Caso Cucchi. La requisitoria del pm Musarò fa rinascere la fiducia nello Stato

Caso Cucchi. La requisitoria del pm Musarò fa rinascere la fiducia nello Stato

Il 22 ottobre del 2009 all’ospedale Sandro Pertini di Roma, muore Stefano Cucchi, sei giorni dopo essere stato arrestato per droga. Seguono sette anni di processi, udienze, perizie, decine di testimoni e decine di consulenti tecnici ascoltati. Dopo dieci anni da quella morte, la requisitoria del pm Giovanni Musarò, nel processo bis in Corte d’Assise contro i cinque militari dell’Arma accusati del pestaggio di Stefano Cucchi, fa rinascere la fiducia nello Stato. Un rappresentante dello Stato denuncia pubblicamente lo Stato che rappresenta.  Dei cinque militari, Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, rispondono di omicidio preterintenzionale. Tedesco e il maresciallo Mandolini, che all’epoca dei fatti era a capo della stazione Appia, sono accusati di falso nella compilazione del verbale di arresto e calunnia. Ricordiamo che Tedesco ha accusato i colleghi Di Bernardo e D’Alessandro del pestaggio ai danni di Cucchi. Vincenzo Nicolardi deve invece rispondere del reato di calunnia nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta sul caso.  Il pm conferma che Stefano Cucchi fu vittima “di un pestaggio violento e repentino, roba da teppisti da stadio” definendo “kafkiano” il primo processo, quello che vedeva imputati per il pestaggio di Stefano Cucchi tre agenti di polizia penitenziaria in quanto “non è nella fisiologia di un processo  che gli imputati siedano nel banco dei testimoni, come accaduto per alcuni imputati perché in quel processo hanno testimoniato tra gli altri Roberto Mandolini, Francesco Tedesco e Vincenzo Nicolardi, non è nella fisiologia di un processo che sul banco degli imputati ci siano i potenziali testimoni perché Minichini, Domenici e Sant’Antonio, sono stati i primi a rendersi conto che Stefano Cucchi aveva bisogno di un referto per entrare in carcere e non è nella fisiologia di un processo che gli indagati principali, gli imputati principali, quelli che immediatamente avrebbero dovuto essere individuati, non sono mai stati individuati e tutto questo non è successo per caso, tutto questo processo kafkiano, con gli imputati al posto dei testimoni e i testimoni al posto degli imputati, il catetere messo per comodità, le fratture, che non le vedono, non è frutto di sciatteria, è stato il frutto di uno scientifico depistaggio iniziato nella stazione Appia nella notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009 con il verbale d’arresto redatto dal maresciallo Mandolino e sottoscritto anche da Tedesco e poi proseguito successivamente”.

Infatti dice: “se Stefano Cucchi è morto lo si deve anche al falso contenuto del verbale d’arresto, redatto dal maresciallo Roberto Mandolini, il comandante della stazione Appia, secondo il quale il 31enne geometra era nato in Albania il 24 ottobre 1975 ed era in Italia senza fissa dimora”. Per questo motivo, nel processo di convalida dell’arresto, il giudice applicò la custodia cautelare in carcere mentre Stefano che, in verità era nato a Roma ed era residente in un’abitazione che era stata subito perquisita dai carabinieri dopo l’arresto, alla presenza dei genitori, aveva il diritto di finire ai domiciliari. “Anche questo giochetto è costato la vita al ragazzo” dichiara il pm, ponendo anche l’attenzione sulla considerevole perdita di peso di Cucchi dal momento dell’arresto alla morte, sei chili in sei giorni:”riconducibile al trauma dovuto al violento pestaggio, non certo a una caduta come si disse all’epoca. Non mangiava per il dolore, non riusciva neppure a parlare bene”.

La vicenda di Cucchi, grazie al lavoro svolto dalla famiglia della vittima, ha permesso di far coincidere la verità giudiziaria con quella dei fatti, avvicinando ognuno di noi al ruolo, non solo di individuo ma anche di cittadino, rafforzando il legame fondamentale con il senso di Stato che per sua stessa natura significa protezione, ha risvegliato l’opinione pubblica su argomenti importanti come la mancanza di una legge sul reato di tortura nel nostro paese, di un sistema di comunicazione equo e trasparente, basti pensare alla definizione “partito dell’antipolizia” affibbiata alla famiglia Cucchi e ai loro legali che invece hanno un grande rispetto delle istituzioni e della polizia, la mancanza di una scarsa sensibilizzazione popolare per quello che è il tema delle condizioni dei detenuti nelle nostre carceri. Ilaria Cucchi ha commentato così le parole del giudice: “Oggi comunque vada, mentre sto ascoltando il Pm Musaró, sto facendo pace con quest’aula. Sono commossa… Lo Stato è con noi”.

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