Festival di Locarno: il cinema nero, la sfida di una retrospettiva

Festival di Locarno: il cinema nero, la sfida di una retrospettiva

Non si può negare che la neodirettrice del Festival del cinema di Locarno Lili Hinstin abbia le idee chiare. Parigina con ottima padronanza di inglese e italiano, quasi vent’anni fa fonda la casa di produzione “Les Films du Saut du Tigre”. Dal 2005 al 2009 è programmatrice della Académie de France a Roma, poi vice-direttrice artistica del Cinéma du réel International Festival al Centro Georges Pompidou; dal 2013 direttrice artistica dell’Entrevues Belfort International Film Festival. Da un anno è direttrice artistica del Festival di Locarno. Ecco come lo presenta: “Un festival come quello di Locarno deve scuotere, sorprendere, disturbare, interrogare. E’ la storia che ha alle spalle e la rispettabilità che si è conquistato che lo obbligano a prendersi continuamente dei rischi nelle sue scelte. Quei rischi che molto spesso diventano normalità negli altri festival, dove con regolarità troviamo i cineasti scoperti a Locarno”. La scommessa che Hinstin intende giocare è quella di un festival con una linea editoriale chiara e precisa, ma al tempo stesso “eclettica, aperta a tutti i generi, a tutti i continenti e tutte le forme di rappresentazione”. Si indovina una punta dicompiacimento: “La volontà di fondo è sempre stata quella di sovvertire qualsiasi norma. Il festival di Locarno è per sua natura e vocazione un festival fuori norma: con quella libertà di programmazione che mescola le star, i grandi autori internazionali e I giovani cineasti piu’ audaci”.

Audace senz’altro la retrospettiva, intitolata, quest’anno “Black Light”: si propone, attraverso una cinquantina di pellicole, un panorama internazionale della questione nera nel cinema del XX secolo: dall’Europa al Nord America, con escursioni nei Caraibi e nel Sud America. Da “White Dog” di Samuel Fuller, a “Uptight” di Jules Dassin; da “Stir Crazy” di Sidney Poitier, a “No Way Out” di Joseph L.Mankiewicz; da “La Noire de…” di Ousmane Sembene, ad “Amor Maldito” di Adélia Sampaio… Ognuno dei film offerti, merita una scheda a parte, e converrà cercare di redigerle, perché si tratta di una delle più complete rassegne di genere che sia stata composta, con molte, piacevoli, sorprese. E anche qualche assenza. Se infatti non poteva mancare la presenza di “She’s Gotta Have It” di Spike Lee, colpisce l’esclusione di quel classico che è “Guess Who’s Coming to Dinner” di Stanley Kramer.

Greg de Cuir jr., curatore della rassegna, la motiva così: “Ho messo insieme un programma che presenta alcuni classici come Van Peebles, Poitier, Lee, Quentin Tarantino, accanto ad altri autori completamente sconosciuti, ma che appunto ci tenevo a far vedere perché fanno parte di una storia che non può essere scritta senza di loro… ho voluto investire in direzioni inaspettate, per un pubblico che viene al festival per godere anche dell’opportunità di vedere quello che non si trova altrimenti, più che in percorsi già conosciuti dagli spettatori”.

Chissà: quell’invito a cena inaspettato è del 1967. Certo molte volte le televisioni pubbliche e private lo hanno trasmesso. Ma oggi è presentato come una commedia alla Neil Simon. Ha invece rappresentato un elemento di rottura, per quei tempi così vicini, così lontani: per gli Stati Uniti e per il resto del mondo. Forse, accompagnato da adeguata spiegazione del contesto, il film avrebbe trovato una sua giusta e opportuna collocazione.

A questo punto, tuttavia, conviene lasciare la parola a de Cuir jr.

“In primo luogo, per organizzare questa retrospettiva, ho studiato le condizioni e le culture delle persone di etnia nera, dal momento in cui siamo stati ‘scaraventati nella civiltà… senza che nessuno ce ne chiedesse il permesso’, come ha scritto il filosofo Vilém Flusser. Un obiettivo importante era mettere in discussione la definizione e concezione di Black Cinema, oltre che tentare di offrirne una versione più ampia e condivisa. Prendendo le mosse dal lavoro del teorico Michael Boyce Gillespie e da un recente manifesto che ha scritto con Racquel J. Gates, il cinema black non può limitarsi alla mera nozione rappresentativa di un corpo nero dietro la macchina da presa o davanti ad essa. Il cinema black può e dovrebbe essere analizzato in termini di estetica, politica ed etica. Un ulteriore discorso di questa retrospettiva è creare un dialogo fra persone che non sempre hanno l’opportunità di incontrarsi sullo stesso terreno. Il fatto che normalmente ai registi neri non sia stata data una piattaforma condivisa con i maestri del cinema internazionale, va a scapito della storia del cinema. Questa retrospettiva dunque, costituisce allo stesso tempo una proposta e una sfida”.

Accettiamolo, dunque, questo “gioco”. Si comincia con Oscar Micheaux, il primo regista nero che realizza lungometraggi, con il suo “Within Our Gates” del 1920, e si chiude con “Still/here” un film-saggio sperimentale in 16 mm di Christopher Harris. Spiega ancora De Cuir Jr.: “Il fronte più ampio della lotta di liberazione del cinema dalle pastoie ideologiche e conservatrici si trova sulle sponde della finzione narrativa. Questa retrospettiva è una ricerca di forme e di contenuti rivoluzionari oltre che un percorso istruttivo verso la realizzazione delle potenzialità del cinema a venire. Come ha scritto Stuart Hall, il cinema dovrebbe essere pensato non come un riflesso di ciò che già esiste, ma come una forma di rappresentazione che fa di una comunità, un nuovo soggetto”.

Discorso complesso, che va al di là del puro piacere di una “visione”, che converrà riprendere e sviluppare; magari proprio da quel pioniere che è stato Oscar Micheaux: per tanti versi ancora da scoprire e capire.

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