Alfonso Gianni. Il rebus della nuova legge di bilancio

Alfonso Gianni. Il rebus della nuova legge di bilancio

Giorni frenetici al Ministero dell’economia. Tanto per cambiare i conti non tornano. Così la Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef) attesa per il 27 settembre, slitta a lunedì 30. Il nuovo governo è stretto in una morsa. Da un lato diversi dei suoi componenti si rendono conto che qualche segno di  discontinuità rispetto al passato lo devono pur dare, se vogliono apparire ma soprattutto essere un governo di svolta. E una svolta è tale se viene chiaramente percepita dall’elettorato, in particolare quello appartenente ai ceti più deboli che si aspettano di vedere migliorata la propria situazione in termini concreti e rapidi. Altrimenti si porta acqua al mulino del populismo salviniano. Dall’altro lato il governo non intende aprire bagarre con l’Unione europea. La sua stessa nascita è avvenuta sotto l’ala protettrice dei nuovi assetti che la Ue si è data dopo il voto di fine maggio. Quindi i margini per il deficit sono stretti. Ad horas è difficile pensare che il governo possa andare al di là di un 2,2%, forse sperare in un 2,3% ma non di più.

Per questo la novità dell’ultima ora è pensare a un intervento “selettivo” sull’innalzamento dell’Iva. Dal canto loro Di Maio e Renzi insistono per il no, non certo per una motivazione particolarmente sensibile ai problemi che deriverebbero, per chi ha scarsa capacità d’acquisto, dall’incremento dell’Iva, quanto dal fatto che l’immagine di un governo che “non mette le mani nelle tasche degli italiani” – un mantra che in questi anni rimbalza dai governi di centrodestra a quelli di centrosinistra – verrebbe intaccato. Ma al Ministero dell’economia si sta lavorando in realtà anche a questa ipotesi. Prendendo ad esempio la mossa fatta dal governo portoghese nel 2018 si punterebbe alla riduzione dell’Iva sulle bollette luce e gas per uso domestico, che peraltro presto destinate ad aumentare, e a maggiorare contemporaneamente l’aliquota sui prodotti di lusso, portandola oltre l’attuale 22%. Non è un problema di facile soluzione, soprattutto se affrontato in tempi così brevi. La riduzione che a suo tempo operò il governo portoghese fu molto consistente, dal 23 al 6%. Quindi il suo beneficio si fece sentire sui redditi popolari. Qui si parla di passare dal 10% fino a un tetto di consumi prestabilito, all’8%. Nello stesso tempo non è chiara di quale entità sarebbe la maggiorazione per i beni di lusso e su quali di questi agirebbe, se su tutti o solo su una parte. La questione non è affatto di lana caprina, perché a seconda delle varie ipotesi diversa sarebbe la cifra recuperata. Essendo che la manovra complessiva non dovrebbe essere inferiore ai 35 miliardi se non di più (tende in effetti a levitare) e collocata in una situazione tutt’altro che eccellente per l’economia europea e italiana, se tra clausole Iva e spese indifferibili se ne vanno almeno 25/26 miliardi, ne resterebbe ben pochi per iniziative risarcitorie nei confronti dei ceti più deboli.

La rimodulazione delle aliquote Iva era del resto già una propensione del dell’ex ministro Tria, il quale non aveva mai nascosto la sua preferenza per le imposte indirette rispetto a quelle dirette. Sul tema si era anche pronunciato favorevole Tito Boeri. Ma anche economisti di sinistra come Felice Roberto Pizzuti e Roberto Romano, seppure in un quadro di interventi più ampio e marcatamente anticiclico. Il guaio è che gli interventi di cui si discute al Mef, sempre che ottengano il via libera dal governo, non sarebbero in grado comunque di fare quadrare i conti dando un segnale di svolta. Le ragioni sono diverse. L’iva è una delle imposte più evase, circa un terzo dei 109 miliardi complessivi di evasione fiscale. L’aumento delle aliquote seppure selettivo non garantisce di per sé un corrispondente aumento dell’introito. Le grida manzoniane contro l’evasione fiscale dei vari Di Maio fanno solo ridere. La prigione per i grandi evasori ripetuta da Conte da un lato ricorda la battuta di Bracardi nel famoso programma di Renzo Arbore (“in galera!!!”). D’altro canto la digitalizzazione dei pagamenti dell’Iva potrebbe portare poco, specialmente se connessa a bonus per i virtuosi. D’altro canto bisognerebbe sapere quale è l’esatta maggiorazione della aliquota sui beni di lusso per avere un’idea seppur vaga di quale potrebbe essere il maggiore introito in presenza di un comportamento più virtuoso dei contribuenti.

Ma se il governo vuole introdurre il taglio del cuneo fiscale e alcune misure green, peraltro già oggetto di un primo stop, la eventuale rimodulazione di alcune aliquote Iva o un decimale in più di flessibilità sul deficit non basterebbero. Né basterebbe neppure utilizzare i risparmi che provengono da Quota 100 e dal cd reddito di cittadinanza, segno che i due istituti hanno fin qui mal funzionato per le limitazioni e le difficoltà imposte. Ma queste ultime verrebbero aumentate se, come circola voce, si volesse intervenire chiudendo alcune finestre per l’accesso a Quota 100. Salvini ringrazierebbe. Vedremo meglio le cose dopo lunedì, quando la Nadef sarà licenziata dal Consiglio dei Ministri. Certo è che non se ne esce se da un lato non si forzano i pilastri del rigorismo europeo, argomento che cozza contro gli indirizzi della Commissione europea diretta dalla Ursula von der Leyen, ma che si rende sempre più necessario visto il peggioramento della situazione economica europea, segnata anche dalla recessione tedesca. E se dall’altro non si sceglie di varare una tassa patrimoniale che senza impoverire nessuno vada a trovare le risorse laddove si sono accumulati, pur dentro la crisi, quei profitti e quelle ricchezze che hanno divaricato le distanze sociali e reddituali nel nostro paese. Ma il ministro Gualtieri ha subito detto di no.

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