazione. Il problema, piuttosto, è che in molte strutture sanitarie si impongono trattamenti sanitari contro le scelte del malato, contro la Costituzione, contro le buone pratiche mediche e persino contro la dottrina cattolica. Il rifiuto delle cure, spiega Sabatelli, non è eutanasia ma una questione di buona prassi medica. Già oggi la legge, la Costituzione e il codice deontologico lo consentono. Anche il Magistero della Chiesa è chiaro: non c’è un diritto di morire ma sicuramente un “diritto a morire in tutta serenità, con dignità umana e cristiana. Solo con questa sicurezza il 30 per cento accetta oggi la tracheotomia; il malato valuta e sceglie se la ventilazione meccanica è trattamento proporzionato alla propria condizione e quindi non lesivo della propria dignità di vita. Chi accetta ha diritto ad essere assistito a casa, aiutato dalle istituzioni. Chi rifiuta ha diritto a morire con dignità”.  Al “Gemelli” studiano un piano di cura coi malati, ascoltano i voleri di chi vive con un tubo in gola, un sondino per nutrirsi. Li seguono nel cammino, sino all’ultimo. Li “accompagnano” sino alla fine. Si assicurano che siano seguite la loro volontà e non soffrano. Si addormentano, e tolgono il respiratore. Lo hanno fatto a pazienti che, stanchi di vivere immobili, attaccati alle macchine, hanno detto ‘basta’. Sono stati sedati profondamente e solo a quel punto spenta la macchina che soffiava aria nei polmoni. Sono morti senza dolore, dormendo.

Dj Fabo poteva anche lui seguire questa strada. Ha preferito, assieme a Cappato, sollevare mediaticamente il caso. Nulla da eccepire. Ma il problema vero è che anche ora si può mettere la parola fine a queste tragedie senza calpestare la dignità del malato, senza farlo soffrire e umiliare senza scopo, rispettandone le volontà; e spesso si ignora che si è già titolari di questo diritto.

L’amaro in bocca è dato dal fatto che – questione di principio, ma non solo di principio – ancora una volta, la classe politica, tutta, si è mostrata pavida, vigliacca, indifferente, crudele. Non ha saputo, e non ha voluto neppure dibattere la questione, discuterla, avviare un confronto. La vita e la morte, la qualità della vita, la sua dignità e la dignità del morire sono questioni che prima o poi riguardano tutti; possiamo discutere e chiederci se e fino a che punto questioni così delicate possono e devono essere codificate e come; se sia più opportuno affidarsi al buon senso e alla misericordia di un’equipe medica che assiste e informa il paziente… Tutto si può e si deve discutere, ma certo è inaccettabile, intollerabile, l’indifferenza, l’ignavia. Invece è quello che, ancora una volta, è accaduto. Salvo poi lamentarsi per le “invasioni” di campo, le ingerenze, le “supplenze” della magistratura e di “entità” che riempiono gli spazi vuoti lasciati da chi istituzionalmente ha il dovere di colmarli.

Tante volte la “politica” ha abdicato ai suoi compiti, alle sue funzioni. Lo ha fatto anche in questa occasione, e anche questa volta c’è chi ha dovuto supplire. Che accada quello che è accaduto in passato, e che presumibilmente accadrà ancora, non consola; anzi ulteriormente avvilisce. Ripetiamo: una classe politica che nel complesso si rivela inadeguata, pavida, vigliacca, indifferente, è qualcosa di avvilente e sconcertante. Che sia considerata “storica” una sentenza di puro buon senso e di laica misericordia, e che oltretutto sancisce il diritto di poter fare quello che già si fa e viene fatto, rivela il punto a cui è arrivato questo povero Paese.

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