2 agosto 1980. Dopo 39 anni ancora a chiederci: chi ha voluto la strage alla stazione di Bologna. E perché

2 agosto 1980. Dopo 39 anni ancora a chiederci: chi ha voluto la strage alla stazione di Bologna. E perché

Quanto tempo, è passato, da quel giorno di agosto: un caldo torrido anche quella mattina… voglia di vacanza, pigrizia, riposo… e crudele arriva la notizia: violenta come una frustata, gela per lo sconforto: ancora una strage: questa volta alla stazione di Bologna; la vita spezzata per 85 persone, e oltre duecento i feriti: il più grave atto terroristico avvenuto in Italia dal secondo dopoguerra… Una vera e propria apocalisse. Il boato si sente ovunque: Bologna è avvolta da una nube di fumo nero, acre, corpi straziati, urla, dolore, rabbia. L’ordigno è costituito da una micidiale miscela di nitroglicerina, tritolo e T4. Non è roba che si trova agli angoli delle strade. Tutto stipato dentro una valigetta abbandonata nella sala di seconda classe.  Oggi qualcuno ipotizza che la bomba sia esplosa per errore; “transitava”, portata non si capisce bene da chi, diretta a chi, per fare non si sa cosa. Si sono chiamati in causa terroristi internazionali come il famigerato Carlos, estremisti palestinesi, militanti della tedesca RAF… Se si sta alle carte processuali, alla verità giudiziaria, la strage è colorata di nero; e si voleva uccidere il maggior numero di persone proprio a Bologna; si voleva la strage che c’è stata.

Proviamo dunque a raccontarla al dettaglio, questa strage.

Come esecutori materiali sono individuati militanti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, tra cui Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. I due hanno riconosciuto una quantità di altri delitti a loro attribuiti, ma sempre respinto con forza di aver avuto una parte nell’attentato. Chissà. Gli ipotetici mandanti sono rimasti sconosciuti, ma vengono rilevati collegamenti con la criminalità organizzata e i servizi segreti. Le indagini si indirizzarono quasi subito sulla pista neofascista, ma solo dopo un lungo iter giudiziario e numerosi depistaggi (per cui vengono condannati Licio Gelli, Pietro Musumeci, Giuseppe Belmonte e Francesco Pazienza).  Nella motivazione della sentenza, si legge: “… la ricostruzione dei fatti, basata su prove documentali e testimoniali, e sulle dichiarazioni degli stessi imputati, fa emergere una macchinazione sconvolgente che ha obiettivamente depistato le indagini sulla strage di Bologna. Sgomenta che forze dell’apparato statale, sia pure deviate, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti, del dolore delle loro famiglie e con il tradimento delle aspettative di tutti i cittadini, a che giustizia si facesse”.

Vero è che la verità giudiziaria è da molti messa in discussione

Non solo da ambienti e personaggi della destra; anche a sinistra c’è chi nutre dubbi e parla di indicibili verità, di cui ci sarebbe traccia in documenti coperti dal segreto, in archivi inaccessibili. E se ne chiede la desecretazione, non foss’altro per fugare dubbi, perplessità. Ma restiamo alla verità giudiziaria, a quella documentale: come per tutte le altre stragi che hanno insanguinato l’Italia, si assiste a una sconcertante altalena di processi, con esiti contraddittori: corte di Assise, corte di Assise d’Appello, Cassazione, poi ancora corte di Assise e ancora Cassazione… La sentenza definitiva che vede condannati degli estremisti di destra, ritenuti gli esecutori; e condannati per depistaggio alti funzionari dei servizi segreti. Ma sono ancora tante le zone d’ombra, mille le domande che attendono risposta; troppi i sospetti che sono qualcosa più di sospetti, dubbi che non sono solo dubbi. La certezza è quell’immenso dolore che ogni due agosto si rinnova, per le vittime innocenti di quella strage: Angela, Cesare, Luca, Sonia, Manuela… e il dovere ostinato di ricordare; e continuare a chiedere verità e giustizia.

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