Le navi ong tornano in mare, salvano centinaia di vite in Libia ma vengono fermate da Salvini. La Alan Kurdi dirige verso Malta con feriti a bordo. La Open arms è in attesa

Le navi ong tornano in mare, salvano centinaia di vite in Libia ma vengono fermate da Salvini. La Alan Kurdi dirige verso Malta con feriti a bordo. La Open arms è in attesa

La nave umanitaria Alan Kurdi si dirige verso Malta, con a bordo le 40 persone soccorse al largo della Libia. A farlo sapere è la ong tedesca Sea Eye, in un comunicato in cui spiega che sull’imbarcazione si trovano anche 15 minori e una donna incinta. Tra i primi c’è un bambino di 4 anni del Camerun, Djokovic, che in Libia ha riportato una ferita d’arma da fuoco, riferisce l’ong. “Abbiamo salvato 40 persone, 15 dei quali sono minori e in particolare necessità di protezione. Due di loro sono sopravvissuti al raid aereo di Tajura e ora sono tenuti in ostaggio da Salvini”, ha dichiarato Gorden Isler, portavoce di Sea Eye. “Non offriremo a Matteo Salvini un’altra base per un nuovo indegno show. Ci assumiamo seriamente le nostre responsabilità verso le persone salvate e ora andiamo a Malta. Abbiamo ancora le provviste e il diesel necessari per arrivarci e quindi possiamo prendere da noi questa decisione”, ha aggiunto. “Salvini usa la bandiera della nostra nave e abusa della difficile situazione, sulle spalle delle persone portate in salvo, per un conflitto politico con la Germania. Sembra essere guidato solo dalla domanda su che cosa dia beneficio a lui in politica interna. Ha bisogno di immagini di un nemico per le sue politiche populiste. Tra queste ci sono le organizzazioni umanitarie come Sea Eye, i Migranti e i vicini dell’Ue. Lo ritengo un uomo molto pericoloso”, ha aggiunto Isler.

Tra la giornata di ieri e stanotte, Open Arms ha portato a termine due soccorsi, salvando 124 persone

“Sono 69 le persone salvate ieri sera. A bordo 124 naufraghi. Abbiamo bisogno di un porto sicuro per sbarcare”. Così Open Arms su Twitter dopo un primo tweet in cui si parlava di 68 migranti messi in salvo. La Open Arms “sta navigando quasi in stand-by, abbiamo informato le autorità competenti delle diverse zone Sar. Abbiamo già ricevuto il divieto di Salvini di entrare nelle acque italiane: ci ha sorpreso per la sua celerità. Adesso stiamo aspettando delle risposte, ma prima di tutto bisogna stabilizzare la situazione a bordo. Stiamo comunque più vicini a un porto di sbarco italiano”. A dirlo Riccardo Gatti, direttore di Open Arms Italia, ai microfoni di Radio Capital. Gatti dice che “tra la giornata di ieri e stanotte, Open Arms ha portato a termine due soccorsi. Il primo di un barcone che aveva una falla in prora, stava imbarcando acqua e rischiava di ribaltarsi. Poi, stanotte, abbiamo trovato un altro gommone. In totale, ora abbiamo 124 persone a bordo tra cui 32 donne (2 incinte di otto mesi) e 4 bambini di cui 2 molto piccoli”. Nove donne del secondo soccorso, aggiunge, “erano abbastanza provate, avevano sofferto molte violenze in Libia e facevano anche fatica a camminare. Sicuramente in entrambi i casi le persone non sarebbero sopravvissute senza soccorsi, la situazione era molto critica”. “Purtroppo – commenta Gatti – quello che sta facendo l’Italia in primis è utilizzare il tema dei migranti per alzare il polverone politico e mettere in atto azioni che sono puri abusi. Tutto ciò ci preoccupa poco ma ci rattrista vedere come la politica sia caduta così in basso, in mano a persone spregevoli”.

Libia: migliaia di morti e feriti nella guerra civile

In Libia l’offensiva del generale Khalifa Haftar, che dal 4 aprile punta dichiaratamente a Tripoli, ha fatto almeno 1.093 morti e 5.752 feriti, secondo l’ultimo bilancio diffuso il 15 luglio dall’Organizzazione mondiale della sanità in Libia. Le vittime civili sono almeno 106, i feriti 294. Gli operatori sanitari non sono stati risparmiati dalle violenze. Gli sfollati sono più di 100.000. Il bilancio comunicato il 28 luglio dall’Associazione dei medici di origine straniera in Italia (Amsi) parla invece di oltre 120 morti, 6.000 feriti e 110mila sfollati. Lo scorso 3 luglio ha suscitato sdegno l’attacco aereo che ha colpito il centro migranti di Tajoura, con un bilancio di decine di migranti e rifugiati morti e feriti. Domenica scorsa l’inviato delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamé, ha incontrato Haftar e ha “messo in guardia dalle conseguenze di un’escalation dei combattimenti e di un aumento delle interferenze straniere”.

Libia: L’Onu chiede la chiusura di tutti i centri di detenzione e di deportazione

La chiusura di tre centri di detenzione in Libia, annunciata ieri dal ministro dell’Interno Fathi Bashagha, sarà “un ottimo primo passo quando verrà concretizzata” ha detto l’inviato nel Mediterraneo centrale dell’Unhcr (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), Vincent Cochetel. Cochetel ha quindi chiesto “la chiusura dei centri di detenzione in tutte le aree della Libia, comprese quelle che non sono sotto il controllo del Governo di accordo nazionale (Gna)”. I centri di detenzione che verranno chiusi, stando a quanto riferito da Tripoli, sono a Misurata, Tagiura e Al-Khoms. Quello di Tagiura fu bombardato nella notte tra il 2 e il 3 luglio scorso: morirono 53 persone. Il portavoce per l’Africa dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), Charlie Yaxley, dal canto suo, ha commentato la notizia affermando che occorre agire secondo il principio del ‘non-refoulement’, ovvero ‘non respingimento’. Si tratta di uno delle basi del diritto internazionale, secondo cui un paese non può respingere richiedenti asilo verso paesi in cui questi si trovino in pericolo. “Buone notizie. Il ministro dell’Interno della Libia ha ordinato la chiusura di 3 centri di detenzione. Ma questo deve essere fatto in modo ordinato secondo il (principio di) ‘non respingimento’ dei rifugiati. Prima questi centri, poi gli altri!”, ha scritto Yaxley su Twitter.

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