3 settembre 1982. La mafia uccide il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ripensando a quei giorni…

3 settembre 1982. La mafia uccide il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ripensando a quei giorni…

Da appena cento giorni il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa è prefetto di Palermo. Per ognuno di quei cento giorni invoca quei poteri promessi che il potere centrale, a Roma, non gli concede. Ucciso, dirà Giovanni Falcone, perché era solo. Quando l’hanno ammazzato, rivela il “pentito” Marino Mannoia, i mafiosi brindano. Pur se piemontese di Saluzzo, il generale la Cosa Nostra siciliana la conosce bene: ne comprende le dinamiche, le logiche; intuisce e ricostruisce le protezioni, le complicità. In Sicilia ha operato fin dal 1948, al tempo di Luciano Liggio; c’è poi tornato nel 1966. Del fenomeno mafioso sa l’essenziale: per la Cosa Nostra l’unica cosa che veramente conta è il denaro; tutto è racchiuso in quel volgare ma esplicito “cumannari è megghiu di futtiri” (anche perché chi comanda non ha problemi a svolgere anche l’altra “funzione”); e per “cumannari”, i “picciuli” sono essenziali. Tutto ruota su questo. Dalla Chiesa capisce come questi “picciuli” vengono procurati, la ramificata rete di connivenze e complicità su cui può contare e che costituisce l’acqua di quell’enorme stagno in cui i mafiosi nuotano e sguazzano. Quando nel 1982 Dalla Chiesa torna a Palermo, la città è sconvolta da una quantità di delitti eccellenti: il segretario provinciale della DC Michele Reina; il vice-questore Boris Giuliano; il giudice Cesare Terranova, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il procuratore di Palermo Gaetano Costa, il segretario del PCI regionale Pio La Torre…

E’ già un mito, il generale. Se le Brigate Rosse sono state sconfitte, lo si deve anche a lui, e a quel pugno di uomini che ha selezionato, formato, e che in lui crede ciecamente: catturano Renato Curcio e Alberto Franceschini; non c’è la legge sui “pentiti”, ma lui promette (e in questo è spericolato) comunque sconti di pena, per chi decide di collaborare. Il suo colpo da maestro è il “pentimento” di Patrizio Peci che fornisce un contributo determinante per la sconfitta delle BR; ma è solo dopo il delitto di Aldo Moro che si prende finalmente coscienza del pericolo costituito dal terrorismo. A Dalla Chiesa vengono dati quei poteri che gli consentono di infliggere colpi di maglio a intere cellule di terroristi. Racconta Dalla Chiesa che quando era comandante dei carabinieri a Palermo, la mafia aveva minacciato un suo capitano di stanza in un paese vicino. Lui se lo prende sottobraccio, i due passeggiano lentamente lungo il corso principale del paese per far capire a tutti che quel capitano non è solo, le minacce sono inutili, eliminato quel capitano ne arriva subito un altro uguale a lui, e poi un altro, e un altro ancora… “Chiedo solo che qualcuno mi prenda sottobraccio e passeggi con me”, dice Dalla Chiesa. Poche ore dopo viene ucciso. Ucciso perché aveva capito, perché capiva. Ucciso perché era pericoloso. Perché non poteva essere corrotto. Perché il suo esempio poteva essere seguito da tanti. Per tanti motivi Dalla Chiesa era pericoloso.

Il generale non si separava mai dalla sua borsa. Compare in ogni immagine, fotografia. Lo conferma chi lo conosceva. Che cosa c’era in quella borsa? Chissà… Certo qualcosa di importante, visto che il generale non la molla un minuto. Probabilmente l’aveva con sé anche la sera del 3 settembre 1982, quando viene ucciso assieme alla moglie e all’agente di scorta. Che fine fa quella borsa? Per molto tempo non se ne sa nulla. La storia di questa borsa finisce nel dimenticatoio; la riporta d’attualità un dossier anonimo fatto circolare qualche anno fa. L’anonimo sostiene che la borsa, con dentro documenti scottanti sulle indagini condotte personalmente da Dalla Chiesa, viene trafugata. E’ un anonimo che appare molto bene informato. Alla fine la trovano, la borsa: in uno scantinato della procura di Palermo. Cosa c’era dentro la borsa? Vai a sapere. Era vuota.

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