La crisi di governo. Mattarella apre le consultazioni in una fase difficile e delicata. Il travaglio del Pd, diviso tra Zingaretti e Renzi

La crisi di governo. Mattarella apre le consultazioni in una fase difficile e delicata. Il travaglio del Pd, diviso tra Zingaretti e Renzi

Entra in campo Sergio Mattarella. Con le dimissioni di Giuseppe Conte, che resterà in carica per il disbrigo degli affari correnti, si apre ufficialmente la crisi di governo: il Capo dello Stato, dopo aver ascoltato il dibattito del Senato, ha ricevuto Conte, ha preso atto della volontà del presidente del Consiglio di dimettersi e ha indetto a partire da mercoledì alle 16 le consultazioni. Prima un colloquio telefonico con il presidente emerito Giorgio Napolitano, poi saliranno al Quirinale i presidenti di Senato e Camera Elisabetta Casellati e Roberto Fico. Infine ci sarà la sfilata dei partiti, a cominciare dai meno numerosi nella prima giornata, per terminare con i più numerosi giovedì.

Un primo giorno di decantazione, dopo le fibrillazioni di martedì, per dare tempo ai partiti di cominciare a riflettere e presentarsi al Quirinale con le idee chiare. Perché è proprio questo che il Capo dello Stato chiederà alle forze politiche: dopo fughe in avanti, retromarce e giravolte, vuole sapere i reali intendimenti di ognuno. Unico punto chiaro è che un Conte bis appare impossibile dopo la richiesta del Pd di una discontinuità rispetto agli ultimi quindici mesi. Innanzitutto la domanda chiave: chi vuole andare a elezioni e chi invece vuole mantenere in vita la legislatura? Se la maggioranza dei gruppi parlamentari vorrà andare al voto, il Presidente non ha nessuna preclusione a sciogliere le Camere a tambur battente per far votare gli italiani a fine ottobre, in tempo per varare la manovra 2020. Certo, ci vorrebbe qualche settimana di pazienza da parte dell’Europa, a cui la legge di bilancio andrebbe presentata entro il 15 ottobre, ma le circostanze che porterebbero allo slittamento sono talmente palesi che nessuno a Bruxelles avrà troppe obiezioni. Se invece la maggioranza dei gruppi parlamentari chiederà di proseguire la legislatura, il Capo dello Stato ne prenderà atto e a quel punto, molto probabilmente, darà qualche giorno di tempo (fino all’inizio della settimana successiva) per dar modo ai partiti che intendono sostenere il nuovo governo di individuare un progetto e il nome del premier. Non gli basterà un generico impegno ad avviare un dialogo, magari con la prospettiva di temporeggiare per intere settimane. In questo secondo giro di consultazioni dunque chi farà parte della nuova maggioranza potrà esprimere il suo progetto politico, non sarà certo il Presidente a indicare perimetri, programmi o orizzonti temporali. Se il premier incaricato riuscirà a far partire il governo porterà l’elenco dei ministri al Quirinale e chiederà la fiducia per guidare il Paese nel passaggio fondamentale della manovra 2020 e, se possibile, anche oltre. Se non riuscirà a ottenere la fiducia si andrà a votare, a quel punto magari con un possibile governo di garanzia fino alle elezioni.

Il travaglio del Pd

Il discorso pronunciato da Renzi al Senato è piaciuto perfino a palazzo Chigi ma non è un mistero che la figura del senatore di Scandicci sia ritenuta ingombrante dalle parti del Nazareno. Il timore dei fedelissimi di Zingaretti è che l’ex premier, magari a pochi mesi dalla nascita del governo, possa dar vita a propri gruppi parlamentari, diventando di fatto un interlocutore di primo piano dell’alleanza giallo-rossa. E comunque da parte dei dem – viene riferito – non c’è alcuna intenzione di intestarsi in solitario una legge di bilancio che dovrà sterilizzare le clausole di salvaguardia sull’Iva. Ma è il fattore Renzi a restare al centro di questa crisi di governo. Anche perché nel Movimento 5 stelle non ci si fida dell’ex presidente del Consiglio. Le consultazioni al Quirinale saranno lampo ma tra i partiti si affaccia – osservano fonti parlamentari – anche l’ipotesi che le trattative possano andare avanti per settimane. Chiudendo di fatto la finestra del voto anticipato ad ottobre e portando il Paese alle urne nel prossimo marzo. A quel punto sarebbe un governo di transizione a varare la legge di bilancio. La strada di un accordo tra Pd e M5s resta stretta. Anche perché lo scontro tra i dem è sul ruolo di Conte. Renzi apre ad un Conte bis, Zingaretti frena, anche se i pontieri rivelano che l’attuale presidente del Consiglio resta un’opzione sul campo.

E la Lega, sconfitta, ha una sola richiesta, il voto

Nel frattempo la Lega si affida a Mattarella e chiede il voto. Con la possibilità anche di andare all’opposizione. Non è un caso che il più euforico – raccontano nel Carroccio – sia il sottosegretario Giorgetti. “Da mesi dicevo a Salvini di rompere”, ha ribadito. Sorrisi e strette di mano a palazzo Madama anche con gli esponenti del Pd. Ad un certo punto Giorgetti ha incrociato Renzi: “Ora ti tocca Di Maio, auguri”, con il senatore di Scandicci che gli ha tolto la spilla di Alberto da Giussano dalla giacca: “Ma come vi è venuto in mente di fare la crisi ad agosto?”. Il numero due della Lega ha studiato una playlist della crisi: “Dal neomelodico italiano al punk-rock inglese, ad Endrigo e la sua ‘Canzone per te’. La festa appena cominciata è già finita. Il nostro amore era l’invidia”. Il numero due del Carroccio è sorridente: “Io comunque sul comodino ho la foto della Boschi e non di Renzi”. La mano a Conte? “Sono pur sempre un sottosegretario”. I suoi attacchi: “Tutto previsto. Ora però dovranno farmi vedere come Pd e Movimento 5 stelle possano andare d’accordo”. Tra i nomi che si fanno nel Transatlantico del Senato per palazzo Chigi ci sono anche quelli di Cantone e di Fico. Ma l’opzione sul tavolo resta quella di un Conte bis. “Sarà Franceschini a convincere Zingaretti”, dicono i renziani.

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